
Marta Cicilloni
di MARIAZZURRA LAI
Con Le nostre tracce l’autrice racconta l’intimità dei silenzi, le distanze emotive e le storie che chiedono di essere attraversate, non spiegate.
E se una storia non nascesse per essere raccontata, ma per farsi ascoltare piano, tra le pieghe dei silenzi? Le nostre tracce è un romanzo che non chiede di essere spiegato, ma attraversato. Si muove nei territori fragili delle distanze emotive, dei non detti, delle attese che cambiano forma e delle relazioni che non seguono linee rette. È una narrazione istintiva, quasi necessaria, che prende per mano chi scrive prima ancora di chi legge, e lo conduce in luoghi familiari e insieme irrisolti: Londra e Cagliari, sì, ma soprattutto dentro quelle fratture invisibili che separano ciò che sentiamo da ciò che troviamo il coraggio di dire. In questa intervista l’autrice racconta il dietro le quinte del romanzo: la sua nascita non programmata, i personaggi che si sono imposti con i loro silenzi, il rapporto con il passato, con la memoria e con le tracce che restano anche quando crediamo di averle cancellate. Ne emerge una riflessione lucida e intima sulla scrittura come atto di comprensione prima ancora che di accettazione, e sul libro come spazio vivo, capace di continuare a parlare in modo diverso a ogni lettore. Un dialogo che non cerca definizioni rassicuranti né etichette di genere, ma lascia affiorare una verità più sottile: a volte le storie più profonde sono quelle che ci sussurrano le domande che non abbiamo mai fatto.
Quando hai iniziato a scrivere Le nostre tracce, sapevi già dove ti avrebbe portata o è stato un libro che ti ha presa per mano, passo dopo passo? Ho iniziato a scrivere le prime pagine di questo libro in un periodo di turbamento: non ricordo proprio da quale punto fossi partita e se quelle prime righe siano effettivamente finite in stampa. Dopo circa un mese di appunti e di spunti, una linea narrativa in particolare ha iniziato a prendere una sua strada e, proprio come in una via sconosciuta, non sapevo dove mi avrebbe portata; la percorrevo osservandola cammin facendo.Sto conoscendo diversi autori che dichiarano di sapere, sin da subito, dove portare la loro storia, fino a che punto, con quale struttura e quale finale. La scrittura delle pagine de Le nostre tracce è stata invece molto istintiva e il romanzo mi ha quasi rapita, come se mi chiedesse di essere raccontato, di vedere come proseguisse, tanto che il finale è arrivato quasi per caso e ad un risveglio, forse per una sensazione derivante da un sogno appena fatto.
C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che questa storia non poteva più restare solo tua, ma doveva diventare un romanzo? Appena ha iniziato a prendere davvero forma ho capito subito che potesse divenire un romanzo con qualcosa da dire, ma ho pensato che potesse diventare dei lettori quando ho partecipato a un concorso letterario dove ho ricevuto dei pareri bellissimi, anche solo per l’incipit iniziale (l’unica parte che in quella fase poteva essere presentata).
Tommaso e Vittoria sembrano portarsi addosso molto più di quello che dicono. Quanto silenzio c’è stato, per te, nella loro costruzione? Ai silenzi e ai non detti dei due protagonisti ho voluto dare, paradossalmente, una profondità, una dimensione realistica e reale che probabilmente ho vissuto spesso. Lavorare nella comunicazione mi porta a dire che il confronto è l’unica risorsa possibile per crescere come persone e nelle relazioni di qualsiasi genere, ma nei rapporti più stretti e intimi spesso sono invece i silenzi quelli più tangibili, anch’essi ricchi in egual modo di significato.

Nel libro le distanze non sono solo chilometri. Qual è stata la distanza più difficile da raccontare? La distanza fisica raccontata tra Londra e una Cagliari un po’ nascosta è veramente poca cosa rispetto alle distanze emotive dei personaggi create fondamentalmente dalle rispettive, anche se diverse, paure. Oblio, negazione, mezze frasi e le canzoni dietro a cui entrambi i protagonisti si nascondono, in realtà, li scuotono dentro più di qualsiasi altra cosa. “Più quello che sentiamo è forte”, dice a un certo punto Tommaso “più mi convinco che possa diventare una di quelle cose che ti riempiono tutto e ti svuotano in niente.”
Hai scritto di attese, di partenze, di ritorni che forse non arrivano mai. Quanto ti appartiene questo movimento continuo? Una relazione ferma è una relazione finita. Credo che non si possa pensare ai rapporti come qualcosa di lineare e costante ma, per crescere, probabilmente seguono anche linee sinusoidali, parabole e segni di infinito, avvicinamenti e allontanamenti, andate e ritorni, di apici e momenti belli, ma anche di discussioni, che si auspicano costruttive per poter crescere insieme. Nelle relazioni si litiga, ci si allontana, ma se c’è qualcosa che tiene unite le persone, allora non si potranno mai dire totalmente perse. Quando invece permane la staticità, allora è solo quello il momento in cui ci si allontana definitivamente.
