
Luca Cossu
di FRANCESCA MATTA
Sono quasi le dieci del mattino e in via Tevere 154, ad Assemini, il negozio-laboratorio di Luca Cossu “Pinturas Ceramiche” sembra muoversi al ritmo lento dell’argilla. “Ho iniziato già qualche ora fa”, racconta con le mani impastate di lavoro. È un luogo sospeso, dove la quiete del quartiere si fonde con il rumore dolce e ruvido dello strumento che leviga, incide, modella. Qui, tra balene di creta, capodogli ancora crudi e smalti che aspettano il forno, il ceramista di 46 anni originario di Villa Sant’Antonio, racconta il suo percorso come una storia di ritorni, ostinazioni e piccole grandi rivoluzioni personali.
“In Sardegna bisogna restare per cambiarla”. Luca lo dice senza enfasi, come una convinzione maturata piano, scavata dentro come l’incavo di un vaso. Nonostante gli studi all’Istituto d’arte a Oristano e un percorso successivo nell’ex facoltà di Architettura, la sua traiettoria non ha mai davvero lasciato l’isola. “Architettura era interessante, ma non era il mio – racconta mentre solleva un capodoglio vuoto – vuoto perché deve essere vuoto, altrimenti esplode in cottura”. Una metafora involontaria del suo percorso: per non esplodere, a un certo punto ha dovuto svuotarsi di ciò che non gli apparteneva.

Dalla città, Cagliari, è fuggito. “Logistica, ritmi, tutto troppo complicato. Sono finito ad Assemini quasi per caso, ancora prima di fare ceramica”. Ma in quella che lui chiama “una realtà molto tradizionale, molto legata alle forme storiche”, qualcosa lo ha richiamato a sé. Le botteghe frequentate come un apprendista nomade, gli artigiani dei paesi vicini, l’argilla ripresa in mano dopo anni. E poi la scelta: aprire un proprio laboratorio. Non per ripetere, ma per reinventare. “Il mio pensiero è che non siamo solo nuraghe. La tradizione è bellissima, ma se resta immobile diventa cliché. Io volevo altro. Volevo raccontare che in Sardegna si vive nel mondo, non negli stereotipi”. Da qui sono nate le balene col cuore del mare e le casette sospese: un immaginario surreale, affettuoso, infantile. Una Sardegna che guarda fuori, senza perdere sé stessa.
La ceramica è un mestiere antico, ma anche una corsa a ostacoli. Tecnici, culturali, economici. “La delusione è dietro l’angolo”, dice Luca. “Fai un pezzo, lo cuoci, e magari esplode. Oppure crei una cosa che ami, ma non piace a nessuno. E noi, alla fine, dobbiamo anche vendere”. E non è solo un modo di dire: la lavorazione richiede tempi, competenze, precisione. L’argilla deve riposare anche un mese, a seconda dell’umidità. “D’estate ci mette di meno”, spiega, “mentre in autunno e inverno ci possono volere fino a sessanta giorni”. La prima cottura raggiunge i 980–1000 gradi, poi arriva lo smalto, che crea uno strato vetroso. Infine, la seconda cottura: 940–950 gradi. Ogni passaggio può fallire. Ogni pezzo può rompersi.
Per questo, all’inizio, cerca strade pratiche: scatole piene di balene e casette, l’auto carica e il giro dei negozi, uno per uno. Oggi i suoi lavori sono presenti in undici punti vendita della Sardegna, da Cagliari a Oristano fino alla Costa Smeralda. “Posso dire che, forse per una tipologia di target differente, vendo di più al nord”, racconta. “A Cagliari ormai il turismo mordi e fuggi non lascia spazio alle produzioni locali che hanno bisogno di uno sguardo più attento e consapevole”.
Ma la vera svolta arriva online. “Instagram mi ha salvato” racconta. “Durante il Covid le botteghe erano chiuse, gli ordini bloccati. È stato il digitale a farmi continuare a lavorare. Dopo aver postato un video in cui raccontavo il mio lavoro, in quattro giorni ho ricevuto 400 ordini”. Da allora vende soprattutto al nord Italia, ma anche in Australia e Inghilterra, dove l’artigianato contemporaneo trova un pubblico ricettivo.
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