
di STEFANIA ANGIUS
A Muravera, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere non è stata una semplice ricorrenza. È stata un’occasione di ascolto profondo, un momento di riflessione collettiva in cui la comunità ha deciso di fermarsi, guardare in faccia una ferita ancora aperta e interrogarsi sul ruolo di ciascuno nella costruzione di un cambiamento reale. In un mondo in cui la violenza spesso viene nascosta o banalizzata, l’iniziativa ha offerto uno spazio autentico, in cui la memoria diventa strumento di prevenzione e la consapevolezza si trasforma in azione.
L’evento ha visto una partecipazione ampia e consapevole. Cittadini di tutte le età, insegnanti, studenti, professionisti, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni locali hanno seguito gli interventi con attenzione e coinvolgimento emotivo. Più che un incontro pubblico, è stato un dialogo reale, un momento in cui la comunità ha potuto condividere esperienze, riflessioni e silenzi significativi, generando un senso di corresponsabilità diffusa. La violenza di genere, osservata non come cronaca di episodi tragici ma come fenomeno sociale e culturale, emerge qui come sfida collettiva, un problema da affrontare ogni giorno, con impegno e attenzione costante.
Alla base dell’iniziativa vi è stato un percorso condiviso, nato dall’impegno della Rassegna Letteraria Muraverese e del Collettivo Janas, e ampliato grazie alla collaborazione della Compagnia Teatrale La Forgia APS, della Parrocchia di Muravera, dell’associazione Radio La Voce e della Consulta Anziani. Questa sinergia ha mostrato come il lavoro di rete possa generare strumenti concreti di sensibilizzazione e occasioni significative di confronto, coinvolgendo l’intera comunità in un percorso di crescita collettiva e responsabilità condivisa.
A introdurre e moderare l’incontro è stata Manuela Spina, direttore artistico della Rassegna Letteraria Muraverese, che ha posto l’accento sull’importanza di costruire ponti tra persone, istituzioni e generazioni, sottolineando come la violenza di genere non sia un fenomeno isolato, ma il prodotto di dinamiche culturali profonde e quotidiane. Solo attraverso l’impegno consapevole di ciascuno è possibile trasformare la memoria in prevenzione, la denuncia in educazione e la consapevolezza in azione concreta.
Tra gli ospiti, l’On. Piero Comandini, Presidente del Consiglio Regionale, ha ricordato la responsabilità collettiva della società. Citando i dati – 77 donne uccise in Italia in un solo anno da partner o ex partner – ha restituito la drammaticità di una realtà che non può essere ignorata. Comandini ha evidenziato quanto sia urgente un intervento sistematico, capace di coinvolgere istituzioni, famiglie, scuole e comunità, e ha sottolineato l’importanza di educare e sensibilizzare come strumenti di prevenzione fondamentali.
L’intervento della Dott.ssa Monia Piroddi, dirigente psicologa dell’ASL 8 di Muravera, ha approfondito i meccanismi psicologici che intrappolano le vittime in relazioni violente: paura, isolamento, dipendenza emotiva, senso di colpa. Ha ricordato quanto sia cruciale rafforzare reti territoriali capaci di intercettare il disagio, offrire sostegno concreto e accompagnare le vittime lungo percorsi di recupero e autonomia, restituendo loro dignità e sicurezza. Le sue parole hanno reso tangibile la complessità del problema, mostrando come la violenza non sia solo fisica, ma profondamente psicologica e sociale.
Lo sguardo della comunità si è poi rivolto ai giovani, con l’intervento della pedagogista Chiara Pili, che ha condiviso esempi concreti dalla sua esperienza quotidiana con adolescenti e ragazzi. Pili ha sottolineato come le nuove generazioni siano particolarmente vulnerabili a relazioni distorte e alle influenze negative dei social media. Tuttavia, ha evidenziato, il dialogo aperto, la condivisione e il confronto con coetanei e adulti rappresentano strumenti essenziali per costruire relazioni rispettose e consapevoli, capaci di contrastare la normalizzazione della violenza e promuovere una cultura del rispetto.
Un contributo altrettanto rilevante è stato quello dell’On. Camilla Soru, Presidente della Commissione Permanente Lavoro, Cultura e Formazione Professionale. Soru ha posto l’accento sull’aspetto educativo della prevenzione: le radici della violenza di genere affondano nei modelli culturali interiorizzati sin dall’infanzia. La famiglia e la scuola, ha spiegato, giocano un ruolo decisivo nel formare cittadini capaci di riconoscere e contrastare comportamenti nocivi e discriminatori, insegnando rispetto, empatia e uguaglianza.

Il dirigente scolastico dell’Istituto Einaudi-Bruno di Muravera ha ribadito il ruolo della scuola come roccaforte educativa e luogo di prevenzione. Attraverso incontri, conferenze, laboratori e spazi di confronto, la scuola può sensibilizzare studenti e comunità, trasformando la conoscenza in consapevolezza e prevenzione.
Durante l’incontro, letture, documenti e testimonianze hanno accompagnato la riflessione del pubblico, creando un’atmosfera di partecipazione emotiva. Tra i momenti più intensi, la proiezione dell’intervento dell’Ing. Gino Cecchettin, pronunciato al funerale della figlia Giulia, ha reso tangibile il dolore umano e trasformato la memoria in un monito collettivo, ricordando che dietro ogni dato statistico c’è una vita spezzata e un lutto che coinvolge l’intera comunità.
L’esperienza di Muravera ha dimostrato che la consapevolezza collettiva non può limitarsi a commemorazioni simboliche. Occorre interrogarsi ogni giorno, impegnarsi concretamente, costruire reti di sostegno e promuovere una cultura del rispetto. La violenza di genere non è un fenomeno episodico: è una piaga sociale e culturale, radicata in stereotipi, pregiudizi e squilibri di potere che permeano la vita quotidiana. Affrontarla significa ripensare profondamente le relazioni tra uomini e donne, educare al rispetto e all’empatia, offrire protezione e sostegno a chi è più vulnerabile, e costruire comunità consapevoli, in cui nessuno sia lasciato solo di fronte al dolore o all’ingiustizia.
La giornata di Muravera ha mostrato che il cambiamento è possibile quando l’impegno è collettivo, la voce di ciascuno viene ascoltata e la partecipazione è autentica. Ogni intervento, ogni testimonianza, ogni silenzio condiviso ha ricordato che prevenzione, educazione e responsabilità sono strumenti concreti per costruire un futuro in cui dignità, sicurezza e inclusione siano valori imprescindibili. Solo così la memoria del dolore può trasformarsi in un impegno quotidiano, capace di generare relazioni più rispettose, comunità più sicure e una società davvero giusta.
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