PER NON DIMENTICARE, GIORNO DELLA MEMORIA: BANCHE EBRAICHE, CONFISCHE E LEGGI RAZZIALI IN ITALIA DAI DOCUMENTI ARCHIVISTICI

Per ricordare il 27 Gennaio, uno degli aspetti interessanti riguarda quello delle banche ed istituti di credito ebraici. E l’occasione viene offerta dall’imponente banca dati messa a disposizione dal sito di Banca Intesa- archivio storico, consultato dal sottoscritto.

Sito che, a seguito di opportune e precise ricerche, fornisce anche alcuni interessanti spaccati sulla situazione relativa alla presenza degli istituti bancari israelitici in Italia subito prima della promulgazione delle famigerate leggi razziali del 1938.  E che ci riporta ad approfondire e conoscere meglio un aspetto iniziale: la finanza ebraica ed il suo ruolo avuto al momento del varo dei summenzionati provvedimenti. E gli spunti non sono irrilevanti. Anche per capire l’enorme impatto avuto da una legislazione del genere proprio sulla finanza in oggetto.

Si sa’ che, al 1938, in Italia esistevano nove ditte bancarie ebraiche. Sei di queste cessarono l’attività o vennero cedute prima del marzo 1940. Ricostruire la storia di alcune di esse (la maggior parte) ci ha offerto anche un interessante spaccato della situazione economica italiana.  E parliamo delle Banche Loria e Gallia di Milano e della fiorentina Del Vecchio.

Senza dimenticare i casi delle banche cambio “Levi Moise”, “Bachi” e “Mayer”, rispettivamente di Mondovì, Torre Pellice ed ancora Firenze. E già quest’ elenco ci fa capire di come i centri di maggiore interesse economico e commerciale della fiorente e radicata comunità ebraica in Italia siano la Lombardia, la Toscana ed il Piemonte. Ma andiamo nello specifico.

E partiamo dalla Banca Loria e C . Dalle notizie riportate nell’archivio o “mappa storica” di “Intesa Sanpaolo”, che il sottoscritto ha avuto modo di consultare, si trattava di una società in accomandita semplice, la “Loria, Sadun &” , costituita il 29 marzo 1925 con un capitale di 2 milioni di lire da Alberto Loria e Carlo Sadun, soci accomandatari, e da altri 20 soci, molti dei quali di origine israelitica, tra cui la società Fondiaria Finanziaria di Firenze. Nel 1929 l’Istituto subirà una prima “scissione” da parte di Carlo Sadun, per cui la Società assunse la

 ragione sociale in “Loria & C.”, con Alberto Loria unico gerente. Il 6 marzo 1931 il capitale fu elevato a 10 milioni di lire, ridotto poi a 7,2 milioni nel 1933 per il recesso di alcuni soci. L’Assemblea straordinaria del 15 marzo 1935 deliberò la trasformazione dell’Istituto in accomandita per azioni. Il 30 novembre 1938, quindi, per effetto del regio decreto legge 17 novembre 1938 n. 1728, riguardante i provvedimenti per la difesa della razza italiana, Alberto Loria fu costretto a dimettersi dal ruolo di gerente a favore di Ambrogio Bonomi ed a fuggire all’estero. Quel che avvenne dopo è sintomo del disegno governativo di “azzerare” anche le azioni delle banche israelitiche. Ed è per questo che, subito dopo, il Banco di Napoli acquisì l’intero pacchetto azionario, con l’intento di procedere, successivamente, all’incorporazione e di insediarsi, eventualmente, con una propria agenzia nei locali della Banca stessa, che aveva sede a Milano in via Cusani 14. Il successivo passaggio della scriminante razziale fu l’incorporazione che avvenne il 18 agosto 1940.

Anche quello che segui’ dopo è sintomo di cio’ che capiterà ai banchieri italiani di origine ebraica.

