INTRECCIO DI STORIE E PASSIONI: I TRENT’ANNI DEGLI ARTIGIANI SARDI ALLA FIERA SIMBOLO DI MILANO

Che si potesse fare il giro del mondo in ottanta giorni poteva venire in mente solo a Jules Verne ( il libro è edito nel 1873), tre anni prima forse il suo più famoso: 20.000 leghe sotto i mari, del resto il ragazzo dimostrò da subito cosa fosse in grado di fare la fantasia nel dispiegare la sua potenza per indurre gli umani a imprese anche perigliose: a undici anni se ne scappò di casa (i suoi erano borghesi da Nantes) e si imbarcò su di una nave diretta in India: era “follemente innamorato” di una sua cugina e voleva regalarle una collana di coralli.

Riacciuffato, il padre era magistrato, fu rispedito a scuola a calci nel sedere.  Tutto questo innescatomi da una agenzia Ansa che parlando di Fieramilano Rho, dei suoi 9 padiglioni, 2800 artigiani provenienti da 90 paesi dei 5 continenti (e da tutte le regioni d’Italia), la descrive come “un vero e proprio giro del mondo in solo nove giorni tra la bellezza e la bontà delle arti e dei mestieri del globo”.

Continua poi citando i prodotti originali che vi si possono trovare (avrebbero fatto felice il giovane Jules, le collane di corallo di Alghero), tra cui i gioielli spagnoli ispirati a Gaudì, i saponi equo-solidali delle artigiane del Burkina Faso, le candele venete in cera di soia e quelle piatte in arrivo dalla Lituania e decorate come tele artistiche. E ancora, da Amman, abiti e tessuti giordani, gli infusi e i tè locali del Togo, le borse ricamate con fili di seta dall’Armenia, le ceramiche della Cabilia. “Senza dimenticare i tanti prodotti sostenibili come le marmellate e composte sarde…”.

Da quelle quindi inizieremo il nostro viaggio circoscritto all’isola di Sardegna, presente coi suoi artigiani sin dalla prima edizione di trent’anni fa: dalle marmellate di pompìa dell’azienda agrituristica “Abba Vritta” di Siniscola. Angela Mulargia, che ne è la titolare, espone le sue composte mischiandole ai gialli frutti rugosi che fanno la fortuna della sua attività, mi dice dell’agrumeto sito nella località da cui prende il nome e il laboratorio e l’agriturismo, con soluzione B&B a due chilometri dalle più belle spiagge della costa orientale. Qui offrono un liquore di pompìa e uno misto di mirto-pompìa, le marmellate ovviamente e un sale reso “particolare” dalla buccia (grossa) del frutto.

L’”aranzata” con pompìa addolcita con miele locale è andata via tutta i primi giorni d’apertura. Da una confettura all’altra, dall’oriente all’occidente sardo: Francesca e Emanuele hanno messo su a Oristano: “Nostos”, naturalmente composte. Nostos, termine greco che ha a che fare con la nostalgia della propria terra, della propria isola verrebbe da dire se pensiamo ad Odisseo, quell’Ulissse che ci mise dieci anni a rientrare in Itaca natia, dopo la guerra più famosa del mondo. 

Emanuela e Francesco, che si incontrano a Torino, hanno un passato di cooperazione internazionale in Mozambico, un paese poverissimo per annose guerre fratricide, di cui tutti (imprese italiane comprese) vogliono mettere le mani sui suoi depositi di gas naturale, immensi come l’avidità di chi depreda per mestiere. Lei bolognese fa Bina di cognome, lui di Oristano è Pinna-Massa, si sono guardati intorno e hanno scommesso sulla fertilità del Campidano, sulla miriade di aziende che coltiva senza chimica, sul giusto prezzo da dare allo zucchero di canna “fairtrade” proveniente dalle Mauritius.

Il miele, i frutti, gli ortaggi (anche a piena maturazione o lievemente danneggiati) sono tutto roba sarda.

Da qui composte frutto di fantasia spericolata: fichi e miele, mirto e pera, fichi d’india e mela, pera con zenzero. E decine d’altre marmellate e mieli. Per avere un’idea di come stiano a salute le api di Sardegna il mio contatto abituale è Giorgio Saba, dell’”Isola del miele” che ha azienda apistica in Gonnosfanadiga (a Gonnos, per noi guspinesi). Quest’anno, mi dice, la produzione che va peggio di tutte è quella di eucalipto (meno il 70%), fortunatamente per quello che riguarda il resto della macchia mediterranea è tutto OK. C’è un certo allarme per la prima segnalazione in terra sarda, a Ilbono (NU) della vespa velutina, il 26 luglio di quest’anno.

E’ un predatore mortifero, occorre monitorare ogni sua comparsa, usando a questo proposito delle trappole a birra, che non ho idea di cosa siano ma con tutta l’”Icnusa” che si vende in Sardegna non dovrebbero essere difficile a predisporre. Se Giorgio si può considerare un “veterano della fiera”, Silvia Sanna di “Apilvia” di Berchidda è al suo primo anno, mi dice che sin qui per lei è “andata bene”, e quando mi chiede se conosco il suo paese, mi vergogno un po’ a dirle che sono sì un grande frequentatore, ma della cantina sociale del vermentino. 

Ebbene, dice lei, ai piedi del Limbara si produce anche del gran miele, quello di lavanda selvatica, quest’anno alla fiera di Montevecchio, ha ottenuto il primo premio nella sua categoria. Che il futuro dei prodotti della terra sia nel bio è ormai quasi luogo comune e il bio distretto Sud Sardegna e Arcipelago del Sulcis è qui a dimostralo.

