
di DANIELA MARCHETTI
Entrare negli studi di Mediaset a Milano con Fatu in domo non è stato solo un passaggio televisivo. È stato un attraversamento simbolico: portare la Sardegna delle case, delle mani, dei gesti quotidiani dentro uno spazio mediatico nazionale, senza snaturarla, senza ridurla a folklore. Per alcune settimane, Fatu in domo è stato ospite di Studio Aperto Mag, il magazine di Studio Aperto in onda su Italia 1, con brevi servizi che raccontano il cibo come memoria, identità e linguaggio culturale. Pochi minuti di televisione che, su una rete nazionale, diventano un atto di riconoscimento. Il progetto, ideato dall’antropologa Veronica Matta, nasce proprio con questo intento: restituire dignità pubblica ai saperi domestici, alle cucine come luoghi di trasmissione culturale, alle persone che custodiscono ricette non come reliquie, ma come pratiche vive. I servizi, curati dalla giornalista Enrica Iacono, con le riprese del team composto da Gigi Deidda, Cristina Muntoni, Andrea Pau, Alessandro Spanu e Renzo Gualà, hanno scelto un linguaggio essenziale e rispettoso, lasciando spazio alle voci e ai gesti.
Uno dei racconti centrali è dedicato alle panadas, piatto simbolo della tradizione sarda, presente in territori diversi come Assemini, Cuglieri e Oschiri. La panada non è solo una preparazione gastronomica, ma una forma di pensiero: racchiude stagioni, paesaggi, economia domestica e relazioni comunitarie. A raccontarla è Maria Rosaria Casula, quasi ottant’anni, memoria vivente dell’arte della panada di Assemini, riconosciuta come Prodotto Agroalimentare Tradizionale. Con un linguaggio preciso e una conoscenza profonda, Maria Rosaria accompagna lo spettatore nella preparazione di due versioni: una con anguille e patate, l’altra con carne d’agnello e patate. La lavorazione viene mostrata integralmente, in una cucina campidanese, davanti a un grande camino antico, dove il tempo della ricetta coincide con il tempo del racconto. In questo contesto si inserisce l’intervento di Veronica Matta, che restituisce la cornice antropologica e scientifica della panada, raccontandone la storia millenaria e il legame con le culture mediterranee del pane ripieno. Non una spiegazione accademica, ma una narrazione accessibile, capace di tenere insieme sapere scientifico e vita quotidiana. Il viaggio di Fatu in domo prosegue a Oliena, tra i sapori letterari narrati da Grazia Deledda.

Qui, nella loro home restaurant Sa horte de su poeta, Vincenzo Palimodde e Tonina Biscu, insieme alla madre Raimonda Zola, trasformano la cucina in uno spazio di memoria condivisa. Le sas cattas, antiche frittelle a base di uova, latte e acquavite, e i maccarrones de busa con salsa di noci non sono solo piatti, ma frammenti di un immaginario che la Deledda ha consegnato alla letteratura. In questo servizio il cibo diventa parola, e la parola torna a essere gesto. Ampio spazio viene dedicato anche ai dolci decorati di San Sperate, attraverso il lavoro di Rita Cardia e del suo progetto I dolci di Rita Cardia. I mustatzoleddus ‘e mendula, morbidi mostaccioli decorati con glassa bianca e motivi ispirati all’arte tessile e orafa sarda, e i bellijeddus, piccoli dolci scolpiti a mano in forme simboliche, raccontano una Sardegna in cui cucina e artigianato non sono mondi separati. Qui l’estetica non è ornamento, ma linguaggio identitario. Il racconto si chiude a Sassari, nella zona di Bancali, con Valentina Loddo e il suo home restaurant Sterreus Mesa, dove la tradizione viene riletta senza tradirla. Sa coccoi prena, cestini di pane ripieni tipici dell’Ogliastra, e i culurgiones fritti, proposti in versioni diverse, mostrano come il patrimonio gastronomico possa continuare a evolversi, restando fedele alle proprie radici. Essere ospiti di Studio Aperto Mag – dichiara Matta – ha significato dare spazio a una Sardegna lontana dagli stereotipi, fatta di case, di mani che impastano, di saperi tramandati senza clamore. Fatu in domo non racconta ricette: racconta persone, territori e relazioni. Portarlo su un canale nazionale è stato un gesto di orgoglio e di responsabilità. Perché il cibo, quando è raccontato con rispetto, non è intrattenimento: è cultura, identità e memoria viva.
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cuore
Su pane fatti indomo este su mezzus