
don Mazzi con rappresentanti del circolo “Sardegna” di Monza
di GIANRAIMONDO FARINA
“Alla fine dei conti è quarant’anni che stiamo assieme anche con voi della Comunità Cantalupo”. Le parole finali dell’intervento di don Antonio Mazzi, 96 anni, e prete “rivoluzionario” del disagio accolto, non potevano non essere meglio recepite da un’altra comunità che, da decenni, a Monza, accoglie. Come fa proprio “Exodus”, la storca comunità fondata dal prete veronese alle porte di Milano nel 1984. Affrontare il disagio sociale con risposte pedagogiche efficaci ed un approccio di tipo educativo. Tutto chiaro. Sembrerebbe. A parole. Ma ‘Exodus”, è qualcosa di più. Perché lo è stato il suo fondatore. Una comunità viva. Ed un sacerdote, don Mazzi, che da sempre si definisce più un “padre” che un prete. Perché il padre “accoglie”. Tutti. A partire dai più disagiati. Con particolare attenzione ai giovanili. Ai ragazzi difficili raggiunti a domicilio dalle “carovane” di “Exodus”. Perché don Mazzi fa questo da sempre: li va a prendere “a domicilio”. Con un approccio di “prete di strada”. Avvantaggiato dai suoi studi pedagogici e dalla sua pluridecennale “missione” comunicativa in televisione. Anche la Cascina Cantalupa di Monza, nei pressi dello stadio Brianteo, che ha ospitato la tradizionale celebrazione eucaristica di Natale, è più che una mera onlus. È una comunità “ospitante” e viva. Che, da quarant’anni accoglie. Famiglie disagiate e migranti. E crea centri aggregazionali per integrare. Con la partecipazione di molti volontari e volontarie. Fra cui una nutrita rappresentanza di soci e socie del Circolo Culturale Sardegna. Perché la caratteristica principale che ci viene da sempre riconosciuta, come sardi, è quella di “non tirarci mai indietro” e di dare “ospitalità” animando alcuni momenti “cruciali” di vita associativa come la tradizionale “Befana del motociclista”. E la riflessione conclusiva di questo bellissimo momento liturgico e conviviale ci porta ad accostare meglio le due parole: emigrazione ed esodo. L’emigrazione implica e nasce sempre da un disagio sociale. Si emigra, si è emigrato, per questioni di lavoro. Si lascia la propria terra con la speranza di poi farvi rientro. Per motivi economici. E noi sardi non siamo da meno. Soprattutto oggi, in un mondo e società “liquide” che cambiano per “Su Nou”, il Nuovo, l’emigrazione deve rimanere ancorata a “Su Connottu”, il conosciuto. Naturalmente con dinamiche differenti. Dall’ altra parte la parola “Exodus”, che vuol dire letteralmente “esodo”: partire, lasciare la propria terra per cause di forza maggiore e ripartire. Resettando tutto. Come persone nuove. Ed è questo, da sempre, l’intervento di don Mazzi. Il mondo dell’emigrazione in genere è in profonda evoluzione. E quello sardo non le è da meno. Si pensa al futuro, ma si dovrebbero avere bene ‘radicate’ le radici in un presente che parla ancora di questioni sociali mai risolte e di una nuova, preoccupante, “emigrazione di ritorno”. Soprattutto giovanile. Che impoverisce la nostra terra materialmente. Ma che la arricchisce in altro, soprattutto culturalmente e socialmente. Dall’ incontro e dal confronto con i mondi e le realtà dove i nostri circoli operano, si fanno riconoscere ed apprezzare. Non solo radici, non solo identità, ma anche confronto e dialogo culturale che ci portano a ridefinire meglio quell’ indicazione di essere “Ambasciatori di Sardegna”, “Ambassadores de Sardigna”, voluta e delineata dalla Regione. Ambasciatori di sordità anche con don Mazzi, la comunità “Exodus” di Milano e “Cantalupo” di Monza che hanno gradito ed apprezzato. Per un Natale 2025 di accoglienza.
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