
di GIUSEPPE CORONGIU
Le lingue minoritarie non scompaiono all’improvviso: si indeboliscono gradualmente quando le madri parlano ai figli nella lingua statale, quando vengono smembrate in “varianti” o dialetti, smettono di essere utilizzate per trasmettere conoscenze, raccontare la Storia e le storie, immaginare il futuro. Quando perdono il grande supporto di una letteratura che parli ai contemporanei. È da queste consapevolezze che nasce la seconda edizione dell’Officina delle Lingue Minoritarie, una tre giorni (dal 12 al 14 dicembre 2025) pensata non per celebrare nostalgicamente il passato, ma per lavorare in modo concreto sulla vitalità delle lingue locali d’Europa in futuro. E delle loro letterature.
Nell’ambito del Festival letterario ViaConvento, grazie all’intervento della Regione – Assessorato della Pubblica Istruzione, l’Amministrazione comunale ha chiamato a Quartu, per la seconda volta in un anno, alcuni scrittori e operatori di lingua minoritaria per una tre giorni di speciale confronto. Lo scorso anno era stato il turno di asturiani e siciliani, con catalani e friulani. Quest’anno, oltre agli ultimi due, è stato il turno ancora dei ladini, ma, oltre agli autori di lingua sarda, anche i dei creativi di lingue che sono una minoranza alloglotta nella stessa minoranza-maggioranza isolana: il ligure di Carloforte e Calasetta e il catalano di Alghero. Obiettivo: la crescita delle produzioni editoriali nelle 12 lingue minoritarie riconosciute o meno dalla Repubblica Italiana, lo scambio di buone prassi, la condivisione delle difficoltà e dei successi per migliorare l’intero settore.
I problemi delle letterature di lingue non statali si assomigliano in tutta Europa: standardizzazione, alfabetizzazione scolastica, calo del numero dei parlanti, scarsa presenza nei media, rischio di folclorizzazione. Il progetto Officina delle Lingue Minori, adottando una prospettiva europea, ha chiamato gli scrittori in prima persona a fare proposte senza offrire soluzioni preconfezionate: l’officina, il laboratorio, il cantiere. Le scelte lessicali svelano la volontà di proporre qualcosa di non pre-confezionato. Si è trattato di un work in progress senza concedere troppo allo spettacolo e all’autocelebrazione. Più che un festival, un ritrovo per chi vuole impegnarsi e dare una mano di aiuto senza aspettare come sempre l’intervento dall’alto.
La rassegna ha riunito autori, traduttori, operatori, insegnanti, attivisti, ricercatori, lettori e musicisti che operano quotidianamente con queste lingue e che conoscono da vicino la loro fragilità. Le analisi internazionali sono chiare: quando mancano strumenti editoriali adeguati, spazi mediatici, percorsi educativi e norme condivise; quando la comunità dei parlanti invecchia e la percezione pubblica tende a ridurre queste lingue a elementi folclorici, il rischio di regressione diventa alto.
In questo contesto l’idea di una ‘officina’ ha assunto un ruolo concreto e al contempo simbolico: è un luogo dove si aggiusta, si sperimenta, si adattano strumenti, si progettano nuove forme espressive per immaginare i mattoni linguistici che cementano le architetture di oggi e di domani. Le lingue minoritarie, per restare vive, necessitano infatti di un lavoro costante: nuovi testi, audiolibri, produzioni multimediali, modelli narrativi capaci di riportarle al centro del presente, in divenire, e non relegarle a un patrimonio immobile.

Nel primo pomeriggio dei lavori, si sono presentati due libri ad alto valore simbolico, Larvae (NOR) di Maurizio Virdis e Contos (Domus de Janas), con tre componimenti riscoperti di Paolo Pillonca, autore mai abbastanza compianto. Negli interventi di Patrizia Mura, Paolo Pillonca, Giovanni Runchina si sono intraviste tre linee principali di analisi: riconoscere le lingue minoritarie come patrimonio attuale, in grado di generare pensiero e partecipazione civica; favorire la condivisione di strumenti editoriali, tecnologici e performativi, indispensabili per far circolare le parole in contesti oggi non raggiunti; costruire reti solide tra autori, editori, associazioni e pubblico, perché una lingua può essere considerata viva solo se sostenuta da una comunità attiva. In particolare, Maurizio Virdis, professore emerito di Filologia e Linguistica, ha posto l’accento sull’importanza semiotica della lingua, sulla parola, sull’approfondimento e ha anche delineato la fatica dell’autore-artigiano come soggetto riscopritore e innovatore di lingue in difficoltà. <Quando c’era bisogno sono ricorso al dizionario – ha detto Virdis – e nelle miniere sconfinate del nostro lessico ho trovato spesso soluzioni interessanti e stimolanti di un repertorio ricchissimo>. Scavare la parola. Testimonianza che la lingua letteraria non è quella di tutti i giorni, come vorrebbero alcuni antropologi assumendo orientalisticamente il punto di vista dominante, ma quella colta.
