
Giovanni Dettori
di GIANRAIMONDO FARINA
Aveva 89 anni. E’ venuto a mancare il 27 dicembre. Giovanni Dettori è stato descritto molto bene da un acuto articolo scritto dal suo compaesano Natalino Piras, pubblicato sulle colonne della Nuova Sardegna nel 2006. Bittese come lui, uomo di cultura come lui, Piras ne aveva, già a suo tempo, ben delineato i grandi tratti di una profonda e poliedrica formazione culturale. Di una delle voci più autorevoli del panorama poetico sardo ed italiano. Perché tale si definiva: sardo ed italiano allo stesso tempo. Nato nel 1936 a Bitti, terra di cultura, “culla asproniana” per eccellenza. Nel 1994, la “ciliegina sulla torta”: il premio Giuseppe Dessi’, sezione speciale con il libro “Amarante”. Un caso letterario. Poeta delle migrazioni, ancora prima di emigrare lui personalmente. Giovanni Dettori era questo gia’ negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Docente di filosofia alle magistrali. Ed è, appunto, in questo periodo giovanile che si forma e caratterizzerà sempre più la sua vena poetica di “osservatore delle migrazioni”. Di una Sardegna di allora che, non distante da quella odierna, si spopolava. Emblematica l’immagine della stazione di Macomer, snodo e crocevia del sistema ferroviario sardo centrale, che ospitava genti e famiglie intere isolane del Marghine, del Goceano e delle Barbagie, in attesa dei convogli provenienti da Cagliari ed in partenza per Porto Torres o Olbia. Destinazione il Nord Italia o l’Estero. Gli “altri dove” della poesia di Giovanni Dettori. Si raccontano i drammi di partenze, povertà ed abbandoni. Poi, come ben descrive Piras, a partire, “a migrare”, sarà lui stesso. Nella prima metà degli anni Sessanta. Quelli del “boom” economico. Destinazione Torino, da sempre uno dei “poli” attrattivi dell’emigrazione. Prima in quanto capitale del Regno di Sardegna e d’Italia. Poi “perno” del triangolo industriale del primo sviluppo economico del Paese appena unificato. Cui non si sottrarra’ l’emigrazione sarda. Anzi, nel capoluogo sabaudo ne diverrà protagonista centrale. E Giovanni Dettori ne sarà protagonista di prim’ordine. Diventando per tanti lustri direttore della Biblioteca di Scienze Politiche dell’Università di Torino. E, da bibliotecario, come ricorda sempre Piras, è stato lo stesso Dettori a scrivere una profonda biografia di un altro illustre bittese emigrato nel capoluogo piemontese: Francesco Albergoni, addetto alle relazioni esterne della Biblioteca della Fondazione Einaudi, venuto a mancare nel 2022 ad 83 anni. E da Torino la fama ed i riconoscimenti non tarderanno ad arrivare. Sia come poeta. Sia come traduttore e saggista. Partendo, come ricorda sempre Piras, da riviste del calibro di “Thelema” per la letteratura e l’arte. Dettori verrà scoperto soprattutto in Francia al festival poetico di Lodeve in Linguadoca. E sarà proprio il paese transalpino a fungere da collante e nuovo centro d’irradiazione dell’opera letteraria del bibliotecario bittese. Grazie, soprattutto, alla traduzione operata da un letterato sardo tunisino del calibro di Marc Porcu, il “poeta pirata”, prematuramente scomparso nel 2017 a soli sessantatre anni, che, tra le altre cose, aveva fatto scoprire Sergio Atzeni ai francesi. Oltre a Giovanni Dettori, naturalmente. Sarà, infatti, Porcu a curare, alla fine del 2005, l’antologia personale in lingua transalpina del poeta bittese, “Antologie personelle”, dopo aver dato un “assaggio” della conoscenza di Dettori ai francesi, sempre nel 2005, con il libro a più voci “L’Heure Injuste”. Ma è l’opera antologizzata da Porcu a fungere punto decisivo della sua critica poetica
Le opere antologizzate sono “Canto per un capro”, poema da Giovanni scritto dopo la morte del figlio adolescente Gianluca, “Amarante” e alcune altre cose inedite oppure riprese da “Arcobaleno” e “In questo tempo”. Una sorta di “antologia dell’erranza” sapientemente definita da Natalino Piras. Ma che riprende quanto il critico e poeta sardo-napoletano Leandro Muoni, anch’egli prematuramente scomparso nel 2021, aveva evidenziato nella postfazione: ” Dettori riesce a rendere il concordo-discordo tra varie espressioni linguistiche”. Ed è la sua storia, di “poeta migrante e del migrare” che viene cantata. Fino in fondo. Partendo anche, e soprattutto, dai momenti tristi dell’adolescenza, “in primis” la perdita del padre, morto mentre riparava un muro, “sradicato dal vento che ringhia”. Ed il lutto, rimarcato da Piras, che “entra in due case”: quella dei Dettori e quella del bracciante che rientrava dalla vigna. Vittime del muro. In un “attitu” perenne. Canto lugubre sardo che risuona più volte nell’ opera di Dettori. Anche nel ricordo del compianto Sergio Atzeni, tragicamente perito in mare nel 1995. Atzeni conobbe Dettori a Torino, definito “fratello di passo uccello migratore”. Di contro il poeta bittese chiamava lo scrittore cagliaritano, cone sempre ricordato da Piras, con l’affettuoso appellativo di “campidanesu iscurtu”. Un’altra altra antologia in cui a dominare è “s’attitu” è “Canto di un capro”, edita nel 1986. Il poeta conosceva bene le diverse sfaccettature di sorella morte. Che ben risaltano in questa pubblicazione. Il testo francese a fronte traduceva l’italiano di Dettori e quello dell’epigrafe tratta dal poema dell’antica Mesopotamia “Gilgamesh”.”La traduzione transalpina, sottolineava ancora Piras, “lasciava così come sono le parole “Tragoidia”, appunto canto del capro, in greco, e “Attitu”, in sardo”. Legato al tema della morte è quello del vento di “Le Vent souffle où il veut”. È il Vento, quel Paraclito, quello Spirito che soffia dove vuole. Ed anche qua le migrazioni, i corpi e le anime degli emigranti sono nel soffiare del vento. In una trama poetica dove, riprendendo ancora la lettura di Muoni, sembrano dominare tutti i grandi temi della poesia italiana ed europea del Novecento: dignità dell’uomo, sradicamento, viaggio, memoria, libertà, morte e destino. Il senso dell’esistenza”. Che, nello specifico, contribuiscono a fare di Dettori il “poeta del Dolore del disterro per eccellenza”. Dove, come lui stesso affermava, le migrazioni appaiono come “torpori, morte da altra morte, errando sempre, peregrinando sempre verso il paese di Mai- Dove”. Fai buon viaggio aedo del nostro migrare.
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