TRA BONIFICHE MANCATE E SILENZI DI STATO: UN TERRITORIO QUELLO DI ASSEMINI SOFFOCATO DA VELENI, RITARDI ISTITUZIONALI, SALUTE E FUTURO A RISCHIO

la Floursid

Assemini è una soglia, non solo geografica, ma sociale e politica. Tra la città e la campagna, tra la laguna di Santa Gilla e il Campidano, tra l’acqua salmastra degli stagni e la terra lavorata da secoli da agricoltori e strexiaus, il paese si è formato attorno a cortili, corsi d’acqua e forni di ceramica tradizionale. Qui il rapporto con l’ambiente non è mai stato astratto ma è concreto e identitario. Negli ultimi decenni, senza conflitti dichiarati o dibattiti pubblici, Assemini è stata progressivamente trasformata in zona di esposizione: alle emissioni industriali, ai rifiuti, a contaminazioni che si stratificano silenziose. Non un’emergenza improvvisa, ma un avvelenamento normalizzato, tollerato e rinviato dalle istituzioni.

L’area industriale di Cagliari-Macchiareddu, dove operano diversi impianti tra cui quelli di Fluorsid s.p.a., è stata al centro di numerosi procedimenti giudiziari e accertamenti ambientali negli ultimi anni. Le autorità hanno rilevato criticità legate a emissioni e gestione dei rifiuti, e la magistratura ha aperto indagini nel 2019 e nel 2025 per verificare il rispetto degli obblighi di bonifica. In passato, sequestri giudiziari hanno portato all’arresto di dirigenti e responsabili Fluorsid per violazioni ambientali. Malgrado ciò, molte bonifiche previste non sono state completate, evidenziando ritardi e difficoltà nel sistema di tutela ambientale e sanitaria. Non si tratta di un giudizio sulle responsabilità individuali, ma di un quadro di esposizione prolungata a sostanze potenzialmente nocive che ha interessato il territorio e la comunità.

Gli abitanti di Assemini e delle frazioni circostanti raccontano polveri nocive che si insinuano nelle case, odori acri nell’aria, bruciore agli occhi e agli apparati respiratori. Alcuni allevatori segnalarono problemi negli animali e orti contaminati. Queste esperienze trascendono i numeri dei rapporti ufficiali e descrivono un danno sociale, culturale e sanitario. Ciò che accade non è solo un problema tecnico: è una ferita culturale e politica, perché ciò che viene tollerato e normalizzato finisce per essere accettato.

Dopo il patteggiamento e l’obbligo di bonifica, nulla è stato realizzato. Ritardi, omissioni e controlli superficiali mostrano un quadro in cui le istituzioni faticano a far rispettare i propri provvedimenti. L’ordinanza del sindaco che impone la rimozione dei rifiuti entro 180 giorni è un segnale, ma resta un atto locale in un contesto di responsabilità diffuse.

Sul piano giuridico e civico, esistono ancora azioni concrete e realistiche, purché collettive e documentate:

accesso sistematico agli atti e monitoraggi indipendenti;

sollecitazione dell’esercizio dei poteri sostitutivi previsti dalla legge;

segnalazioni alla magistratura contabile in caso di danni erariali;

eventuale azione civile collettiva (class action ambientale) basata su dati verificabili.

Assemini non è solo un luogo, ahimè ormai contaminato: è una comunità che può ancora scegliere se restare popolo silenzioso o diventare soggetto collettivo vigile, capace di pretendere verità, bonifica e tutela dei propri diritti. La domanda finale non è se sia troppo tardi. La domanda è: siamo pronti a trasformare l’esposizione subita in popolo che pretende giustizia invece che in popolo condannato e abbandonato dalle istituzioni?

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