
a cura di ORNELLA DEMURU
C’è un giorno, nel marzo del 1866, in cui la storia riaffiora dalla terra. Succede a Esterzili, in località Corti ‘e Lucetta: un agricoltore, durante l’aratura, si imbatte in un oggetto inaspettato. È una lastra di bronzo, destinata a cambiare per sempre la conoscenza della storia romana in Sardegna. Quel reperto passerà di mano in mano: prima al parroco Giovanni Cardia, poi al celebre canonico Giovanni Spano, che lo donerà infine al Reale Museo di Sassari, dove verrà inventariato dallo storico Ettore Pais il 26 dicembre 1878.
Quella lastra, oggi nota come Tavola di Esterzili, è considerata il documento epigrafico più importante rinvenuto nell’isola. Si tratta della trascrizione ufficiale di una sentenza emanata dal proconsole romano Lucio Elvio Agrippa nel 69 d.C., durante l’imperatore Otone, con la quale venivano condannati i pastori sardi della tribù dei Galillenses. La loro “colpa”? Essersi opposti alla progressiva trasformazione agricola delle terre sarde, in favore di coloni provenienti dalla penisola italiana.
Il documento, inciso a Carales (l’odierna Cagliari) il 18 marzo del 69, venne esposto al pubblico per iniziativa dei Patulcenses, contadini originari della Campania. Il testo testimonia una controversia che affondava le radici nel tempo: il proconsole Agrippa infatti decide di ristabilire un confine territoriale già fissato ben 170 anni prima, dopo una lunga campagna militare condotta da Marco Cecilio Metello, conclusa con la sconfitta delle popolazioni locali e celebrata con un trionfo a Roma fino al Campidoglio.
La tavola, una lastra di bronzo di 61 cm per 45 cm e del peso di circa 20 kg, ci consegna molto più di una semplice sentenza: ci racconta l’amministrazione provinciale della Sardegna nel passaggio dal controllo imperiale al Senato sotto Nerone, il funzionamento degli archivi romani, ma anche lo scontro profondo fra nomadismo pastorale e colonizzazione agricola. Roma puntava a domare il brigantaggio favorendo la sedentarizzazione, l’urbanizzazione e l’agricoltura stabile nelle pianure fertili della Trexenta e della Marmilla, zone chiave della resistenza antica alla romanizzazione.
Nel corso dell’Ottocento, la Sardegna attirò numerosi viaggiatori europei affascinati dalla sua storia antica: nomi noti come il Conte La Marmora o il Barone Maltzan ne raccontarono il volto più selvaggio. Meno noti, ma fondamentali per la nostra memoria storica, furono invece i pionieri tedeschi dell’epigrafia che visitarono l’isola tra il 1866 e il 1881 per raccogliere iscrizioni destinate al monumentale Corpus Inscriptionum Latinarum: Theodor Mommsen, Heinrich Nissen e Johannes Schmidt.
I loro viaggi, difficili e minuziosi, si affiancano a quelli di altri studiosi tedeschi come Julius Euting, esperto di iscrizioni fenicie, e Wolfgang Helbig, che visitò Ploaghe e Cagliari nel 1875. Solo recentemente si è potuta recuperare parte della loro corrispondenza, conservata nella Staatsbibliothek di Berlino: lettere autografe, relazioni, osservazioni, preziose per ricostruire il dietro le quinte della ricerca archeologica in Sardegna.
Il giovane Nissen, appena ventisettenne, una volta rientrato a Napoli dopo la sua missione, scrive una lettera il 10 luglio in cui riporta i risultati della sua campagna. Aveva verificato quasi tutte le iscrizioni di Carales, ma ammetteva – non senza sarcasmo – di aver rinunciato a quelle più difficili da raggiungere nelle campagne, lamentandosi dell’“orribile trascrizione” fatta dai predecessori La Marmora e Spano.
In questa rete di studiosi, emerge il ruolo fondamentale di Johann Heinrich Wilhelm Henzen, Primo Segretario dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica, che finanziò buona parte della spedizione sarda e curò i contatti con il Ministero a partire dal 1870.
Il 28 agosto, Nissen scrive da Pompei a Mommsen: il facsimile della Tavola di Esterzili, promesso da Henzen, non è ancora stato consegnato. Nissen decide quindi di inviarne un’altra copia, sperando che Mommsen possa pubblicare un articolo su “Hermes”, in attesa che Spano pubblichi la prima edizione ufficiale del testo – che Nissen già prevedeva inadeguata.
In conclusione, se oggi possiamo conoscere l’esistenza e il valore della Tavola di Esterzili, lo dobbiamo a una rete di studiosi, archeologi, epigrafisti e viaggiatori che – con rigore e passione – hanno cercato nella terra della Sardegna le tracce nascoste del suo passato romano.
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