
di ANNA MARIA TURRA
Forse quella di Luciano Goddi, vincitore del primo Premio di Ozieri nella sezione prosa, è una scrittura medianica. Perché nasce da segni messi uno in fila all’altro in un modo tanto rocambolesco da sembrare inverosimile
Ed oggi vincere il premio di Ozieri a lui sembra impossibile, ma è vero secondo la mail che riceve qualche giorno prima della premiazione e che chiaramente dice che lui, esordiente assoluto, è nel podio al “primu” gradino.
«Quando ho letto “novidades istimadu Poete, quindi non ero sicuro che si riferissero a me, io non mi considero un poeta e mai più avrei pensato di accaparrarmi il primo premio, anche perché mi ha sempre intimorito quella giuria, costituita da studiosi e scrittori di alto profilo. Tanti anni fa, nel 1999, avevo partecipato al concorso letterario nel comune di Ittiri, Limba e ammentos, (Lingua e ricordi), coordinando gli allievi dell’istituto professionale dell’agricoltura “Sisini” di Sassari, con un primo e secondo posto e con la pubblicazione di altre poesie». L’ultimo, nel 2024, al premio Città di Olbia, terzo posto con un racconto breve in lingua sarda, “Mintonia”.
La sua voce nasce in Sardegna, ma affonda le radici nella cultura del racconto orale, nella sobrietà dei paesaggi e dei gesti quotidiani. La sua prosa è essenziale, diretta. Nel testo vincitore, Il catechismo di Madre Tilde, i bambini sono il punto di osservazione privilegiato: senza candori consolatori, ma con sguardi che mettono a nudo le contraddizioni degli adulti. La prospettiva infantile rivela lo scarto tra ciò che i grandi predicano e ciò che fanno. La motivazione della giuria parla di un umorismo “innocente e affilato”, capace di evidenziare le incoerenze degli educatori. Nel confronto tra adulti e bambini emergono crepe sottili: l’autorità è fragile, la devozione spesso distratta, le regole non sempre rispettate da chi le impone. I bambini, invece, vedono ciò che gli adulti preferiscono ignorare: piccole violenze, ingiustizie mascherate da buone intenzioni ed una dignità che resiste anche nel silenzio. Anna Cristina Serra, vice presidente della commissione Pemio di Ozieri dice: «E’ stata una grande scoperta anche per noi, l’abbiamo trovato rilevante tanto da dargli il primo premio. Ha un sottotesto che lavora in una maniera autonoma»
Nella sua attitudine a non spiegare, ma a creare una situazione che riveli i significati sottostanti, Luciano Goddi non si definisce precisamente un traduttore, eppure ha tradotto in sardo Il piccolo Principe di De Saint Exupéry. Nasce così “Su Printzipeddu Nostru”. Anche nella traduzione, Luciano Goddi non si limita a trasporre parole: mette in relazione mondi diversi. Il suo Su Printzipeddu Nostru non è una semplice versione sarda del Petit Prince. È l’incontro tra la solitudine del bambino venuto dalle stelle e quella del pastore sotto la vastità dello stesso cielo. Le figure non si sovrappongono: si riconoscono. Alcune si addomesticano e il cuore si spacca tra le pagine e le rose.
Ma come è potuto saltare in mente a questo autore di mettere le mani sul libro tradotto in oltre trecento lingue che, in un’insospettabile classifica, si posiziona al secondo posto al mondo esattamente dopo la Bibbia?
«L’incredibile molla che mi ha spinto a questa operazione è una serie infinita di coincidenze: la prima è che scopro che Antoine de Saint Exupéry ha avuto un atterraggio di fortuna nel deserto del Sahara e solo grazie all’intervento di una tribù indigena si salverà. Proprio come mio padre che, nella campagna di Etiopia, viene sorpreso con il suo camion da una tempesta di sabbia: anche lui, come il famoso avi-autore sarà salvato dagli indigeni.»
