
Antonella Grazia Capelli
di MAURIZIO ONIDI
Mentre continua la fuga dei giovani medici dai pronto soccorso per le condizioni di lavoro impossibili, frustrazioni economiche, di carriera e “soprattutto poco più di un giovane dottore su due sceglie di seguire dopo la laurea il corso di specializzazione necessario per imparare a impugnare un bisturi da chirurgo o per lavorare dentro un pronto soccorso: due specialità cruciali queste per far lavorare gli ospedali, ma che quest’anno hanno visto rispettivamente il 45% di posti non assegnati per emergenza urgenza (439 su 976 borse di studio) e il 37% per chirurgia (247 su 622 posti)” (Marzio Bartoloni, Il sole 24 ore 7 ottobre 2025) Antonella Grazia Capelli, neo direttore Pronto Soccorso, Obi e Medicina d’urgenza del pronto soccorso Ospedale Bassini di Cinisello Balsamo, e dei pronto soccorso e pronto soccorso pediatrico di Sesto San Giovanni, continua la sua splendida carriera in quell’ambito lavorativo.
Antonella Grazia Capelli, 48 anni, nuorese, laurea in Medicina e chirurgia, con lode, presso l’università di Sassari, specializzazione in chirurgia generale, con lode, preso l’Università di Pavia, ha conseguito otto master di II tra i quali: medicina d’urgenza ed emergenza; terapia intensiva; terapia intensiva pediatrica; soccorso avanzato extraospedaliero; management sanitario e coaching per l’eccellenza (in corso) oltre a numerosi corsi di formazione e qualificazione. Docente a contratto dell’Università di Brescia dove insegna medicina d’urgenza e patologia generale.
Alla professoressa Capelli abbiamo rivolto alcune domande.
Quando ha maturato la decisione di trasferirsi al nord? “Di fatto è stata una decisione che è maturata durante gli anni del corso di laurea. Avevo la necessità di continuare ad approfondire questo ambito, di continuare a studiare. Ho sempre avuto questa fame di sapere, di imparare, e con il tempo mi rendevo conto che ciò che mi poteva offrire la mia Terra, con tutto l’amore che provo per Lei, non fosse sufficiente rispetto a quello di cui in realtà avevo bisogno. La sentivo un po’ stretta. Durante il corso di studi di fatto ho sempre seguito non solo i nostri programmi del mio ateneo, a Sassari, ma anche i programmi i della Facoltà di Medicina di Roma, Milano, Verona e Genova, che scaricavo e integravo nei miei esami. Volevo essere al passo. Come dicevo prima è stata la decisione di voler ampliare il campo d’azione, ma anche istintiva. Una decisione non facile da attuare, quella di fare la specializzazione nella penisola, inizialmente non condivisa da mio padre che voleva restassi in Sardegna. Ero molto determinata. In questa “battaglia” coinvolsi anche il professor Dettori, il direttore della clinica chirurgica di Sassari, con il quale mi ero laureata. Alla fine, prevalse la mia scelta e andai a Pavia. Di fatto non sapevo a che cosa stessi andando incontro. Non ero mai uscita dalla Sardegna da sola. Era la mia prima esperienza lontana da casa, nonostante avessi studiato a Sassari. Mi ritrovai in un ambiente totalmente sconosciuto, culturalmente e socialmente. Col senno del poi devo dire che ho rischiato anche di rimanere a spasso, cioè di non entrare in specialità. Era ancora il periodo in cui si entrava in specialità dopo aver frequentato, da studenti, per un periodo, una scuola di specializzazione, e quindi dopo essersi fatti conoscere dal direttore della scuola di specialità. Di fatto sono andata un po’ controcorrente. Era il mio obiettivo e con tenacia l’ho raggiunto classificandomi prima al concorso per entrare in specialità”.