In un’Europa che rivendica la propria identità plurilingue, ma nel contempo vede molte parlate ridursi fino quasi a scomparire, un’officina rappresenta un’azione culturale e civica significativa. L’obiettivo è trasformare la diversità linguistica da semplice dichiarazione di principio a pratica, quotidiana e viva, capace di includere voci e prospettive differenti. L’Officina delle Lingue Minoritarie si propone quindi come un momento di confronto e di lavoro condiviso con l’intento di garantire alle lingue non maggioritarie uno spazio reale, progettuale e riconosciuto. Perché, quando ricevono attenzione e strumenti adeguati, le parole ritrovano la loro forza. Tornano a farsi leggere, scrivere, ascoltare. In questo senso Piersandro Pillonca, ripercorrendo i testi riscoperti del padre, ha ricordato che la politica regionale non è stata coerente negli ultimi decenni <…abbiamo iniziato con un certa tendenza con Soru e siamo andati avanti per 15-20 anni e poi invece la rotta si è invertita e ancora oggi non sappiamo bene per dove>.
In Sardegna siamo in un momento di confusione creativa. Tutti fanno tutto e anche molto, ma forse manca una regia generale, una visione di dove vogliamo andare a parare. Prevale il localismo, come per una revanche del periodo unitarista. Non per mancanza di guida politica, che anzi è molto presente, ma piuttosto per confusione collettiva. Per voglia di libertà personale che però è anche anarchia e impedisce il governo dei processi. Tutto ciò è emerso nella mattinata di sabato quando, all’interno di un laboratorio pubblico work in progress, si sono ascoltate decine di voci e di esperienze, magnificamente e indefessamente coordinate da Lucia Cossu. Poeti, scrittori, operatori, manager, imprenditori, registi, attori: tutti personaggi a soggetto di quello che un tempo era il movimento linguistico e oggi è un qualcosa di informe che cerca ancora una nuova definizione.
L’argomento fondamentale, quello della letteratura contemporanea in lingua, non statale, è stato sviscerato, ma da pochi. Forse solo la giornalista e editor Mariantonietta Piga ha centrato il tema, nella sua relazione del pomeriggio all’interno della tavola rotonda finale. Per gli altri, si sono registrate testimonianze vive e vivaci, a tratti curiose, ma spesso si tende a considerare se stessi il centro del mondo e non si presta la dovuta attenzione allo scenario. E’ il lascito di questo ultimo decennio: più che un disegno comunitario si è spinto sulla politica dei cento fiori (che ricorda vagamente Mao), che sono sbocciati e fioriscono un po’ per cavoli loro. Come se non esistesse un contesto, un passato recente di politica linguistica agguerrita e un futuro da decidere insieme. Ognuno sembra bastare a se stesso e riscrive la storia o non la considera. Non ci sono padri da riconoscere né figli da istruire. E questo non va bene.
Resta il problema dei problemi. L’incidenza sulla società. All’inizio del primo decennio di questo secolo, in Sardegna, ci sono state due novità per certi versi rivoluzionarie nel panorama culturale sardo: da un lato la “nouvelle vague” degli scrittori sardissimi, ma italianisti nella lingua, e il movimento linguistico sardissimo nella lingua, ma scaturito da una legge della Repubblica Italiana, la 482/99, finalmente accondiscendente nei confronti delle lingue locali. Non è questa la sede per rifare la storia di queste due “componenti illustri” della cultura sarda, ma possiamo vederne le rispettive eredità: da un lato il lascito di decine e decine di festival letterari che pullulano in Sardegna (forse sovrabbondanti, ma comunque utili), dall’altro la desolazione della questione della lingua che, dopo la legge suicida del 2018, si è affievolita fino a quasi scomparire dall’agenda politica che conta.
