
di MARIELLA CORTES
Basta parlare con le proprie mamme, prima ancora che con le nonne, per scoprire che nel momento in cui la gravidanza di una donna, in Sardegna, stava giungendo al termine, una persona della famiglia veniva mandata a chiamare “la levadora”.
Era lei, la levatrice, detentrice di una conoscenza pratica, antica, precisa nella sua essenzialità, a intervenire e supportare ogni fase del parto, prima e dopo la nascita del bambino. La presenza di queste donne garantiva un supporto cruciale nei paesi più lontani dalle strutture sanitarie e le loro gonne di orbace ondeggiavano continuamente per raggiungere chi aveva bisogno. Il tutto, gratuitamente. A volte venivano ricompensate con un pezzo di formaggio, di carne o di pane, ma il loro esserci era perlopiù parte di una solidarietà paesana dove chiunque aiutava come poteva.
Di queste figure, in equilibrio tra sapere pratico e credenze e rituali, capaci di agire non solo attraverso il corpo, ma anche tenendo conto delle necessità psicologiche di una purpera, c’è tanto da studiare e scoprire. E proprio dalle loro vicende, invisibili ma fondamentali, ha preso ispirazione un romanzo che ha scalato le classifiche editoriali, diventando uno dei romanzi italiani più venduti del 2025.
“La levatrice” (Casa Editrice Nord), magnifico esordio di Bibbiana Cau, è la storia di Mallena, una levadora immersa nelle atmosfere della Sardegna di inizio Novecento. Atmosfere sensoriali, dense di profumi del bosco, tisane alla rosa, sapori semplici (la colazione con pane abbrustolito e lardo, la gallina con cui preparare i piatti per una settimana) e una solidarietà femminile indispensabile per andare avanti in un luogo dove la parte maschile era distrutta nel fisico e nella mente dalla Grande Guerra.
La storia di Mallena è in bilico costante tra vita e morte. Quando suo marito Juanne torna dalla guerra gravemente ferito, la donna deve confrontarsi con un’amara verità: il suo lavoro non è riconosciuto e retribuito e, ora più che mai, c’è bisogno di soldi per garantire le cure all’amore di una vita. Ma il consiglio comunale di Norolani, luogo immaginario ma realissimo nelle sue dinamiche, le nega il sussidio e, in conformità a un decreto regio, assume un’ostetrica diplomata, Angelica Ferrari, che, dal Continente si ritroverà, a sua volta, a farsi spazio tra la diffidenza delle persone e l’inadempienza delle istituzioni.
Ecco perché Mallena è la sintesi di tante donne che, prima dell’arrivo delle ostetriche ufficiali, hanno assistito e accompagnato la nascita delle nuove vite sarde. Il romanzo nasce, infatti, dal lavoro di ricerca di Bibbiana Cau che, forte di una lunga carriera lavorativa come ostetrica, ha proseguito gli studi in Storia Sociale dove la stesura della tesi, dedicata alla storia della sua professione, l’ha avvicinata alla scrittura, facendo emergere le vicissitudini delle levatrici che, come la sua Mallena, erano state fondamentali per le comunità. Eccole, dunque, queste storie di parti e nascite, di donne sapienti, sagge conoscitrici delle piante officinali e dei loro utilizzi, ecco le storie di madri, figlie e figli in una Sardegna che vive una guerra che non conosce, quella che porta verso il Continente, e i tanti conflitti interni, come la Disamistade di Orgosolo.
La Sardegna di Bibbiana Cau è intrisa di emozioni, sensazioni e corpo. Una Sardegna dei sensi, della nascita e della morte, dove la levadora diventa guida e custode di un mistero antico.
In questa intervista parliamo di un esordio straordinario che ma anche di come sta cambiando una professione che, come spiega l’autrice, è “molto impattante anche da un punto di vista emotivo. Un mestiere in cui ti fai carico delle vite che hai di fronte e dove c’è un momento che può durare anche poco, pochissimo, ma è proprio allora che sembra che le donne vogliano mettere nelle mani della ostetrica tutto il peso e quanto conta nella loro vita.”

Con Mallena, la protagonista del suo romanzo d’esordio, “La levatrice”, ci porta alla scoperta di una figura storica multi sfaccettata, complessa. Com’è arrivata alla costruzione di questa storia?
