“IL TURISMO NON BASTA. SENZA IDENTITA’ NON ANDIAMO DA NESSUNA PARTE”: INTERVISTA A GIUSEPPE MELIS, PROFESSORE ORIDINARIO DELL’UNIVERSITA’ DI CAGLIARI

Giuseppe Melis

C’è un tempo per ogni cosa, anche per guardarsi allo specchio. La Sardegna ha sempre preferito raccontarsi poco, come chi teme di disturbare. O di chi crede che per poter piacere bastino le sole doti naturali: il fascino dell’acqua, la bellezza del sole. Poi un giorno ha scoperto che il mondo bussava alla porta, chiedeva di entrare, desideroso di conoscere i suoi tesori per troppo tempo rimasti sepolti. E così è nato il turismo. Ma, come spesso accade nelle storie raccontate a metà, mancava qualcosa – che ancora manca: un’idea, una direzione, un perché. È da questa consapevolezza che parte Giuseppe Melis, professore ordinario dell’Università di Cagliari, che di turismo si occupa da decenni. Non per venderlo, ma per capirlo. E soprattutto per restituirgli un’anima.

Professor Melis, qual è la situazione attuale del turismo in Sardegna? Il turismo in Sardegna è cresciuto un po’ per caso, senza una vera regia. Non siamo in una situazione drammatica come quella di alcune città d’arte che soffrono di sovraccarico turistico, ma nemmeno possiamo dirci soddisfatti. Il risultato complessivo oggi non è all’altezza delle nostre potenzialità.

Da cosa dipende questa mancanza di risultati? Serve un metodo. Oggi manca una visione e soprattutto una strategia. Bisogna coinvolgere i territori, ascoltarli, costruire insieme un progetto coerente. E prima di tutto è necessario raccogliere dati: non si può governare il turismo “a sentimento”. È proprio questo che mi distingue dalle visioni delle politiche attuali: il turismo va pianificato in modo scientifico.

Come si misura il successo turistico? Con il numero di presenze? Assolutamente no. Il percorso non si misura solo così. Un indicatore unico non esiste e chi lo usa ha una visione parziale. Bisogna considerare tanti elementi: quelli ambientali, quelli legati alla sostenibilità, gli aspetti sociali, la capacità di carico del territorio. Dovremmo iniziare a chiederci: quante presenze possiamo sostenere senza compromettere ambiente e qualità della vita? Le presenze vanno anche pesate: non contano solo i numeri, ma la qualità dell’esperienza e l’impatto che generano.

Da dove si parte per fare turismo in modo serio? Dal territorio. Il primo investimento turistico è nell’ambiente, nel paesaggio e nell’economia locale. Rendere attrattivo un luogo significa renderlo vivibile per chi ci abita. Se un territorio non è rispettato e curato, se la sua storia non è valorizzata, non sarà attrattivo per nessuno. Chi viene in Sardegna cerca la nostra specificità.

Cosa intende per specificità? Identità. Nel mondo ci sono un miliardo e trecentomila persone che viaggiano per conoscere culture diverse. Parte di questo vuole un turismo di qualità: persone che cercano lingue, usanze, tradizioni, cibo autentico. E noi abbiamo tutto questo, ma dobbiamo esserne consapevoli iniziando a conoscere la nostra storia. Bisogna ripartire dalla scuola: solo se sappiamo chi siamo possiamo raccontarci agli altri.

Lei lega turismo, istruzione e coscienza storica. In che modo? Conoscere la nostra storia – penso ai regni giudicali, per esempio – ci permetterebbe di capire che siamo stati capaci di autogoverno. Ma oggi siamo la regione con il più alto tasso di non laureati: questo ci rende fragili, dipendenti. Solo una comunità consapevole sa creare sviluppo senza elemosine, posti letto o assistenzialismo.

Quali sono i settori chiave per uno sviluppo sano del turismo? Le filiere locali. Ridurre la dipendenza alimentare, per esempio. Dobbiamo chiederci: dove trovo le patate di Gavoi? Il fiore sardo autentico? I legumi locali? La pasta fresca tradizionale? Perché non abbiamo una Carta dei pani della Sardegna? Il turismo è solo la punta della montagna: alla base ci sono identità, agricoltura, artigianato e cultura.

Turismo come sistema complesso, quindi. Sì, va affrontato con metodo scientifico. Anche il cameriere è un attore del sistema: è un illustratore dell’Isola e deve conoscere ciò che rappresenta. Non si improvvisa, il turismo. Il mondo è evoluto grazie alla scienza, e così deve evolvere anche il nostro modo di fare accoglienza.

Che ruolo ha l’università in tutto questo? Noi facciamo la nostra parte. A Oristano c’è il corso di Management del Turismo: cinquanta studenti si stanno formando per guidare questo cambiamento. Creare competenze significa costruire futuro. E Oristano è un esempio: la qualità della vita lì è impagabile, e dalla qualità della vita interna nasce anche la qualità della proposta verso gli altri.

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