Scrivendo, ti è mai capitato di riconoscerti in una fragilità dei tuoi personaggi che non avevi previsto? Se non sapevo dove mi avrebbe portata questa storia, una cosa invece l’avevo chiara: chi fossero i protagonisti. Ne ho seguito facilmente i percorsi mentali, i caratteri diversi, i punti di forza e quelli di debolezza. A volte, sia Vittoria che Tommaso, così come i loro amici, mi somigliano, in altri casi mi sono divertita a farli ragionare, agire e sentire in modo diametralmente opposto al mio.
Ci sono pagine che hai fatto fatica a rileggere, non per la scrittura, ma per quello che ti hanno costretta a sentire? No, per nulla. Cercavo anzi di sentire tutto, come se a vivere ogni fatto fossi io in prima persona, sia quando a parlare era una voce maschile, che quando femminile, anzi sottolineando sensazioni, emozioni e perfino andando alla ricerca di piccoli dettagli negli scenari in cui si svolgono le vicende.
Le nostre tracce parla anche di ciò che resta, di ciò che non si vede più ma continua a farsi sentire. Tu che rapporto hai con quello che è stato? Probabilmente vivo il passato colorandolo di dolci ricordi nostalgici persino di periodi non facili, spesso aiutandomi con l’ascolto di vecchi dischi. Non credo a stacchi forzati e netti tra quello che siamo stati sin da bambini e quello che diventiamo da adulti. Ci portiamo dentro un’essenza che rimane anche quando cerchiamo di nasconderla. È lì che vedo e trovo un senso positivo di ciò che è stato, che ci forma, anche quando è stata una possibilità sfiorata.

Se dovessi descrivere questo libro non a un lettore, ma a te stessa di qualche anno fa, cosa le diresti? Guarda che non è un romance.
Quanto è stato difficile lasciare andare Tommaso e Vittoria una volta arrivata all’ultima pagina? Devo dire che questi due mi hanno fatta ridere e commuovere più di una volta e che, anche in questo momento, mi mancano un po’ le ore passate con loro nel manoscritto. Quella sensazione di vivere un’avventura e un’atmosfera che solo i libri e la nostra capacità di immaginazione sanno creare è la stessa che ho vissuto io scrivendo e che mi riportano ora i lettori. Un libro è in grado di essere ancora un mezzo molto potente e sempre diverso, perché il suo significato è sempre personale e determinato dall’immaginazione e dall’elaborazione di ciascuno. È in grado di spiegarci il mondo che viviamo, ciò che abbiamo vissuto oppure qualcosa di sconosciuto. Ricordo di aver letto un’immagine satirica che diceva che il libro è un po’ una magia, perché in fondo “viviamo vivide allucinazioni mentre leggiamo fettine di albero con qualche macchia di inchiostro”.
Pubblicare un romanzo è un atto di esposizione. Cosa ti ha fatto più paura nel consegnare questa storia agli altri? Sicuramente la possibilità di essere criticata, più che quella di espormi, ma dalle recensioni che sono arrivate sin dal concorso e passando a quelle attuali posso dire che fosse piuttosto infondata. Mi piace sapere che i lettori si appassionino alle pagine riportandomi tutti di voler arrivare al finale molto celermente e con la curiosità di scoprire come se la caveranno “i nostri eroi”.
C’è qualcosa che speri che i lettori sentano, anche senza saperlo spiegare a parole? Sì, noto che chi legge il libro comprende molte sue sfumature non palesate, il clima psicologico e le sue ambientazioni fisiche o emotive. Cercano di riconoscere alcuni luoghi di Cagliari e Londra non sempre dichiarati e capiscono i significati più profondi, proprio come te con queste domande!
Pensi che scrivere serva più a capire o ad accettare? Per passare ad una fase di accettazione completa di qualsiasi cosa, secondo me occorre passare da una fase di comprensione profonda, di sé stessi, delle vicende, delle relazioni, dei tempi storici e degli altri e spesso la scrittura, ma anche la lettura, aiutano a comprendere le realtà, e quindi ad accettarla.
Dopo questo libro, senti di essere cambiata come persona o solo come autrice? Questo romanzo non mi ha cambiata perché mi rappresenta appieno; in qualche modo è lo specchio di me, cioè insieme immagine e il mio opposto, la mia raffigurazione e la mia essenza, di cui essere autrice ora è una delle parti, delle identità che compongono la mia persona.
Se Le nostre tracce fosse una confidenza fatta a bassa voce, quale sarebbe? Psss! Ehi tu, rispondi a tutte quelle domande non fatte.
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Bravissime tutte e due ❤️
Bene
Ad una presentazione ho svelato che la maggior parte del libro l’ho scritta di sera, sul divano di casa, con al fianco il mio Greg🐾. Nessuno sa, invece, che il momento in cui per la prima volta mi son detta che gli appunti che avevo tra le mani avevano talmente preso vita da poter dire qualcosa a diverse persone e diventare un romanzo📖, ero proprio a Londra🇬🇧 mentre continuavo a battere sui tasti del mio computer in un bar di Camden.