Tornato, infatti, in Italia alla fine della guerra Alberto Loria chiese, con lettera inviata al Ministero del Tesoro il 19 dicembre 1946, la possibilità di esercitare nuovamente l’attività creditizia sulla piazza di Milano, in virtù della professionalità dimostrata durante la gestione della Banca Loria. La Banca venne ricostituita con decreto 21 marzo 1962 del Governatore della Banca d’Italia ed il 13 settembre 1972 modificò la propria denominazione sociale in Banco di Milano, che, poi, sarà posto in liquidazione coatta nel 1975.

Rimanendo a Milano, si ricorda anche la vicenda della Banca Gallia, più precisamente denominata ” Banca E. G. Gallia”, costituita nel 1924 da Elemer Giovanni Gallia, cittadino ungherese di religione ebraica domiciliato nel capoluogo lombardo fin dal 1919. La vicenda successiva di questo grande ed eroico banchiere è degna di nota e da ricordare. Gallia fu dapprima rappresentante della Banca Ungaro-Italiana presso la Banca Commerciale Italiana, e in seguito nominato presidente della Camera di Commercio Italo-Ungherese. Nel 1933, per pressioni e minacce, gli venne inibita la raccolta dei depositi fiduciari e fu costretto a restituire le somme già raccolte. L’attività dell’Istituto venne in questo modo limitata alla sola compravendita di titoli e valute e la ragione sociale modificata in “E. G. Gallia Cambio”. Ma, ormai, la tempesta era imminente. Nel 1939, in seguito alle leggi razziali ed a “denunce anonime degli invidiatori della sua persona”, il banchiere ungherese fu costretto a chiudere il proprio ufficio di cambiavalute ed a fuggire in Svizzera, dove si prodigò “nell’aiutare profughi ed organizzare e predisporre ricerche di prigionieri e dispersi italiani”. Un atto eroico, questo, da riconoscere, come egli ebbe a dire come una sorta di “debito d’onore verso l’Italia”, divenuta ormai la sua seconda Patria. Interessante e’ anche il periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto, in cui, soprattutto in un Paese distrutto come l’Italia, era tutto da ricostruire. Particolarmente dal punto di vista economico. E le carte d’archivio ci raccontano di un Gallia impegnato in prima persona nel “rientrare” nella partita bancaria, soprattutto nel tentativo di rifondare un istituto d’intermediazione creditizia per i cittadini stranieri domiciliati a Milano. In una sua importante lettera del 24 febbraio 1947, indirizzata al Ministero del Tesoro, egli chiedeva espressamente, ottenendola, l’autorizzazione all’accettazione dei depositi, “specie dei cittadini stranieri domiciliati nel capoluogo lombardo per stimolarli a investimenti in titoli di Stato”. Il suo intendimento era quello di mettersi al servizio delle molteplici relazioni ed aderenze nei rispettivi Paesi stranieri, fruendo anche delle conoscenze linguistiche sue e del socio, il docente spalatino Giacomo Bikich. In questo modo la Banca si sarebbe potuta proporre come “anello” di congiunzione fra l’economia italiana e “quella di qualche Paese Straniero specie Balcanico”.  Previsione profetica quest’ultima ma drammaticamente inattuabile visto quello che,in quel momento, stavano passando le popolazioni giuliano dalmate proprio nella penisola balcanica.  Ad ogni modo la Banca venne così ricostituita nel 1948 come società in accomandita per azioni e con un capitale di 10 milioni di lire, con Elemer Giovanni Gallia e Giorgio Del Vecchio, rispettivamente professore universitario e fratello del Ministro del Tesoro Gustavo Del Vecchio, in qualità di soci accomandatari. Ad essi si aggiunsero la società anonima Dacia, presieduta da Del Vecchio, e la ditta Elvetica di Milano, in qualità di soci accomandanti. Per non dimenticare lo stile e l’indirizzo antifascista datogli dal fondatore, nel 1955 subentrò una nuova gerenza, quella di Luigi Bertett, medaglia d’oro al valor partigiano. In questo modo   cambiò la denominazione sociale in “Credito Mobiliare Milanese L. Bertett & C”. Nel 1957 l’Istituto venne, infine, assorbito dalla Banca di Credito e Risparmio di Roma.

Dopo Milano i documenti archivistici di Banca Intesa ci portano a Firenze, naturalmente città, per storia e tradizione, di banchieri.

