
Geppi Cucciari e Patrizia Sardo Marras
di SERGIO PORTAS
Converrete con me che se vi venisse lo sfizio di scrivere un libro, il vostro primo “vero” libro, e quindi siete degli sconosciuti per la comunità letteraria, per di più in età non proprio giovanile, avrebbe molta importanza il luogo (oramai per quasi tutti: la “location”) dove organizzare la prima uscita, la prima presentazione. Diversamente si correrebbe il rischio di vedersi circondati solo da i parenti tutti, fin dalla terza generazione, e pochi altri. Ovvio che la casa editrice con cui si pubblica ha altrettanto peso. Qui a Milano, per la sua uscita di “La moda non è un mestiere per cuori solitari” (Bompiani Overlook) Patrizia Sardo Marras era a Palazzo Reale, presente l’assessore alla cultura Tommaso Sacchi, e due “pezzi da novanta” della cultura sarda: Bianca Pitzorno, che ha scritto anche la prefazione al libro, e Geppi Cucciari che con la sua “Splendida cornice” su Rai 3 ha oramai scalato le vette della popolarità nazionale, ambedue comunque in qualità di “amiche” della neo scrittrice.
Antonio Marras, il noto stilista algherese, confessa di non aver avuto ancora il tempo di leggere il libro scritto dalla sua metà. Sono insieme da quando Patrizia aveva quattordici anni, e per altri dieci hanno avuto una relazione abbastanza “libera”, tanto che quando hanno infine deciso di mettersi insieme Antonio era “fidanzato in casa” con un’altra, e questo per la cultura sarda è quasi sinonimo di matrimonio, e la “quasi sposa”, vistasi ripudiata davanti a parenti e il paese tutto, ha tentato uno di quei gesti disperati che fortunatamente non vanno tutti a buon fine. “Lei poi ha sposato un mio ex”, dice Patrizia al festival di Mantova il 7 di settembre: il tutto potrete vederlo su You Tube, presenti sempre Geppi e Bianca, e vi assicuro che è uno spettacolino veramente spassoso. Da cui Patrizia esce per quella che è, una persona ricca di auto-ironia, molto timida in realtà, e dove candidamente confessa di “avere scritto cose che mai avrebbe avuto il coraggio di raccontare”. Tanto che la cartella del computer in cui avrebbe custodito il libro che si andava formando, da lei era stata denominata: “romanzo criminale”. A fare da “levatrice” per il romanzo che ne è poi uscito Bianca Pitzorno, che l’ha spronata tutte le volte che pareva essersi esaurita l’ispirazione, o la volontà di continuare per quelle 360 pagine che sarebbe diventato.
Scrive Bianca nella prefazione che Patrizia Sardo le parole le conosce, le sa usare, le sa connettere tra loro; ha una voce personalissima che procede con stile narrativo quasi classico ottocentesco e d’improvviso scarta, come un cavallo imbizzarrito, verso lo stile del parlato quotidiano, addirittura dialettale, carico di citazioni ironiche (pag.10). Gli abiti sono entrati nella vita di Patrizia prima che il ciclone antonimarras si profilasse minaccioso all’orizzonte. Mi hanno salvato la vita, dice lei, a diciott’anni, tempo di maturità a scuola, ero stata presa da una fase di malinconia acuta, di quelle che ti fanno faticare a uscire dal letto la mattina e non vedi l’ora che arrivi sera per rifugiarti di nuovo sotto le coperte.
Mia madre è stata sempre una sarta bravissima, di quelle che consideravano i modelli di “Burda” come fossero la sacra bibbia, quella volta prese da “Donna”, una rivista di moda che andava per la maggiore allora, un completino alla carioca con camicia bianca stile creolo e minigonna rossa e gialla arricciata a ruches. Fascia alta in vita e fascia in testa. Lo so, a descriverlo così pare raccapricciante, ma vi assicuro che è valsa la pena di vivere per farmelo confezionare da mamma e indossarlo con estrema soddisfazione in varie occasioni. Peccato che non riesca a ritrovarlo, mia mamma a quel tempo dava tutto ai bambini poveri(pag.62).
Non c’è vestito che possa scoraggiare Patrizia, per quanto possa essere giudicato “poco adatto” all’occasione per indossarlo, nel prologo (Una vita, anzi due, dedicata agli stracci) confessa che “se non sono addobbata come un albero di Natale mi sento nuda. Rossetto indispensabile, mai senza”. Tanto che una volta che “degnamente abbigliata” era andata a far compere al supermercato, aveva carpito il sussurrarsi di due commesse che, guatandola di scorcio, si erano dette: “Non è vero che qui da noi non arriva mai nessuno di importante: oggi c’è Lady Gaga”.
Di vestiti Patrizia fa collezione, dice di averne via sui diecimila, ricompra quelli delle sfilate di antoniomarras, e lo stesso atteggiamento compulsivo ha per i libri: “I libri sono tra le cose di cui bisogna avere sempre una scorta a cui attingere per sentirsi meglio. Io ne compro tanti e poi li perdo, e poi ne compro uguali e poi li ritrovo e sono felice come quando si trovano soldi nelle tasche di una vecchia giacca. Sono contenta quando li ricevo in regalo.