Un tempo i due mondi erano impermeabili tra loro, a tratti ostili. Ancora oggi ci sono poche posizioni di contatto, tra i due contesti, ma esistono, per quanto siano l’eccezione e non la regola. Quando uno scrittore contemporaneo infatti sceglie di scrivere le sue opere utilizzando non una lingua statale e ufficiale, ma un idioma indeterminato, parzialmente riconosciuto o per niente, al massimo co-ufficiale, ma spesso totalmente disconosciuto dalle istituzioni, o anche confuso ancora con una realtà dialettale, il mezzo diventa messaggio. La specialità della lingua utilizzata soverchia spesso le tematiche, gli argomenti, le poetiche. L’indeterminatezza pragmatica delle opere narrative, liriche o saggistiche che ne conseguono, si sovrappone al progetto. Ma questa è una “perversione” che bisogna rigettare. E bisogna invece togliersi i panni di sardi per rivestirsi di Europa e di Mondo. Sembra un paradosso, ma non lo è, perché la letteratura nasce sempre sulla base di valori universali. Anche quella degli idiomi non statali, come giustamente ha ricordato nel pomeriggio Virdis, anche abbastanza piccato contro chi vuole definire la letteratura in sardo come “minore”.
Lo schema narrativo e identitario delle produzioni in lingua minoritaria in Europa è dunque un cantiere ribollente, un laboratorio di prassi divergenti, un opificio ancora fermo alla definizione delle fondamenta. È “unu traballu in faina faghende” per autori che lavorano spesso controvento: l’industria culturale li tiene in un apartheid antropologico, la letteratura di successo mercantile li snobba, quella locale-provinciale, che si esprime nelle lingue dominanti, li emargina. La sfida è ardua. Regna il non finito per sopravvivenza. L’indeterminatezza della poesia-rifugio o spesso dell’opera unica “speciale” da presentare solo in paese e all’università.
Officina ha raccolto questo cimento ribaltando il punto di vista. Ringrazio l’Amministrazione Comunale e il Sindaco Graziano Milia per questa opportunità, cosi come Asso Enti Locali e Myriam Quaquero per la sapiente regia. Del resto, relativamente allo scenario internazionale, lo stesso Milia ha detto bene in una sua dichiarazione. < Abbiamo deciso di aprirci, perché è giusto che sia cosi, confrontarci con coloro che vivono esperienze analoghe alle nostre per far vivere questa nostra ricchezza della particolarità linguistica in un contesto che è più generale>.
Pur coinvolgendo gli autori in lingua minoritaria non li si è voluti rinchiudere in un facile schema interpretativo: né quello rivendicativo (“più spazio alle lingue di minoranza”), né quello pittoresco (“che bello scrivere in sardo, ladino, tabarchino, friulano, catalano.. ect”). Piuttosto si è voluto, rappresentando tutte le posizioni, lasciare libera la parola, insieme, in modo organizzato, per scambiare buone prassi ed elaborare un modello per la sopravvivenza futura. Il non finito letterario sta proprio in questo: siano gli autori stessi, dal confronto dentro l’officina a crescere e progettare nuove strade, direzioni, orizzonti.
E’ bastato ascoltare la testimonianza di Rut Bernardi, scrittrice ladina, proveniente dalla sua landa dolomitica alpina, per capire che il mondo è vasto e, a volte, imperscrutabile, diverso e uguale al nostro. Ma i lampi geniali, e i riverberi sostanziali, dell’intervento di William Cisilino, scrittore e direttore dell’agenzia del friulano, sono stati veramente profondi e illuminanti. E hanno raccontato di un sistema che funziona lì in Friuli tra autore, mercato, media mainstream e istituzioni. In Sardegna ancora un obiettivo da raggiungere dove la catarsi creativa vede ancora nella facile e breve espressione poetica, spesso tradizionale, l’unico modo per esprimere la sardità in un mondo reale che vive invece di architetture di prose complesse.
Ma non si può dire la totalità ed essere esaustivi sul brulicante mondo che si è espresso in Officina a Quartu in questo dicembre 2025. Il non detto e il non scritto è il classico valore aggiunto delle lingue minoritarie. Ogni lingua è originale e autonoma nella sua capacità di creare concetti e visioni unici. Non sempre le lingue sono perfettamente traducibili tra loro: anche nel confronto diretto. Il residuo semantico da un idioma all’altro resta, e costituisce il motivo per cui ogni lingua, anche la più piccola, va difesa: perché produce diversità cognitiva e di significato che limita l’omologazione. Un antidoto alla povertà culturale travestita da facile cosmopolitismo. Che cos’è l’identità se non un residuo traduttivo locale, significante, di interpretazione particolare della realtà universale?
Da questo calderone ribollente di lingue, autori, esperienze e mondi paralleli e divergenti dovrà venire fuori un progetto per le letterature di minoranza per i prossimi anni. Officina, laboratorio, cantiere, opificio, fabbrica: non è importante che termine si usa per indicarne il travaglio. Bisognerà pure dare un orizzonte al non finito e al non detto di lingue che cercano, come il sardo, di non scomparire dentro la perdita dei parlanti, la resistenza alla codificazione, la balcanizzazione delle varianti e la trasformazione in riserva del folkspettacolo.
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