Faccio razzia di biglietti da visita: “Autentico”, azienda agricola “Aroma di Mare” fa zafferano biologico certificato, sono a Sant’Anna Arresi; a Monastir c’è un “Fior di mandorlo”, un mandorleto biologico ecosostenibile; il Molino Secci macina grano della Trexenta, già granaio di Roma ai suoi bei dì, in quel di Senorbì (la rima è voluta). L’azienda agricola “Marchesa di Tabarka”, di Calasetta, località Cussorgia, osa una cantina sulle dune del mare. 

E come non accompagnare un bicchiere di Carignano a un buon formaggio? C’è solo l’imbarazzo della scelta, Fatima Todde del caseificio che porta il suo cognome (pur se di Floris Tommasina) mi offre uno dei caprini dell’azienda che nasce nel lontano 1988, situata in mezzo ai boschi che circondano Desulo a 1200 metri di quota, il caseificio più alto di Sardegna.

Quando le dico che Desulo è anche il comune sardo più in alto in assoluto, mi risponde che se la giocano con Fonni. Le strappo un sorriso quando affermo categoricamente (e in maniera un po’ avventata) che il costume sardo delle donne di Desulo è il più bello di Sardegna. E’ il 14° anno che sono in questa fiera, le vendite sono andate bene.

Da sempre anche Salvatore Bussu, col suo fiore sardo presidio “Slow Food”, l’azienda agricola “Nuraghe Orta” è sull’altopiano di Campeda a Macomer, babbo e nonno pastori come lui, originari di Orotelli.  Sempre di Orotelli, località Predu Pedde, sono quelli di “Brau Farm”, nel loro stand assaggio un “casizolu” che ti si scioglie in bocca, e io che credevo che le mucche da pascolo allevate allo stato brado si trovassero solo a Seneghe.

Con questo formaggio erano nella finale del prestigioso “Cheese Awards” 2024. Ma non di solo formaggio vive l’uomo sardo, ma anche di tartufi, di Laconi. “L’isola dei sapori” (di Veronica Carta), qui rappresentata da Antonella Sabiu, di Segariu, espone una serie di prelibatezze che vanno dalla crema di tartufo nero alla crema di melanzane con tartufo bianchetto, c’è poi una crema di carciofi, bottarga e tartufo bianchetto, sin un olio tartufato bianco. 

Olio di oliva di gran pregio è quello della famiglia Foddi di Gonnosfanadiga, la scorsa annata non certo la più fortunata ma hanno saputo supplire colla cerchia di coltivatori con cui hanno rapporti da anni. Vendono a 15 euro al litro. Il loro olio li vale tutti. Giusto il tempo d’assaggiare il torrone offerto a piccoli pezzi dal torronificio artigianale “Su Turrone” di Antonio Conti, a Sennori, che usa solo miele per addolcirlo, con mandorle o noci o nocciole, secondo i gusti.

Il mirto artigianale di Orgosolo di Piera Cadinu, bottiglie con etichette prese dai murales del paese barbaricino. Piera mi dice che loro sono al 12° di presenza in fiera, va “così così”, per la prima volta la gente chiede sconti al prezzo delle bottiglie. Sempre di Orgosolo i gioielli di Pasquale Pedrale, per loro è andata bene, anche perché hanno molta produzione di piccoli pezzi “dorati”, non di oro pieno, con quindici euro ti porti via un bottone sardo e fai bella figura come regalo natalizio.

Meno vistosi i gioielli che espone Monica Secchi, artigiana di Arbus, “Domu Mea” il suo laboratorio, i suoi lavori in filigrana sarda sono uno splendore, “Su coccu” contro il malocchio fa da apripista, i fiori di Montevecchio incastonati in argento raccontano sontuosi del territorio che li ha visti spuntare. Roberta Casu, cagliaritana di Sanluri, dove ha laboratorio e bottega, ceramista formatasi all’istituto d’Arte di Oristano, al suo terzo anno in fiera, mi dice che le cose sono andate benissimo.

Ogni pezzo in mostra ha la sua storia, sia esso un’antica tegola istoriata con una gallina stupita, una tartaruga o uno gnomo sognatore.  Il suo stand sta tutto in una parola:stupefacente! Per quello di Rita Cossu, sarta di Pabillonis bisogna parlare di magia. Abiti di ogni foggia e colore appesi a manichini a tre gambe e senza testa, alcuni arabescati con fili d’oro e d’argento. Scialli in seta pura e con grandi frange di colori brillanti adagiati con studiata noncuranza. Rita, vestita col costume tradizionale, al mio presentarmi come guspinese, mi rivolge la parola in sardo, e già per questo la vorrei abbracciare.

Dirimpetto lo stand del figlio Jacopo (Ladu): sarto, direbbero tutti. Eh no, Jacopo è “ceramista per caso” (e per amore). Chi ha deciso la svolta della sua vita è stata la moglie Simona (Armas) arburesa. Lui, laureato in scienze politiche all’università di Cagliari. Lei, scuola d’arte di Oristano. Tecnica raku (quella dei giapponesi per fare le tazze di tè cerimoniali). Ne escono casette policrome e brillanti d’ossidi di rame e di cobalto, gatti e pesci a grandi occhi d’ogni foggia e colore.

Un guazzabuglio cercato e venduto dappertutto, i loro pezzi li vogliono persino in Giappone.  Sono a Iglesias: “Artijanas”, l’antica Villa di Chiesa che, mi dice Jacopo, è ben guidata dal suo sindaco Mauro Usai, se lo dice lui ceramista-politologo, c’è da prestargli fede.

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