Ma le suggestioni del destino che guidano questo libro non finiscono qui. Nell’intenzione di trovare la traduzione in sardo del termine ”essenziale”, tanto caro al piccolo principe e tanto invisibile agli occhi, il professore si imbatte in un’omelia in Limba in cui il sacerdote, parlando della parola di Dio, ne dettaglia la materia invisibile, perché raggiunge il cuore con la forza di una lama: “… in su coro bi podet intrare solu sa paragulas de Deus ei-sa leppa”
Per mettere alla prova quelle che si fatica a non leggere come coincidenze, in un continuo rimando di segni, come ogni progetto ambizioso, quello del principino sardo non smette di attrarre valore, arricchendosi dell’opera di Elio Pulli, esponente internazionale della pittura e della scultura sarda. Ne nasce un libro che in lingua racconta una fiaba poetica i cui personaggi sono ripresi nelle foto delle opere del Maestro Pulli.
Un libro che somiglia ad un catalogo che accanto alle 26 opere di Elio Pulli diventa una vera e propria mostra. Anche la scelta del parco di Porto Conte a Capo Caccia, il rigoglioso parco naturale regionale, non è a caso: corrisponde al luogo dove lo scrittore francese ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita, prima che il suo velivolo venisse abbattuto da un caccia tedesco. Si fantasticò che lo scrittore fosse scomparso inghiottito dal cielo, seguitando ad alimentare una serie di fantasie romanzesche. Poi il ritrovamento dei resti del velivolo ed in particolare di un braccialetto d’argento con inciso sopra il nome dello scrittore, della sua amata Consuelo, il gruppo sanguigno e l’indirizzo dei suoi editori di New York, ridimensionarono la leggenda ad una true, sad story.

Ma il libro Su prinzipeddu nostru, a metà tra oggetto di culto e pezzo da collezione, diventa praticamente introvabile.
E le coincidenze continuano a tallonare il vincitore del premio di Ozieri, nel suo nuovo progetto narrativo si svela la storia di un soldato della prima guerra mondiale e si imbatte nella vita del nonno materno scoperta per caso nel corso delle sue ricerche. E in un episodio che parla di forza e di bellezza umana si rintraccia come un ennesimo segno che permea la sua scrittura, una sorta di comunicazione dall’Aldilà. Ne nasce un romanzo storico-familiare sulla Grande Guerra, frutto di una ricerca ossessiva e di una riflessione sui traumi dei reduci, sull’onore e sul modo in cui le narrazioni ufficiali spesso semplificano o deformano la realtà.
L’intento di Luciano Goddi è la pratica di una forma di scavo nella memoria e nella lingua senza compiacimenti. Sotto le storie, spesso, resta un nucleo semplice: la dignità delle persone comuni, le verità minute, ciò che è invisibile agli occhi ma non al cuore. È questo che dà forza ai suoi testi: il fatto di non offrire risposte, ma domande per comprendere ciò che abbiamo accanto.
«Ricordo che consegnai un compito in bianco alla maestra delle elementari, del nonno non sapevo nulla. Trovarmi di fronte per caso, senza volerlo alla sua storia, incontrarlo mentre cercavo altro è stata un’emozione incredibile e un imperativo a scriverne.»
Dopo aver ritirato il premio, in uno scambio con Anna Cristina Serra, che presiede la giuria, Luciano Goddi dice «Di questa donna davvero molto dotta, mi ha colpito la saldezza del linguaggio, quel suo incedere nella lingua campidanese con la forza di una lingua che sta nel suo essere viva, strumento di attraversamento della realtà.»
La vita ci viene incontro, bisogna saperla leggere e se Luciano Goddi di lettura se ne intende, nel ruolo dell’autore guidato dai fatti, mostra il profilo del cronista che sa narrare. Lo scrittore che tiene inchiodati con un’intelligenza enigmistica, una cultura tutt’altro che superficiale, guidato dallo studio e dalla ricerca ci mostra la parte folle dell’umanità migliore.
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super
Oltre le tue aspettative!! La modestia e l’umiltà premiano! Bravo Luciano 👏👏👏👏
Complimenti 👏👏👏 bravissimo Luciano!