“La levatrice” nasce da una tesi di laurea di qualche anno fa e dalla convinzione che, come indicava il nostro conterraneo Antonio Gramsci, solo la conoscenza può aiutarci a venire a capo della nostra esistenza e della realtà che ci circonda. Dopo la chiusura del reparto di ostetricia in cui lavoravo, in Sardegna, iniziai un nuovo percorso di studio in Scienze della Formazione, a Roma, recandomi nella capitale una settimana ogni tre e alternando, come sempre, studio e lavoro nella nuova struttura. Quando arrivò il momento di lavorare alla tesi, decisi di approfondire il modo in cui negli ultimi cento anni era cambiata la nascita attraverso la storia delle ostetriche e delle levatrici con relatore il professore di storia sociale, Carlo Felice Casula, sardo. Ho studiato i lavori delle antropologhe Luisa Orrù e Fulvia Putzolu e scoperto innumerevoli storie di levatrici, vicende dimenticate che hanno toccato profondamente il mio animo e continuavano a tornarmi in mente, anche a tesi conclusa. Sono donne che hanno lavorato non per un mese o un anno, ma per tutta la loro vita senza una remunerazione. Sentivo con insistenza la necessità di trasformare quel materiale in qualcosa che avesse un respiro più ampio e andasse oltre la tesi. Così ho iniziato un nuovo tipo di studio, frequentando corsi di scrittura narrativa, prima della Asl, poi con la scuola Holden e infine con Marco Mancassola e i corsi on line di Londra Scrive. Da lì è partito tutto. Questo è un romanzo iniziato anni fa, ma che non aveva ancora trovato il suo momento
E ora è un caso editoriale, con cinque ristampe a nemmeno due settimane dall’uscita e un apprezzamento collettivo. Aspettava questo successo?
No, ma credo non se lo aspettasse nessuno, nemmeno la casa editrice o l’agenzia. È stata una grande sorpresa, soprattutto perché la storia di Mallena continua a viaggiare grazie alle comunità dei lettori, al passaparola, le recensioni. Non me lo aspettavo, avevo anche un po’ paura. Quello dell’editoria è un mondo particolare e io non sono un nome noto e invece è bello che anche se i lettori non mi conoscono, non sanno niente di me, abbiano sviluppato un così forte interesse per il mio romanzo continuando ad alimentare il passaparola. Sono frastornata, è una bella sensazione e mi reputo fortunata non solo per la meticolosità, ma anche per aver incontrato persone preziose che hanno amato e fatto volare il libro.
L’ambientazione del romanzo restituisce una narrazione storica molto accurata unita a una grande precisione nei dettagli della quotidianità: “La Levatrice” è anche un viaggio sensoriale nelle consuetudini e nella vita di una famiglia sarda di inizio Novecento, nei gesti, racconti e piatti tipici. Quali sono state le fonti di questa ricerca?
Oltre alla ricerca c’è la vita vissuta. Non sono giovanissima e ricordo bene tutto quello che cucinava mia nonna che con una sola gallina riusciva a preparare da mangiare per metà settimana, proprio come leggiamo nel romanzo: la gallina andava sempre un po’ scottata per ricavare il brodo e poi si insaporiva con prezzemolo, cipolla, qualche patata; zampe e testa andavano in guazzetto con pomodoro e aceto; con le frattaglie ecco il ragù per cuocere i malloreddus, la domenica, e il resto della carne, diviso a metà veniva da una parte unito alle patate in tegame, rosolato con vino bianco e dall’altra in sugo. Nulla andava perduto: il pane raffermo ammorbidito con brodo caldo e mangiato con uovo e formaggio, il pane affittau.. sono tutti piatti che ho conosciuto personalmente. Dalle giornate trascorse a casa con i nonni arrivano anche i racconti, compresi quelli di guerra, ricordi di nonno, classe 1896, che a diciannove anni partì per il fronte. Non ne volle mai parlare sino a quando, alla fine degli anni Sessanta gli arrivò una sorta di onorificenza.
“Con cussa mi si che oganta?”, come a dire, con sdegno: “si sono proprio sprecati”! Era un soldato scrivano e con la sua bellissima grafia e le lettere tutte arzigogolate scriveva le lettere da mandare a casa per i suoi compagni, spesso mentre dovevano stare nello stesso spazio con gli amici morti che non erano riusciti a seppellire. Il personaggio che nel romanzo scrive le lettere per i soldati è ispirato a mio nonno. Nel romanzo ho voluto rappresentare tutta la crudezza della guerra e il modo in cui divora dall’interno chi l’ha vissuta, come una ferita che continua a marcire. Quello che accade a Jubanne, il marito di Mallena, rientrato gravemente ferito dal fronte, è metafora della guerra che s’insinua dentro, sino a deflagrare in maniera violenta.
