
di SERGIO PORTAS
In libreria, per Einaudi, inciampo in un libro di Michela Murgia: “Anna della pioggia” e mi viene da chiederle, come si fa tra sardi: “Ite mi contas?” Cosa mi racconti? Con questo libro postumo che uno dei tuoi “fillus ‘e anima” si è incaricato di mettere insieme; vero che tu gli ha lasciato in eredità lo scrigno prezioso di tutti gli scritti che avevi disseminato nel tempo, eri una che non sapeva stare senza prendere un qualche appunto ogni giorno, senza segnarti un’idea che ti aveva fulminato.
E ci sono un numero davvero notevole di tuoi scritti che sinora non hanno avuto la dignità di essere pubblicati, anche se sono magari apparsi su internet, sul tuo seguitissimo blog ancora orfano dell’intelligenza artificiale, per fortuna. Tutto è quindi farina del tuo sacco e, nei racconti che compongono il libro, si può agevolmente riconoscere la tua voce, le tematiche che ti hanno interessato tutta la vita. “A pezzi” (pag.245). “Io sono sarda perché sono nata in un posto interamente rotto e sono in frantumi anche io. Ovunque nascere è una frattura, tutto un rompersi e scorrere strappando.
Ma sono in pochi quelli che nascono in un posto spezzato…Io per esempio lo so che quando sono nata mi avevano già cominciato: mia nonna aveva pronti decine di calzini per me e mio zio invecchiava una botte di vernaccia mentre ancora arrivavo. Non avevo tirato il primo pianto e avevo già vestiti e vino per far festa…Al mio paese sono gente semplice di pesca in acqua bassa, ma lo sanno benissimo che non si sa da dove si viene. Infatti nei nove mesi che si aspetta un bambino, tutti, anche i parenti non lo chiamano “il bambino, mio figlio, mio nipote.
“S’istrangiu” lo chiamano, che in sardo significa lo straniero, perché essere carne della carne non illumina nemmeno in una madre il mistero di non sapere chi sei…pensano di conoscermi un pò quando mi chiedono “e fillu de chi sesi?”, perché io confino con mia madre, mio padre, mio fratello e un sacco di gente che il paese conosce già ed è come se bastasse per dire tutta di me”. Ahi Michela che bel modo di parlare dell’identità che ci costringe quando si nasce su di un’isola delimitata da un mare poco amato da sempre. “Questo il mare somiglia a una fede, e come una fede va temuto e nascosto, e come una fede c’è più gente che va a guardarlo che a nuotarci dentro” (pag. 247).
Cabras dove Michela è nata, donne belle e sempre scalze, si affaccia su di uno stagno che è la sua benedizione e la sua maledizione. Da sempre proprietà di un barone, un nobile, che poteva decidere di far impiccare il povero disgraziato che fosse stato sorpreso a “rubare muggini” dallo stagno. Ma anche adesso che di baroni si è persa la traccia ( vedi: Peppino Fiori e il suo “Baroni in laguna”) non sono lo stesso tutte rose e fiori per i “bracconieri” notturni che sfidano i barracelli. “Spadoneri”, pag.51: “…Di solito il muggine di notte era facile da pescare, perché dormiva e stava fermo. Bastava puntare nell’acqua la pila per scorgere il baluginio di un ventre chiaro…Se ti sorprendevano, nel migliore dei casi tornavi a casa con le ossa rotte, e come un ladro ti mettevano in giustizia.
Nel peggiore invece, alla giustizia nemmeno ci arrivavi. Tantìnu stava attento, muovendosi nell’acqua come si sarebbe mosso nel letto della moglie di un altro…Ma dalla riva si udì un grido di allarme. Spadoneri a mari! Non bestemmiò Tantìnu, ché non conviene offendere il cielo quando non hai altri avvocati…corse con l’energia dei vent’anni, come avesse appresso tutti i diavoli di Mar’e Pontis. I passi dei barracelli risuonavano sulla spiaggia di conchiglie dello stagno facendo un rumore croccante di ossa infrante. Maradittu siat, innui s’adessi cuadu (dove diavolo si sarà nascosto, ndr.). Le voci erano vicine non più di un centinaio di metri e sembravano fiutarlo come cani…lanciò una palla di fango scuro più in là…Alloddu!-gridarono i barracelli idrofobi, seguendo il rumore delle erbe agitate dal lancio mirato.
Bastò a Tantìno per uscire dall’acqua e inforcare la bicicletta…Su santu chi ddh’at criadu! Castiai ch’est fuendisì, cussu fill’e bagassa! (quel figlio di puttana!). Si legge tutto col cuore in gola, facendo il tifo per Tantìnu, le grida in sardo che squarciano la tranquillità di una notte senza luna fanno da corollario alla vicenda e le danno una coloritura tutta isolana, tutta “cabrarissa”. Il Sinis e le sue spiagge sono il retroterra fortunato di un paese i cui abitanti trovano del tutto “naturale” che scegliere di andare a Is Arutas, o a Maimoni, o a San Giovanni (Tharros e capo San Marco a fare da quinta!) sia solo questione di opportunità. Sino a stancarsene persino, a sognare altre mete più “fighe”.
