GIORNALISTA E POLITICO: LUIGI PINTOR E LO SFONDO DEL CONFLITTO FRA ISRAELE E LA PALESTINA

Luigi Pintor

Il 13 ottobre è davvero stato un bel giorno, venti ragazzi israeliani tornano a casa dopo due anni di sequestro e sofferenze che, è facile intuire, li avrà segnati per il resto della vita, a quasi due mila palestinesi medesimo destino per essere scampati dall’incubo delle carceri di Israele (alcuni di loro dopo anni di detenzione e numerosi ergastoli sulle spalle). A corollario di tanta bellezza l’esercito israeliano non bombarda più ciò che resta di Gaza city, tacciono i droni, i carri armati fanno dietro front, si aprono i valichi che tenevano fermi le centinaia e centinaia di camion colmi di derrate alimentari, medicine, acqua potabile, tutto quello che sino a oggi è stato negato a una popolazione che è rimasta priva di tutto, casa e ospedali, scuole e luoghi di culto.

La fantomatica organizzazione americana-israeliana che distribuiva pasti in quattro punti della città rasa al suolo, sparando sulla folla di affamati quando si faceva “troppo minacciosa” ha lasciato il campo alle organizzazioni non governative dell’ONU che agirà su 140 punti di distribuzione. Aljazeera fa scorrere in continuazione le cifre del massacro di questi ultimi due anni: oltre 67.000 morti per bombe e proiettili vari, 460 per fame, di cui 154 bambini, 2585 di quelli che “minacciosamente” si avventavano nei quattro punti dove veniva distribuito cibo. Il genocidio è interrotto. Donald Trump, quello stesso che faceva fare il “lavoro sporco” a Netanyahu regalandogli le armi atte allo scopo, ha detto basta! Perché oggi e non un anno fa o anche prima non è dato sapere.

A pensar male, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: l’incauto bombardamento israeliano a Doha, capitale del Qatar nel “nobile tentativo” di assassinare gli ultimi dirigenti di Hamas (dirigenti, è bene ricordarlo, di una altrettanto feroce banda di assassini). Ma il Qatar (Aljazeera è la sua televisione che ci ha fatto vedere in diretta televisivo il genocidio israeliano, pagando il prezzo con la morte di più di duecento suoi giornalisti) è la “Sparta” del Medio Oriente, ricchissima di petrolio e ancora di più di gas, nel suo territorio la base americana tra le più grandi al mondo, 10.000 soldati americani.

L’emiro Al Thani  (un monarca assoluto che regna su di un paese di due milioni di abitanti, di cui tre quarti sono lavoratori pakistani, del Bangla Desh, indiani e malesi e filippini, quasi tutti maschi)  deve aver ventilato a  “the Donald” che se non avesse agito in qualche modo gli avrebbe dato lo sfratto, conseguenza: Netanyahu convocato alla Casa Bianca, scuse in diretta mondiale al Qatar per l’”errore” che mai più si ripeterà, più un “decreto esecutivo” a firma Donald Trump in cui è scritto che chi da domani toccasse il Qatar è come si toccassero gli Stati Uniti, a conferma di ciò: si farà una base qatarina negli Usa, in Idaho, per addestrare piloti arabi, costo qualche miliardo di dollari, paga l’emiro che sapete.

A completare il tutto: la “pace a Gaza”, naturalmente dopo “accordo” israelo-americano, e bastava veder la faccia del leader israeliano mentre ne dava l’annuncio al mondo, per capire che fosse stato per lui “il lavoro” avrebbe voluto portarlo a termine. Comunque sia l’umanità ha fatto un balzo indietro di qualche decennio e rimarrà nella storia, a perenne vergogna, il nome dei carnefici: lo stato di Israele, gli Stati Uniti d’America, conniventi in minor misura tutti gli stati che non hanno mosso un dito per fermare in tempo il massacro, la UE in primo piano, con lei la nostra Italia. “Giustizia è fatta”, così titolava  “Il Manifesto” del 10 settembre 1972 il pezzo con cui Luigi Pintor scriveva della rappresaglia che il governo israeliano di allora (primo ministro Golda Meir) aveva messo in atto dopo che alcuni terroristi palestinesi avevano preso in ostaggio gli atleti israeliani durante le olimpiadi di Monaco di Baviera: sottotitolo: “Il popolo palestinese è il simbolo delle classi subalterne contro cui tutte le società capitalistiche accentuano la repressione”. Il numero di morti infinitamente minore di quello di oggi, il motivo scatenante e ricorrente come fosse una nemesi che si ripeterà inesorabilmente: terrorismo e rappresaglia: Scriveva Pintor: “Della rappresaglia, in particolare, gli ebrei furono la vittima storica.

Oggi, Golda Meir e Dayan la scatenano altrettante fulminea e feroce, contro i profughi palestinesi, prima cacciati con le armi dalle loro case, e ora inseguiti e fatti a pezzi dalle bombe nei loro miseri rifugi. La nostra stampa borghese, i propagandisti del terrore legale e della guerra imperialista, gli uomini di cuore straziati dal sangue versato in una palazzina olimpica, asciugano ora le lacrime e tornano a sorridere, felicemente risarciti con cadaveri di donne e bambini trionfalmente vendicati da una flotta aerea mille volte più nobile del coltello dei fedayn. Questo non è finalmente il crimine turpe dello straccione, è il diritto luminoso dei signori della guerra.

