
Alice Capitanio
di GUIDO GARAU
Cagliari, nei pomeriggi d’inverno, sembra posarsi sotto una luce che non scalda. È un chiarore obliquo e diafano, quasi un invito a rallentare, a sospendere il passo prima che la sera diventi pensiero. Forse ogni città ha una sua anima ma Cagliari soprattutto, in certi momenti dell’anno, restituisce all’uomo il suo vero volto: quello che non può ignorare.
In questa atmosfera incontra Alice Capitanio, ideatrice e anima del Festival Lei – nella elegante cornice di Palazzo Doglio. Tiene tra le mani il cappuccio di una felpa oversize come si tiene qualcosa che protegge, non dal freddo ma da un’eccessiva esposizione al mondo. All’inizio parla con una lentezza scelta, quella chi ha imparato che la realtà non si domina: si attraversa. Poi, man mano che la conversazione si scioglie, la sua voce si scalda, il volto si illumina. Ha appena compiuto cinquant’anni, nelle sue parole convivono lucidità e tenerezza, forza e una sorta di fiamma viva, quella che splende anche quando la vita ti chiede di fare i conti con il filo che si è smagliato, e provi a ricomporlo, o a metterne insieme i frammenti.
Ora che la decima edizione del Festival Lei ha chiuso i battenti, Alice osserva la realtà come se tutto stesse già per ricominciare da capo.
“Il Festival Lei ha compiuto dieci anni e probabilmente è un unicum nel panorama culturale sardo”, dice. “Un laboratorio di domande più che di risposte”.
Si è evoluto? “Certamente. Ma evolvere non vuol dire per forza di cose migliorare, significa cambiare. Da dieci anni il Festival Lei è una preziosa anomalia: mentre molti eventi scelgono la leggerezza, Lei insiste sulla densità del pensiero. La rassegna è evoluta perché anche noi – io, la mia fantastica squadra – siamo cambiati. Ogni edizione nasce dal tentativo di interpretare la realtà. Non assecondandola, ma provando a decifrarla. La cultura non è intrattenimento, piuttosto orientamento”.
“Bisogna attraversarla, la materia. La densità è un ostacolo, ma anche l’unica condizione che ci è data per arrivare alla consapevolezza. Viviamo in una società che rifiuta il dolore in tutte le sue forme: il lutto, il parto, un mal di testa, il silenzio che ti obbliga a pensare, perfino l’ozio. Ma ciò che evitiamo torna a chiederci il conto. Per questo bisogna attraversarlo. La consapevolezza non è un punto d’arrivo, è il cammino. E come nella tartaruga di Zenone: arrivi prima solo se fai tutti i passi, senza salti”.
“Non ho tempo” è la formula che ci accompagna ovunque. “Ma non è vero che non abbiamo tempo. Piuttosto non riusciamo più a fermarci. Abbiamo paura della profondità, della domanda che nasce nella pausa e dal silenzio. Il tempo non si possiede: si abita. E per farlo bisogna accettare la vita. Confrontarsi. Cercare insieme la soluzione ai problemi. Capire”.
Non stupisce, allora, che l’undicesima edizione del Festival Lei sarà dedicata alla spiritualità. Non come dottrina né come fuga, piuttosto come ritorno all’umano. Sotto la superficie della velocità contemporanea c’è un’inquietudine che chiede ascolto. È la domanda di senso che non possiamo più ignorare. Oggi soprattutto. La vita a volte crea dolori che vanno oltre quelli fisici, travalicano l’esistente, sono voragini di senso che dobbiamo superare entrando, toccando, cercando quella sfera immateriale che ci sta accanto. “La spiritualità è una riscoperta: una fedeltà a ciò che è invisibile e tuttavia è presente, vivo, anche se non si può imbavagliare dentro lo spettro dei sensi. La vita è un percorso all’interno del quale siamo chiamati a prendere coscienza: veniamo dall’infinito immateriale, facciamo un piccolo tratto di strada – insieme, annaspando nella nebbia, nella materia – torniamo all’infinito. Cosa resta? La consapevolezza: è questo l’unico obiettivo.
Nel pomeriggio che si scioglie nella sera, è questa l’unica costante che resta. Chi è consapevole ha già trovato.
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Bellissima: complimenti.🙋