LA DONNA SCOMPARSA A CALAMOSCA: IL GIALLO DI CAGLIARI, IL MISTERO DI MARTINA LATTUCA TRA ROCCE, MARE E SILENZIO

Martina Lattuca

Il vento sferza le rocce della Sella del Diavolo, piega gli alberi di lentisco e porta con sé l’odore salmastro del mare che si infrange sugli scogli. Qui, tra cielo e onde, il 18 novembre 2025, Martina Lattuca ha fatto l’ultimo passo visibile a qualcuno. Con un ombrello stretto tra le mani, la commessa di 49 anni si incammina sul sentiero che porta al promontorio, come ogni amante del mare in cerca di silenzio e panorama. Ma quel giorno, il silenzio l’ha inghiottita. Dopo quel passo, nessuno l’ha più vista. Martina, donna riservata, timida e generosa, amava il figlio, la famiglia e il lavoro. Non c’è alcun motivo apparente per cui avrebbe deciso di sparire. Eppure, quel giorno, il suo passo si perde tra rocce e sentieri, e nessuno riesce a rintracciarla.

Il cellulare resta spento. La macchina, una Lancia Musa rosa antico, viene ritrovata chiusa vicino a un caffè, senza alcun segno di forzatura. Chiunque la conosca sa che non avrebbe mai abbandonato così le sue cose. Il vuoto comincia a insinuarsi tra amici, colleghi e familiari. Le telecamere di sicurezza mostrano la silhouette di Martina, ma poi il nulla: nessuna testimonianza diretta, nessun messaggio, nessuna telefonata. È come se il tempo si fosse fermato e il paesaggio l’avesse inghiottita.

Il mare restituisce segnali che confondono e intrigano. Uno zaino, con dentro documenti, portafoglio, cellulare e ombrello, emerge tra le onde. Poco dopo, una scarpa appare vicino a una grotta. Oggetti intatti, come pezzi di un puzzle sparsi, segnali di presenza e al tempo stesso di assenza. La natura sembra custodire il suo segreto con gelosia.

In mancanza di risposte, la famiglia ha rotto il silenzio con una lettera pubblica, scritta dalla cugina Alessandra a nome della sorella Sara e del figlio di Martina. Il testo è un grido disperato che non cerca compassione, ma verità. «Ci è stato chiesto di credere che dopo un salto di settanta metri lo zainetto sia rimasto integro», scrive Alessandra, denunciando il paradosso e respingendo versioni comode del caso. La lettera sottolinea l’amore di Martina per la famiglia e per il figlio, la sua dedizione e la sua attenzione verso chi le stava vicino. E conclude con un appello acceso: “Martina merita la verità. Anche ciò che sembra insignificante potrebbe cambiare tutto. Forse potrebbe ancora essere viva. La merita lei, che mai avrebbe scelto da sola una strada oscura e pericolosa. La merita suo figlio. La merita sua madre. La merita sua sorella Sara, per conto della quale e d’accordo con lei scrivo. La merita chiunque l’abbia amata. La merita una comunità intera che non può vivere con l’idea che Calamosca sia un buco nero dal quale si può scomparire senza lasciare tracce”.

Si evidenziano inoltre contraddizioni sugli oggetti ritrovati: le scarpe praticamente intatte, lo zainetto integro e il cellulare che aggancia un ripetitore lontano non corrispondono a quanto ci si aspetterebbe da una caduta da oltre settanta metri in condizioni impervie.

Infine, la famiglia richiama il forte legame di Martina con i suoi cari, sostenendo che il suo carattere altruista e attento agli altri rende implausibile l’idea che avrebbe volontariamente deciso di ferire profondamente chi le stava vicino. La contraddizione tra la sua personalità e l’ipotesi di un gesto estremo appare, per loro, evidente.

Il territorio diventa teatro di una mobilitazione senza precedenti. Vigili del fuoco, Guardia costiera, Soccorso Alpino, unità cinofile, droni e sommozzatori scandagliano sentieri, scogliere, grotte e fondali. Ogni centimetro viene esplorato, ogni angolo scrutato, ma la donna non si lascia trovare.

I soccorritori descrivono il percorso impervio: tratti di roccia scivolosa, dirupi nascosti, grotte inaccessibili dall’acqua. La pioggia rende il terreno instabile, il vento gelido taglia la pelle. Eppure, nessuno cessa di cercare, mossi dall’idea che ogni secondo sia prezioso.

Chi partecipa alle ricerche parla di un senso di spaesamento: «Cammini sul sentiero, guardi tra gli anfratti delle rocce, e senti come se qualcuno ti osservasse senza farsi vedere», racconta un volontario. I cani cinofili annusano senza sosta, il rombo degli elicotteri si confonde con il fragore delle onde. Il silenzio, invece, è sempre più presente, come se il territorio custodisse gelosamente la verità.

Il caso rimane sospeso tra oggetti ritrovati e assenze definitive, tra le onde e le rocce, tra il dolore dei familiari e il silenzio della natura. Gli investigatori non escludono alcuna ipotesi: da un incidente sul sentiero, a un gesto volontario, fino a un possibile incontro con terzi. Tutto resta aperto, tutto deve ancora trovare una spiegazione. La comunità osserva, la famiglia spera, e ogni giorno che passa aumenta la pressione sul mistero: dove si trova Martina Lattuca? E soprattutto, cosa le è successo dopo quell’ultimo passo sotto la pioggia?

La Sella del Diavolo continua a guardare il Golfo degli Angeli con il suo silenzio implacabile. La verità è nascosta tra rocce e onde, ma il desiderio di scoprirla non si placa. Ogni segno, dettaglio, testimonianza potrebbe essere la chiave per svelare il destino di Martina. E finché quella risposta non arriva, il mistero rimane sospeso, inquietante, tra la luce grigia del cielo e il fragore del mare, tra la voce della famiglia e l’eco di un’assenza che pesa più di qualsiasi parola.

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