E si parte dalla Banca Rava’, con sede prospiciente il duomo, fondata nella seconda metà del XIX secolo da Ettore, esponente importante di una famiglia di banchieri israelitici con ramificazioni anche a Venezia ed a Roma e con discendenti importanti intellettuali e docenti universitari come Renzo (1904- 1994).  Parlare dei Rava’ a Firenze in quel periodo significava fare riferimento ad una famiglia di avvocati, giuristi, banchieri ed imprenditori. Ed appunto Ettore, nonno di Renzo, prima di diventare banchiere, era imprenditore nel tessile.  Interessante su questa famiglia è un altro dato: la sorella della madre del prof. Renzo Rava’, Angelina Sullam, risultava essere sposata con Massimiliano Rava’ (1875- 1955), anch’egli banchiere e, dal 1932 al 1934, presidente della Comunità ebraica di Venezia, nonché esponente del “Comitato degli Italiani di religione ebraica”, gruppo di ebrei fascisti raccolti attorno alla rivista “La nostra bandiera”. Ebbene, neanche queste afferenze e legami evitarono la fine dell’Istituto di credito, che venne addirittura posto in liquidazione volontaria e le azioni totalmente rilevate dal Banco di Napoli. Una banca, quest’ultima, che, proprio in quel periodo, diventava, invece, la “longa manus” del regime, partecipando al riassetto di diversi istituti. Operazione che gli permise di diventare la banca con il maggior numero di sportelli, leader per l’Italia meridionale dove, nel famigerato 1938, diede vita all’ISVEIMER (Istituto per lo Sviluppo Economico dell’Italia Meridionale) per l’esercizio del credito a medio termine alle piccole e medie imprese del Sud Italia. Le fonti documentarie di Banca Intesa ci riportano poi al caso emblematico, sempre fiorentino, della Banca Federico Del Vecchio. In questo caso, però, non si dovette parlare di vere e proprie liquidazioni, ma di cessione ai figli del titolare non colpiti dalle leggi razziali.

Aspetto che garanti’ la “sopravvivenza” del gruppo bancario fondato dal Federico Del Vecchio nel 1889 a Firenze presso palazzo “Ambron” in via dei Banchi (ora inglobato nel gruppo UBI). Una banca che, proprio quando fu emanata la famigerata legislazione del 1938, da più di vent’anni, dopo l’aumento del riassetto strutturale del 1906, da società in partecipazione era diventata società in nome collettivo per il commercio di banca e di commissioni di borsa.

La Banca Sigismondo Mayer, altro istituto storico fiorentino, subì, invece, la chiusura a seguito di un successivo provvedimento legislativo del 1940. Provvedimento che unirà “simbolicamente” la banca fiorentina ad altri due piccoli e medi istituti di cambio piemontesi. Dalla Toscana in Piemonte. E qui l’archivio storico di Banca Intesa ci fornisce un altro spaccato. Come la vicenda della Banca cambio Levi- Moise di Mondovì e dell’Augusto Bachi di Torre Pellice, accomunate nello stesso destino alla ricordata Banca Mayer di Firenze. In questo caso, per chiuderle, dovette intervenire la lettera, datata 16 marzo 1940, del  ministro delle Finanze Paolo Thaon di Revel. Il testo informava l’Ispettorato per la difesa del risparmio e per l’esercizio del credito che il Ministero dell’Interno intendeva “vietare l’esercizio del credito e di tutte le attività affini o comunque ad esso connesse agli appartenenti alla razza ebraica”. Il provvedimento, quindi, riguardava gli istituti bancari più piccoli, costituiti sotto forma di ditte individuali, società in accomandita semplice, società collettive e società di fatto, dato che le banche di maggiori dimensioni, con più di cento dipendenti, erano già state colpite dal regio decreto legge 17 novembre 1938 n. 1728, riguardante i provvedimenti per la difesa della razza italiana.  Ed a farne le spese furono anche i tre istituti ricordati, che appartenevano a persone di origine ebraica. Avendo, però, registrato un andamento regolare tale per cui, com’era, invece, avvenuto per le altre banche nel 1938, non si sarebbero potute mai porre in stato di liquidazione coatto. Per esse si concretizzò la

rinuncia, in maniera “volontaria”, all’attività bancaria o l’incorporazione della propria società in altri istituti di credito. Le tre banche, quindi, cessarono di esistere tra il 1940 ed il 1941. Il Banco Cambio Levi Moisè Ettore venne ricostituito alla fine degli anni ’40 e trasformato in società per azioni il 23 marzo 1964.

