LAVORO E GIUSTA RETRIBUZIONE, ECCO COSA VORREMMO DAL 2026: E’ SEMPRE PIU’ ALTO IL NUMERO DELLE FAMIGLIE CHE VIVONO IN POVERTA’

L’elaborazione dei dati territoriali Istat in merito all’inflazione di novembre fatta dalla Unione nazionale consumatori, mostra che rispetto alle altre regioni italiane la Sardegna ha avuto un rincaro medio fortunatamente basso: il rincaro annuo per le famiglie sarde in media è stato di 134 euro mentre l’inflazione tendenziale annua calcolata a novembre è stata dello 0,7%.

Rilevanti sono state però le differenze intra-regionali: nella provincia di Olbia-Tempio il rincaro è stato il maggiore con 239 euro di aumenti e una inflazione di 1,2%, seguita da Cagliari (163 euro e 0,8%) e poi Sassari (80 euro di aumento 0,4% di inflazione).

Il fatto è che, malgrado questo dato sia basso, permane un problema di fondo ossia la persistente povertà in busta paga: secondo i dati riportati nel nostro rapporto METE 2025, la retribuzione media nel 2024 in Sardegna è stata di 13.601 euro; siamo la quattordicesima regione italiana per retribuzione media, dunque qualsiasi rincaro del costo della vita, in una situazione economica così debole, diventa un problema.

Più in generale, in Sardegna ci sono oggi 128.000 famiglie che soffrono di povertà relativa (cinquemila in più rispetto al 2023) e secondo la definizione Istat è “povera una famiglia di due componenti con una spesa per consumi inferiore o uguale alla spesa media per consumi pro-capite”; dunque i numeri sardi ci raccontano una regione che arranca e che non riesce ad assicurare per tutti quel benessere base che permette una vita dignitosa.

C’è poi l’aspetto di genere che deve essere considerato. Secondo l’analisi dei dati Istat fatta dall’ANSA nel corrente mese, la differenza di retribuzione fra uomini e donne resta alta anche a causa del maggiore utilizzo tra le donne del part time, a causa della media più bassa dei giorni di lavoro retribuiti nell’anno ma anche delle posizioni più basse: nel 2024 la retribuzione media delle donne è del 29% in meno rispetto agli uomini, un dato decisamente rilevante.

Come rilevato nel rapporto METE 2025 “[…] a bassi livelli di occupazione femminile -sostanzialmente a percentuali elevate di famiglie monoreddito in contesti di welfare familiare scarso- si è associata anche una ridotta natalità” (elemento che è ormai un problema cronico sardo).

Cosa vorrebbero dunque le ACLI della Sardegna per il 2026?

Noi vorremmo che il tema del lavoro correttamente retribuito diventasse l’elemento di riferimento per chiunque si occupa di politica, perché senza un lavoro che permetta una vita dignitosa gli uomini e le donne non possono vivere né sentirsi parte di una comunità. Noi continuiamo a credere che senza lavoro ed equità sociale non ci potrà essere vera pace e vorremmo che le analisi fatte fossero maggiormente prese in considerazione dai decisori politici, nazionali ma anche locali; perché si capisca che è necessario intervenire al più presto affinché le differenze sociali diminuiscano e non aumentino all’interno di tessuti umani sempre più impoveriti. Noi vogliamo che il lavoro femminile abbia la stessa retribuzione di quello maschile, perché questa differenza non ha alcune senso nel 2025.

Come ACLI noi continueremo ad agire nelle società in cui viviamo perché crediamo che anche attraverso il nostro contributo si possano migliorare le vite delle persone; ma crediamo anche che sia necessario capire che solo intervenendo sulle retribuzioni e assicurando un lavoro stabile si potrà rendere più serena la vita di migliaia di sardi e magari aiutare anche la demografia isolana, che continua ad esser in calo anche a causa delle scarse prospettive economiche.

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