Ai libri, alle magliette a righe e alle calzette, non riesco a resistere…E’ così, accumulando passioni e oggetti, che sono sopravvissuta a antoniomarras (pag.77). Quando la mia strada si è definitivamente incastrata in quella di lui, gli eventi sono precipitosamente precipitati e in un batter di ciglia mi sono trovata, volontariamente, inconsapevolmente, irreversibilmente (troppi avverbi? Era per dare l’idea…) incastrata nella tela dorata di un ragno magico dai poteri taumaturgici.
Antoniomarras cattura, rapisce, confonde e attrae senza possibilità di appello (pag.62). Accettare questa dipendenza non era nei miei programmi. Sono stata investita da un tir e nonostante la cintura di sicurezza e l’airbag mi sono fatta molto male. Oh intendiamoci, io esagero, le conseguenze dell’amore sono da attribuirsi solo a me. Io avevo velleità di autonomia e di indipendenza come ogni ragazza che si rispetti cresciuta con “Dalla parte delle bambine”. Io, giuro, non lo sapevo che sposare antoniomarras volesse dire sposare un mondo che ruota intorno a lui e che tutto il resto è noia. Io l’ho fortemente voluto perché antoniomarras è bianco o nero, è tutto o niente, è chi mi ama mi segua ( già l’ho detto ma repetita iuvant), è lasciate ogni speranza voi che entrate (pag.64). E val la pena di seguirli passo passo, pagina dopo pagina, questi sposi novelli che si buttano letteralmente su di un toboga infinito nell’impresa impossibile di posizionarsi su una dimensione massima in cui i loro “stracci” sono apprezzati, valorizzati, ammirati e venduti in mezzo mondo.
Partendo dalle prime sfilate “naif” dove le modelle sono le amiche di Patrizia, lei stessa ha provato a “fare da modella” ma ha rinunciato per sempre sentendo una addetta ai lavori che, guardando una delle foto scattate per promuovere la sfilata, si è espressa con un “ Anvedi questa con ‘sto nasone!”. Fondamentale in questo primo periodo il lavoro certosino della mamma di Patrizia che li ha supportati anche se ha dovuto prendere atto di aver un genero “troppo creativo”, lei in verità a lui si riferiva con “kussu makku” (quel matto), che nulla sapeva di cucito, nulla di ricamo ben eseguito (fondamentali ancora adesso, le ricamatrici di Ittiri), ma tutto riusciva ad assemblare, tutto riusciva a far risaltare di un vestito, sin le toppe ricavate dai capi usati comprati nei mercatini dell’usato.
Fondamentale l’idea che ad ogni collezione andasse abbinato un “motto”, un motivo dominante: la prima: “Piano piano dolce Carlotta” (da un celebre film con Bette Davis) spalancò loro il mercato di Milano, dice Patrizia che al vedere gli stand degli altri espositori allestiti come regge le è venuto da piangere, ma poi antoniomarras è riuscito a fare il primo gioco di prestigio con gli stracci, e il giorno dopo tutti i negozi più belli d’Italia volevano comprare la loro linea “Piano piano dolce Carlotta”.
E i diciannove abiti ispirati al lavoro dei libri cuciti di Maria Lai. “Fili Lai Lai” è stato il titolo di un’altra collezione. Ogni abito dedicato a una grande donna, a una leggenda, una storia, un racconto orale della tradizione sarda, diciannove dediche alla Sardegna, così sempre presente e preponderante anche a dispetto di antoniomarras che tende sempre, senza riuscirci, a smarcarsi dall’epiteto /etichetta di “stilista sardo”. Non c’è verso: antoniomarras può ispirarsi all’arte africana, a quella spagnola, a quella bretone, a quella malese e tutti ci ritroveranno sempre la Sardegna.
E io penso che abbiano ragione. E che abbiamo una vera fortuna ad appartenere a questa terra così ricca di storie, quindi perché non approfittarne?(pag.98). Patrizia Sardo prende per mano il lettore del suo libro e gli fa provare ogni sensazione, ogni gioia e dolore che i coniugi Marras hanno provato nel girare il mondo portandogli in dote “gli stracci sardi”. E davvero il libro scorre deliziosamente sin quasi a mettere sullo sfondo il motivo di tanto affaccendarsi (antoniomarras non conosce feste comandate o no che siano, per lui il lavoro, e l’ozio, sono i motori della vita) che non è quello di arricchirsi di soldi, ma di esperienze, contatti umani, incontri con culture le più svariate e lontane dalla nostra. “ Sono arrivata in India con quarant’anni di ritardo rispetto a quello che avrei voluto…troppe provocazioni tattili, visive, olfattive per me, per chi fa il mio lavoro, impossibile resistere. Poi è stata la volta del Vietnam. Hanoi e la baia di Halong vissute come se fossimo in un’altra dimensione.
Ci aggiravamo in canoa sul fiume aspettandoci da un momento all’altro comparisse il capitano Kurtz. E ancora le montagne rocciose a Las Vegas, poi Santa Fe, Maiorca, San Pietroburgo, il Marocco, Lanzarote, il Giappone, Hong Kong, Pechino. Andare per tornare sempre a Parigi e poi dove comanda il cuore, a casa, ad Alghero, Sardegna (pag.137). Chiudo con la chiusura della prefazione di Bianca Pitzorno: Lo spirito di questo libro si può forse riassumere in una frase di Lella Costa nella quale l’autrice dice di riconoscersi: “ Dietro un grande uomo c’è una donna stupefatta”.
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