Infine particolare, perché legata profondamente al territorio, è la vicenda del Banco di cambio Augusto Bachi di Torre Pellice. Siamo in un territorio particolare del Piemonte, la Val Pellice, cuore anche del credo cristiano valdese in Italia. E luogo storico di una importante presenza israelitica legata alla posizione strategica della valle ed ai commerci. E’ qua che, proveniente da Torino, per la propria attività, si trasferirà la famiglia Bachi. Ed è in questo ambiente che continuerà ad operare, fino al 1940, fondata nel 1917, l’omonimo istituto di cambio Augusto Bachi. In questo caso viene in aiuto la consultazione dell’ “Archivio della Camera di commercio industria artigianato ed agricoltura di Torino, Registro Ditte, 271/1913, dal 1926 al 1955”. E si rinviene che l’attività bancaria era la più importante praticata dalla famiglia.

Bachi. Siamo nella valle che Edmondo De Amicis definì “piccola Svizzera italiana” e l’attività di questa banca era determinante per lo sviluppo del territorio. Tanto da comparire ben evidente in tutti gli opuscoli turistici della Valle negli anni trenta. Pubblicità che veniva fatta per lo stesso piccolo istituto di credito. Si scopre, in questo modo, che presso il Banco Bachi si potevano effettuare tutte le operazioni creditizie. Inoltre il banco era abilitato al “rilascio di assegni circolari del Credito Italiano e dell’Istituto Italiano di Credito Marittimo”.

I documenti consultati sono poi chiari anche nello spiegare la fine dell’attività creditizia dell’Istituto di: “(…) Dopo l’emanazione delle leggi razziali, sebbene non potesse agire direttamente contro l’attività, il nuovo clima di ostilità nei confronti delle attività svolte dagli ebrei porta al progressivo soffocamento delle attività del Banco di cambio”.  Quindi, date le difficoltà, Mario Bachi decise di abbandonare l’attività e cedere la banca. Banca che, in questo caso, verrà rilevata dalla Banca Torinese  S.A., a seguito di verbale di deliberazione degli azionisti avente il seguente ordine del giorno: “Incorporazione del Banco Cambio Augusto Bachi di Luserna S. Giovanni”. E qui, l’epilogo di questa famiglia ebraica di banchieri torinesi entra nella storia e s’intreccia con quella della comunità valdese della Val Pellice. Già, perché l’intera famiglia con Mario Bachi, l’ex banchiere, la moglie Elda Bassani e la figlia Carla, sarà salvata e protetta, sotto falso nome, dalla comunità locale valdese presso la Casa di riposo di Luserna S. Giovanni.

Carla Bachi, che durante il periodo vissuto in clandestinità nella casa di riposo valdese, aveva conosciuto lo sfortunato partigiano ed intellettuale Emanuele Artom, membro di “Giustizia e Libertà”, torturato ed ucciso dai nazifascisti. Carla Bachi che, per non dimenticare, a proposito dell’eroismo e della solidarietà dimostrata dalla comunità valdese della Val Pellice nei confronti della sua famiglia e degli altri ebrei, rilasciava  questa bellissima intervista alla storica Liliana Picciotto nel 2010, raccolta in un libro- testimonianza: “(…) Nessuno dell’ambiente della Casa di riposo ha avuto il riconoscimento di Giusto tra le nazioni, ma non l’avrebbero neanche voluto, perché per loro salvare ebrei e nascondere partigiani faceva parte del modo di pensare della signora tedesca, che dirigeva la casa, e in generale degli evangelici valdesi” (Picciotto L., Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah. 1943-1945, Einaudi, Torino 2017).

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