Perché la scelta di questa branca della medicina, molto particolare e delicata, un po’ controcorrente rispetto alle scelte di tanti altri suoi colleghi? “La scelta nasce in maniera un po’ strana. La specializzazione in chirurgia generale a Pavia è stata abbastanza impegnativa e faticosa anche dal punto di vista fisico. Mentre ero in specialità facevo anche 13 turni di guardia medica al mese. I soldi mi servivano per pagare i corsi all’esterno per approfondire ulteriormente anche oltre la specializzazione. Per la frequenza di questi corsi utilizzavo le giornate di ferie o i giorni di riposo dopo il servizio notturno. Chirurgia mi piaceva tantissimo e forte di questo mi sono impegnata al massimo anche per imparare a fare il chirurgo prima a Pavia e soprattutto a Modena con Prof. Melotti. Conseguita la specializzazione pensavo di aver concluso il periodo più duro ma così non era. Erano gli anni in cui non c’era carenza di medici, come attualmente. Trovare un posto in chirurgia non era facile. Non mi sono persa di coraggio e nell’attesa ho iniziato a lavorare in pronto soccorso a Vigevano, in ASST -Pavia, e come chirurgo volontario a Mortara con Prof. Bottani. Ero contenta, un primo successo comunque lo avevo raggiunto: fare il chirurgo. Alcune attività che si svolgono in pronto soccorso non le avevo mai fatte in scuola di specializzazione, per questa ragione, piuttosto che dimostrare di non essere in grado di farle mi sono messa a studiarle. Ho iniziato a fare una serie di master, otto per l’esattezza e fra poco diventeranno nove. Master universitari di secondo livello che mi hanno consentito di acquisire quelle competenze che mi mancavano per lavorare in pronto soccorso. Mentre ero pronta per essere assunta in chirurgia, finalmente, quel posto che mi avevano promesso non c’era più. È stata la mia fortuna. Con tanta determinazione mi sono concentrata sull’attività di pronto soccorso, nella quale, a questo punto avevo acquisito autonomia gestionale, clinica e decisionale che ben si confaceva al mio carattere e al mio modus operandi. Mi sono appassionata tantissimo a questa attività senza abbandonare la chirurgia perché di fatto per le manovre invasive le applichi anche in pronto soccorso. Lo stesso dicasi per l’aspetto chirurgico, aiuta tantissimo dal punto di vista gestionale e interventistico, perché il medico che opera in pronto soccorso deve essere rapido nelle decisioni e saper agire, saper mettere le mani e sapere dove metterle queste mani. Da questo punto di vista, anzi mi è stata proprio molto d’aiuto la specializzazione in chirurgia generale.Mi sono talmente appassionata a questa attività che sono diventata medico dei mezzi avanzati del 118, istruttore di rianimazione cardiopolmonare dell’adulto e pediatrico per l’American Heart Association, istruttore di ecografia della SIMEU e professore a contratto dell’Università di Brescia, dove insegno medicina d’urgenza e patologia generale.Queste esperienze lavorative mi hanno consentito di mettere a frutto tutte le mie competenze e potenzialità, di crescere ulteriormente e avere spazio per continuare a crescere. Successivamente, ho avuto anche l’onore di dirigere la Struttura Dipartimentale del Pronto Soccorso di Oglio Po, ASST-Cremona, dove, per 4 anni, ho fatto una bellissima e ricca esperienza manageriale ed umana. Ho di fatto potuto metter in pratica la mia idea di “teaching hospital”, lavorando trasversalmente su tutte le figure professionali costituenti l’equipe di pronto soccorso e, in un momento in cui medici specialisti non ve n’erano da nessuna parte, ho formato sul campo 23 medici di cui 20 arrivarono a lavorare da me ad un solo mese dalla laurea. Ciò mi ha consentito non solo di impedire il ridimensionamento o addirittura la chiusura del servizio di Pronto Soccorso, ma di poter affinare la mia leadership, le mie tecniche didattiche e le mie abilità organizzative tanto che, migliorando la qualità del servizio reso al cittadino, la popolazione aveva ridato fiducia a quel pronto soccorso con un incremento degli accessi annuali da 18000, al mio arrivo, ai 26000, alla fine del mio mandato. In tutto ciò, oggi, la nomina a direttore di struttura complessa di pronto soccorso obi e medicina d’urgenza non la considero un punto di arrivo bensì di partenza, perché questo lavoro mi piace, mi appassiona e non mi stancherò mai ringraziare il giorno che lo ho “scoperto” quasi per caso. Il lavoro di pronto soccorso è un lavoro di squadra, dove veramente “l’unione fa la forza”, dove si cresce insieme, ogni giorno, e insieme si condividono fatiche, sofferenze, ma anche gioie e soddisfazioni. Il pronto soccorso è un posto privilegiato da cui poter osservare e sostenere uno spaccato di società, che in pochi hanno l’onore di incontrare, dove si riscopre il “prossimo” nell’altro e, soprattutto, dove si riscopre la necessità e il dovere di difendere i pilastri universalistici e costituzionali fondanti il nostro Sistema Sanitario Nazionale”.
Le manca la Sardegna? “Si! Ho provato alcune volte a rientrare, prima come dirigente medico e poi come Direttore di Struttura Complessa. Ho vinto alcuni concorsi, ma purtroppo non si sono mai create condizioni propizie affinché potessi rientrare a casa e cogliere nuove opportunità di crescita. Tuttavia, non escludo che questo possa accadere in futuro. Sarebbe davvero significativo, un giorno, poter rientrare in Sardegna e mettere a disposizione della mia terra le competenze e l’esperienza maturate in questi anni. Il pensiero di poter contribuire concretamente a un cambiamento, offrendo il mio apporto per migliorare la sanità sarda, rappresenta per me un sogno e una forte motivazione. In questo momento la sanità nella nostra isola sta attraversando un periodo di sofferenza e difficoltà, e sento che il mio percorso, caratterizzato da determinazione, sacrificio e costante crescita professionale, potrebbe essere messo al servizio di una causa così importante. Nonostante la distanza, il legame con la Sardegna resta profondo e indissolubile. Ogni valore che porto con me – la determinazione, la caparbietà, la capacità di non arrendersi mai alle difficoltà – affonda le radici proprio nella mia terra. È dalla Sardegna che ho appreso la forza necessaria per affrontare le sfide, trasformando gli ostacoli in opportunità di crescita. Contribuire a dare una svolta positiva alla sanità sarda significherebbe restituire, almeno in parte, ciò che la mia isola mi ha donato e rappresenterebbe per me non un punto d’arrivo, ma l’inizio di una nuova e appassionante sfida”.
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