La Sardegna è fortemente presente anche nelle scelte linguistiche: frasi, litanie, modi di dire e, anche italianizzazione del parlato. Non una scelta facile per un romanzo di ampio respiro.
Sono sarda e volevo che si comprendesse. Ho voluto inserire la lingua sarda intanto perché mi appartiene: la capisco e la parlo il più possibile con le persone con cui posso. Nel momento in cui non si parla è una lingua morta. Per quanto poco, ho desiderato lasciare questo piccolo segno. Ci tenevo a mantenere un equilibrio pensando sia al lettore contemporaneo che a quello continentale, senza appesantire la lettura con frasi troppo lunghe o parole complicate per chi non conosce la lingua sarda. La Sardegna non è solo paesaggio e sfondo, ma personaggio: colori, profumi, stagioni, quel vento che può spazzare via tutto o portare sentori del mare, di campagna.
La storia di Mallena è anche una storia olfattiva. Se dovesse riassumere la sua, di storia, e il suo rapporto con la Sardegna, che profumi e odori sceglierebbe?
Ce ne sono tanti. Sono molte le erbe e piante officinali che mi connettono alla Sardegna. Se ne devo scegliere uno sarebbe senz’altro quello dell’elicriso, pianta potentissima non solo per le sue proprietà analgesiche, antinfiammatorie, ma anche per il suo profumo intenso che sembra voler riportare armonia, equilibrio. Poi il finocchio selvatico, i suoi semi.
Una delle doti di Mallena è un sapere antico che riguarda la padronanza nell’utilizzo delle erbe officinali. Da dove arriva questa conoscenza?
Sono conoscenze mie: nonna si curava molto così e non amava le medicine che ha conosciuto quando aveva più di ottanta anni e la sua cura era in mano ad altri. Se aveva un problema di digestione non prendeva un farmaco, ma metteva a bollire due foglie di alloro con la scorza di limone. La conoscenza e lo studio delle erbe officinali nascono proprio nelle tante giornate trascorse in compagnia di nonna. La Sardegna, ancora oggi, conserva questi saperi e ci sono persone che curano utilizzando quello che offre la natura senza nulla chiedere, proprio come facevano le levatrici. Ecco perché Mallena è scandalizzata nel sapere che il farmacista vende un preparato realizzato con le sue indicazioni! Ricordiamo che la storia della scienza ci riporta a una storia popolare: molte conoscenze scientifiche arrivano dall’osservazione di quanto fatto dalle persone che abitavano un dato luogo e che poi è stato verificato e specializzato.
In cosa, secondo lei, è cambiata ed è rimasta immutata la Sardegna di oggi rispetto a quella di Mallena?
È cambiato tutto. Le condizioni di salute, la precarietà e la mortalità sono migliorare sicuramente tantissimo. La mortalità materna neonatale è pressoché azzerata. Nessuno può negare queste grandi conquiste, unitamente alla sicurezza delle cure. Va detto che la Sardegna ha resistito a lungo alla modernizzazione: fino agli anni Sessanta si nasceva in casa e si è rimasti attaccati a pratiche e culture. Basti pensare che si continuavano a chiamare le ostetriche condotte anche quando non esistevano più le condotte, ma le donne sarde a una normativa che da un giorno all’altro ha cancellato una consuetudine, richiedevano la presenza dell’ostetrica in casa. Forse c’era una sorta di consapevolezza rispetto a cosa avrebbe comportato l’ospedalizzazione completa del parto e si percepiva che sarebbe seguita anche la rimozione sociale della nascita. Prima avveniva tutto in casa, tra gli affetti, le proprie cose e una comunità che stava attorno alla madre e al bambino. Tutti sapevano, vero, ma tutti potevano dare il loro contributo. Portando verso l’ospedalizzazione non c’è più l’attenzione, la possibilità di offrire aiuto, di farsi carico di un piccolo peso di quella persona, fosse anche solo fare la spesa. Tutti i rituali e le attenzioni intorno al parto sono andate perdute. La sicurezza è fondamentale, ma la donna va messa al centro.
Da ostetrica e volontaria nella promozione della salute del territorio: qual è la situazione della Sardegna nella tutela di madre e nascituro?
È importante chiederci dove vogliamo andare. La natalità in Sardegna è la più bassa d’Italia. E non si tratta solo di un discorso di assistenza alla gravidanza e al parto, c’è tutto il discorso del welfare: tante belle parole, ma ci vuole serietà nell’affrontare le cose, i servizi per i bambini e le loro famiglie devono essere reali. E invece non rimane in mano nulla di questi servizi: dove sono gli asili nido aziendali, il sostegno anche economico alla madre che vuole trascorrere il primo periodo di vita del figlio a casa, le ostetriche di comunità che possano assistere nelle prime settimane, quando è tutto nuovo? Dopo il parto la donna può sentirsi più o meno sola, e questa solitudine può diventare pesante.