Non è più sangue e barbarie e terrore, è potenza e pulizia. Non è merda, è civiltà. Aspettiamo il pagliaccio di turno che dica: l’hanno voluta loro. Occhio per occhio, dente per dente: ecco la prova che il terrorismo non paga…Come se la guerra fosse cominciata ieri in Palestina. Come se quei profughi oggi uccisi nei loro campi non fossero i sopravvissuti di uno sterminio a cui da anni concorrono la generosa Israele, Hussein il gentiluomo, la incorrotta destra egiziana, con la complicità vorace delle grandi potenze, la vergogna sordida dell’Onu, l’inerzia che la grande opinione pubblica riserva alle cause dei deboli, per meglio concentrare le sue emozioni sui lutti olimpici.

Come se i capi di Israele non dichiarassero sfacciatamente al mondo che la “rappresaglia” è in scientifica continuità con la guerra, per consolidarne ed estenderne i risultati, col fine di legittimare per sempre l’usurpazione territoriale e politica…”. Oggi l’Onu alza forte la sua voce, ma è delegittimato dalla potenza egemone che conta più di tutte le altre messe insieme, forse l’opinione pubblica del mondo si sta svegliano in contrasto coi loro governi che avallano lo scempio senza nulla fare per fermarlo, smettere di vendere armi a Israele, isolarlo politicamente, trattarlo come si fece per il Sud Africa perché cessasse l’apartheid. Nulla di più, nulla di meno.

E’ portatore di una malattia contagiosa, va isolato sinché questa non si risolva. Lo scritto di Luigi Pintor, sembra di oggi tanto è attuale, l’ho preso dall’inserto che “Il Manifesto” gli ha dedicato nell’anniversario della nascita: “Cento anni di Luigi, partigiano, scrittore e sopratutto giornalista. Asciutto, rigoroso e sarcastico, ha immaginato il manifesto prima di fondarlo, dirigerlo e lasciargli per sempre la sua impronta”: titolo: “essenzialmente Pintor”. Famiglia di buona borghesia cagliaritana, uno zio generale dell’esercito, un altro erudito bibliotecario del senato, babbo funzionario del Provveditorato alle opere pubbliche e mancato musicista, mamma insegnante e traduttrice di libri per ragazzi. Loro: quattro fratelli, il più grande Giaime si laurea in giurisprudenza a Roma ma ha un innato talento letterario, traduce Rilke, von Kleist, von Hofmannsthal, con Leone Ginsburg, Cesare Pavese e Massimo Mila tra i primi e più efficaci collaboratori dell’Einaudi. E poi la guerra: l’8 settembre del ‘43 partecipa alla difesa di Roma contro i tedeschi, poi si reca a Brindisi per arruolarsi nel nuovo esercito regio.

Arruolato dai servizi segreti inglesi, una mina lasciata dall’esercito tedesco lungo la linea del Volturno, viene dilaniato e muore a soli 24 anni (alla famiglia 200.000 lire di risarcimento, il certificato di patriota e lettera di condoglianze). Per Luigi è uno dei grandi traumi che dovrà subire nella vita, lui ha allora 18 anni e si arruola, a Roma, nei GAP. Arrestato e torturato dai fascisti scampa alla condanna a morte per puro miracolo. Dopo la guerra è giornalista all’Unità partendo dalla gavetta. Ci rimarrà per venti anni divenendone una delle “firme” più note. Nel ‘62 è eletto nel Comitato centrale del Partito Comunista italiano. Della corrente ingraiana di “sinistra”, sconterà questa scelta col trasferimento in Sardegna al Comitato regionale, qui comunque è eletto nel’68 alla camera dei deputati. E’ l’anno della invasione sovietica alla Cecoslovacchia, naturalmente per “salvare il comunismo”.

I dissidenti italiani vengono espulsi dal Partito. Luigi è tra questi e partecipa attivamente già da prima alla fondazione de Il Manifesto, allora mensile diretto da Lucio magri e Rossana Rossanda. Il 28 aprile 1971 il manifesto diventa quotidiano e Pintor ne sarà per molti anni direttore. Nell’inserto del manifesto Costantino Cossu cita pezzi di “Servabo”(1991), uno dei libri scritti nella tarda maturità insieme con “La signora Kirchgessner” (1998), “Il nespolo” (2001) e “I luoghi del delitto (2003). Pintor ricorderà gli anni della sua infanzia cagliaritana: “Vivevamo allora nella sperduta isola dei sardi., quando andare e venire dal continente era un’impresa.

Non conoscevo alcuna costrizione., la città era per me un campo di giochi, il suo vecchio quartiere arrampicato nella roccia, i suoi bastioni e le sue torri, i vicoli che scendono al porto come rigagnoli, ci offrivano una libertà fisica senza confini. Era una straordinaria fortuna che non cesserò di rimpiangere a confronto della prigioni della modernità”. E la memoria di casa di via Fiume: “Strana e amatissima, inerpicata come per caso tra rocce e cespugli di capperi, col suo giardino sospeso nell’aria e lo specchio del mare e degli stagni oltre i tetti della periferia, nel cerchio delle colline. Ogni ora del giorno il sole filtrava dalle persiane e il vento sbatteva furiosamente le porte fischiando nei corridoi”.

E sempre Costantino Cossu sul “Manifesto” del 25 settembre scorso (titolo: Luigi Pintor, la sua città dell’infanzia e dell’esilio politico gli dedicherà un luogo storico) fa la cronaca dell’incontro intitolato piazza Pintor svolto a Cagliari, presenti il sindaco Massimo Zedda. Ne è uscito un ritratto di giornalista e politico che convergevano in una visione del mondo che trovava il suo tratto saliente nella capacità di stupirsi e di indignarsi di fronte allo scandalo della Storia. E che già cinquant’anni fa faceva urlare, come oggi, la prima pagina del suo giornale: “Palestina libera!”.

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