“L’aragosta” (pag.73): “…il mare nel ‘99 ci aveva anche un po’ rotto, che se uno nasce e cresce con i piedi a bagno a un certo punto comincia a sognarsi la giungla, la prateria, le cime innevate, la foresta pluviale, qualunque posto, basta che non ci sia sabbia. La sabbia era roba per turisti continentali, che infatti in quelli anni si facevano piani scientifici per arredarsi gli acquari di casa con il quarzo di Is Arutas. Il sindaco gli aveva giurato guerra con un’ordinanza draconiana…Sul fronte spiaggia noi avevamo tutti già dato, e tenevamo in curriculum almeno una dozzina di ferragosti tradizionali cabraresi a Mari Ermi, di quelli con le tende condominiali con le verande, i gruppi elettrogeni per i frigoriferi e i barbecue per arrostire i muggini…Quando arrivava ferragosto Cabras faceva sul serio.
Migliaia di persone occupavano la spiaggia per una settimana e niente era lasciato al caso. Per questo a vent’anni anche il più sfigato dei cabraresi, cresciuto a quella dura scuola , era un veterano della sopravvivenza on the beach, laureato nell’accensione della carbonella con master in specializzazione nello scavo per tenere in fresco l’anguria, vedetta scelta nel monitorare che la marea non si portasse via le birre…Noi eravamo consapevoli di essere portatori di questo sapere prezioso, tramandatoci da generazioni di cabraresi prima di noi…E allora Santu Lussurgiu, sì. Correva voce che sul terreno dove intendevamo bivaccare ci fossero allo stato brado delle vacche selvagge dal pelo color ruggine chiamate Bue Rosso…Odiavano la gente del Campidano e ci avrebbero attaccato a mandrie se avessimo invaso il loro territorio…Eravamo giovani e cabraresi, conoscevamo solo le furbizie dei muggini (pag. 75). Mi è capitato svariate volte di far parte di questo rito pagano e ferragostano, in grazia di amici che hanno casa a san Giovanni in Sinis, e debbo dire che, mio malgrado, il fisico non mi regge più per condividere pienamente l’ospitalità delle genti cabrarisse. Tutti, ma proprio tutti, ti offrono da bere, bicchieri pieni di vernaccia a tutte le ore del giorno.
E poi tocca mangiare: spaghetti con bottarga, gli inevitabili muggini cotti sulla brace, fette di anguria a gogò, salsicce e formaggi vari, dolci a profusione. Mirto fresco. Un giorno, due, tre…pranzo e cena al chiaro della luna. Ci vuole, come cantava Luca Carboni, un fisico bestiale. E anche avere vent’anni aiuta molto nell’impresa di uscirne vivi.
E talvolta capita di nascere in famiglie da cui, sempre per uscirne vivi, tocca prendere le distanze, scapparsene appena si può. Michela dalla sua, l’ha fatto da adolescente, non è un caso che la dedica del suo libro più bello (e più premiato) “Accabadora” suoni un po’ criptico: “A mia madre. Tutt’e due”. E lì dentro, le pagine che descrivono il rapporto che si instaura tra la piccola Maria Listru e la vecchia Bonaria Urrai che l’ha voluta a “fill’e anima”, sono tra le più belle e struggenti di tutta la letteratura sarda. Padri spesso non pervenuti: L’eredità (pag.115): “L’avresti detto mai, o Babbo, che sarei diventato quello che sono? Secondo me no, e a vedermi oggi ci sarai anche rimasto male.
Tu avevi già le idee decise per me: farmi studiare tanto e proficuamente, come studia la gente ricca, che fa i figli dottori e le figlie professoresse contro l’invidia del paese…Non come te, con la schiena rotta dalla zappa all’oliveto e in vigna. Non come te, con la pelle rigata dal sole appresso al bestiame al monte…”le vigne le incendiano, le pecore le rubano, se hai suscitato invidia te le sgarrettano, ma un dottore è dottore comunque”…Mamma l’aveva capito che non volevo studiare, ma lei era l’unica persona al mondo che ti temeva più di me e così stemmo zitti in due…Ho studiato, Babbo, proprio come volevi tu…ma tu non c’eri più da un anno e mezzo quando mi sono laureato…So che gli altri ridono e pensano: hai visto il figlio di Bissenti, laureato per finire appresso alle bestie!…
I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore. Io invece faccio l’unica cosa che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore” (pag.117). Ad aprire questo libro: So e ricordo: “Da bambina amavo molto il fuoco, ogni candela mi rendeva falena: Mia madre cercava di tenermi lontana dalle fiamme nude, ma mia nonna ripeteva: lassa, ca iscramentat. Iscramentu è un sostantivo sardo che indica quel livello di consapevolezza raggiunto con gli errori propri o altrui che permette di non rifarli…
E’ una parola da sopravvissuti…la necessità di far divenire la conoscenza tutt’uno col suo tramandarsi, pena la nostra scomparsa”. Ha curato (mai termine è più appropriato) il libro, Alessandro Giammei, professore di italianistica a Yale, la prestigiosa università del Connecticut, il risultato è un libro sorprendente, in cui Michela Murgia continua a stupirmi per quella sua meravigliosa capacità di raccontare il mondo in un modo che è tutto suo, ironico e terribilmente serio allo stesso tempo, la cifra di un talento letterario unico, ciao Michela.
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