Nel romanzo si confrontano due figure, Mallena, la levatrice, e Angelica, l’ostetrica diplomata giunta dal Continente che si prepara a prendere il suo posto. La scienza dell’ostetrica e l’esperienza della levatrice sono mondi in bilico e in comunicazione tra di loro: ci può essere una corrispondenza tra i due contesti? C’è stata una situazione della sua esperienza professionale in cui si è sentita più Mallena o più Angelica?
Mi sento tutte e due. Sono due approcci diversi. C’è l’ostetricia fatta di studi, scoperte scientifiche, di studi indipendenti e validati a livello internazionale e uniti anche all’esperienza della levatrice che vuole dedicare ascolto, offrire tempo e queste cose secondo me devono coesistere, non sono inconciliabili.
Per educazione mi sento una, per percorso di studi e formazione un’altra, ma in realtà le due donne convivono in me, non credo si possano separare. Non voglio propendere per una o per l’altra, ma, al contrario, devono esistere entrambe per garantire la sicurezza delle cure. Però, per l’ansia del rischio zero abbiamo sacrificato tutta l’umanizzazione dell’assistenza. Serve una riflessione profonda. Già da tanti anni l’organizzazione mondiale della sanità indica che i percorsi della gravidanza e del parto devono garantire una mamma e un bambino in perfetta salute con il livello di cure più basso possibile compatibilmente con la sicurezza. Questo vuol dire che fare troppo non vuol dire fare meglio. Eppure, siamo in un momento in cui a guidare il nostro agire quotidiano è la medicina difensiva. La gravidanza è un evento fisiologico e l’approccio non può essere così tanto medicalizzato. Lo stesso Ministero della salute consiglia tre ecografie, fatte bene, nei nove mesi: una all’inizio, per datare la gravidanza, una nel secondo trimestre per verificare lo sviluppo degli organi e l’ultima per conoscere la posizione, capire se va tutto bene. Ci sono bravi medici specializzati in ecografie, è giusto affidarsi a loro. Oggi più che mai è importante trovare un punto di incontro per arrivare ad assistenza e cure dove convivano scienza medica, sicurezza, efficacia, ma anche umanizzazione e rispetto.
Il sapere di donne come Mallena può ritornare oggi nella ricerca di forme di umanizzazione del parto?
Non possiamo prescindere dall’umanizzazione. Per quanto si voglia mostrare, con l’innovazione tecnologica e l’intelligenza artificiale, una realtà bellissima dove tutto è informatizzato, preciso, perfetto, l’umano non si può sostituire. Bisogna ripensare il nostro agire quotidiano. Stiamo perdendo il senso, il concetto di salute, pubblica specialmente. Se non si riesce a comprendere l’importanza di questo, diventa tutto difficile. Le persone devono tornare al centro. In un percorso nascita e parto nei tavoli di lavoro si riuniscono tanti professionisti ma mancano sempre le destinatarie del servizio, le donne. Mi sembra qualcosa di così logico. Proviamo a ripartire da qui.
Le sue parole mi fanno pensare a una frase di Maria Lai che più volte mi è tornata alla mente durante la lettura del suo romanzo: “La prima accademia d’arte la feci con le donne del mio paese, quelle che tessevano e impastavano il pane.” In questo ritratto di vita ho rivisto molte delle donne del suo romanzo. In particolare, mi ha colpita il contrasto tra i campi abbandonati (quelli che prima della Guerra venivano curati dagli uomini) e la brulicante quotidianità, così piena di solidarietà, del paese, il cui ritmo è definito dalle donne. Il suo romanzo racconta una Sardegna matriarcale con donne forti e desiderose di farsi spazio pur con mezzi esigui, contro le ingiustizie. Quali sono le donne sarde che sente più vicine, che l’hanno ispirata e la ispirano tutt’ora?
Ce ne sono tante, ma sono perlopiù persone semplici, quasi anonime. Tra le conosciute, una è però senz’altro Maria Lai: una donnina che sembrava uscita dalle fiabe, così piccolina e minuta ma con una potenza, un’energia straordinaria. Poi Maria Carta, la sua voce e le sue poesie, Michela Murgia e la sua straordinaria lucidità di pensiero. Potrei andare avanti per ore, ma ne citerei una per lasciarne fuori cento. Le donne, in Sardegna, sono pilastri.
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