
Marta Massa
di GUIDO GARAU
“E finire è cominciare: la fine è là onde partiamo” scrive Thomas Eliot. Lei è partita presto, ha studiato storia del cinema a Dublino, sperimentazione documentaria a Edimburgo, poi un ritorno e di nuovo una fuga: DocNomads è un master internazionale di due anni in Documentary filmmaking finanziato dall’Unione Europea (Erasmus Mundus) pensato per formare futuri registi di documentari con un approccio artistico contemporaneo. La porta a Lisbona, Budapest, Bruxelles.
Massa, cosa tiene insieme tutte queste partenze? Credo che ogni volta che lasci una terra, quella terra rimanga incastrata sotto le unghie. Io ho iniziato a capire cosa fosse davvero “Sardegna” solo quando me la sono ritrovata addosso mentre vivevo altrove. In Irlanda, soprattutto: lì ho visto cosa significa crescere in un Paese che porta ancora il peso del colonialismo. Il non detto, l’identità ferita, la rabbia trasformata in azione. Da loro ho imparato a guardarmi allo specchio: la nostra appartenenza è qualcosa che ci è stata tolta e restituita in pezzi. E quando cresci così partire non è una scelta romantica: è un’urgenza che ti viene inculcata.
Ma partire non ti salva. Ti costringe solo a fare i conti con la domanda che eviti: di che terra sei davvero? In Terra emersa questo conflitto si sente, quasi come un vento contrario. Anche l’introduzione che ha tradotto in sardo, ispirata a Canne al vento di Grazia Deledda, sembra una dichiarazione politica.Sì, perché la lingua è sempre politica. Tradurre quel testo nella mia variante di sardo è stato un gesto intimo, un piccolo atto di restituzione. Per anni abbiamo nascosto l’accento, quasi fosse una colpa. Io stessa, da ragazza, mi accorgevo che più parlavo, più mi sembrava di perdere valore. Come se la mia voce dicesse troppo di me, troppo di noi. Poi ho capito che è esattamente il contrario: l’accento racconta da dove arrivi, chi ti ha cresciuto, quali ferite porti. Non è mai diminuzione, è radice. E il cinema, se non si radica, non dice niente.
La protagonista del film, Sara, arriva da Nebida, un paradiso con altissimi tassi di tumori. Il territorio come ricchezza e come ferita. Nebida è un corpo bellissimo che soffre. Come tante parti della Sardegna è stato sfruttato, svuotato, avvelenato. Quando parlo di colonialismo non uso una metafora: è accaduto davvero, e continua ad accadere. Il territorio viene spolpato e poi accusato di non “saper stare al mondo”. Sara vive in quel paradosso: ama la sua terra, ma quella stessa terra uccide. Da qui nasce la domanda che attraversa tutto il film: come ci si può sentire parte di un luogo che non ti protegge? Eppure è proprio lì, in quella ferita, che inizia la cura. Io e Sara parlavamo per ore, e a un certo punto le ho detto: “più parliamo e più ti capisco”. Era come se venissimo dalla stessa corrente sotterranea.
Lei parla spesso di consapevolezza come gesto pericoloso: prima arriva la rabbia, poi la lotta. La consapevolezza è un risveglio che non ti permette più di accontentarti. Quando capisci perché certe cose sono successe, chi le ha prodotte, e perché ti hanno insegnato che non avevi diritto di reclamarle, allora o ti arrabbi o ti anestetizzi. Io non mi voglio anestetizzare. Un ragazzino di nove anni mi ha detto: “Io dalla Sardegna me ne dovrò andare, e forse tornerò in pensione”. A nove anni ha già interiorizzato l’idea che la sua terra non gli appartiene. Questo è devastante. Noi dovremmo insegnare l’opposto: che si cresce dove si è nati, che non si nasce dalla ferita del distacco.
Il cinema diventa, così, un atto politico. Assolutamente sì. Il cinema dice quello che la politica non vuole dire. Se mancano i diritti fondamentali – lavoro, salute, possibilità di restare – non si può parlare di futuro. Un regista del territorio non deve solo mostrare una storia, deve restituire una narrazione che ci è stata sottratta. Penso a “Nella colonia penale”, un documentario collettivo diretto da Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana, al lavoro di Vittoria Soddu: opere non allineate ai canoni, perché i canoni non li hanno mai previsti. Il mio film è un invito alla conversazione, un tavolo dove sedersi e finalmente guardarsi negli occhi.
Parallelamente sta lavorando a un altro documentario, presentato al Festival dei Popoli: la storia di Maja T. Sì, ed è un lavoro che mi sta segnando profondamente. Maja ha ventiquattro anni, è in isolamento da quasi un anno nel carcere di Budapest, accusata senza prove degli stessi fatti per cui era stata arrestata Ilaria Salis. Ha smesso di mangiare: lo sciopero della fame è l’unico strumento di protesta che resta ai detenuti quando tutto il resto viene tolto, ma è una scelta durissima, soprattutto se arrivi a quel punto già debilitato. Io ho partecipato a tutte le dodici udienze, e ogni volta uscivo con la sensazione di assistere a qualcosa che non dovrebbe esistere in un Paese europeo. Maja è stata estradata illegalmente dalla Germania, quello che succede in Ungheria succede già nel resto dell’Europa. Sto lavorando a un lungometraggio perché questa storia non può rimanere chiusa in una stanza d’isolamento: va aperta, va mostrata, va capita. Ed è per questo che sono ancora a Budapest.
In fondo, che si parli di Sardegna o di Budapest, il centro sembra sempre lo stesso: come si diventa persone autodeterminate? Sì. Siamo pieni di ferite che non abbiamo scelto, ma che possiamo imparare a nominare. L’autodeterminazione non è fare tutto da soli: è capire da dove arriviamo, cosa ci ha modellato, come possiamo trasformarlo. E soprattutto è non lasciare che siano altri a raccontarci chi siamo. Il cinema, almeno per me, è questo: una terra emersa. Uno spazio che prima non c’era, che finalmente respira, e che ci permette di respirare insieme.
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