
Giovanni Carroni
di SERGIO PORTAS
Giovanni Carroni da Nuoro, teatrante per tenace vocazione, viene al teatro Blu di via Cagliero in Milano e si cala nelle vesti di Ruggero Gunale, l’alter ego di Sergio Atzeni nel suo postumo libro “Il quinto passo è l’addio”, Mondadori lo fa uscire nel 1995, la mia copia Ilisso, con prefazione di un critico di vaglia, Stefano Giovanardi, è una ristampa del 2020 con in copertina “Ite orrore”, una terracotta di Costantino Nivola. E, grazie alla magia del suo teatro, Carroni per un’ora e mezza “è” Ruggero Gunale, da solo sul palcoscenico, una scena ridotta all’osso di qualche sedia, un comodino con sopra un’abat-jour e poco altro. Ci racconta del perché stia finalmente lasciando la sua amata-odiata Sardegna, una corda di canapa lunga tutto il proscenio tesa a mezz’altezza, vuole che noi spettatori ci si immagini la nave che sta partendo dal porto di Cagliari per il continente di Civitavecchia, il reiterato mugghiare delle sirene che avverte coloro che debbono rimanere a terra di abbandonare il traghetto, e sciogliersi dagli ultimi abbracci dei parenti, ti aiuta “ a vederlo”.
“Bocca aperta alle mosche, Ruggero Gunale guarda con occhi umidi la città che si allontana: la croce d’oro sulla cupola della cattedrale e attorno a corona digradando i palazzi color catarro dei nobili ispanici decaduti, circondati dai bastioni pietrosi invalicabili a piede d’uomo, dove pendono chiome di capperi al vento, di un verde che ride” (pag.29). Nessuno degli scrittori nati o no in Sardegna è stato capace di raccontare Cagliari come Sergio Atzeni, è il suo menestrello, il suo cantastorie: storie appassionate e vissute intensamente che l’hanno visto macerare la vita sino a rendergliela intollerabile, da qui la fuga verso un ignoto privo di ogni aspettativa, senza un mestiere che gli desse una qualche certezza.
“Ruggero Gunale guarda la città che si allontana. Saluta torri pisane e campanili. Sillaba a se stesso: “La mitezza non incute rispetto né suscita vero compatimento. Anzi: godono a schiacciarti” (pag.29). Troppo mite Sergio Atzeni, che avrebbe voluto solo essere giornalista, guadagnarsi la vita con la scrittura, troppo mite Ruggero Gunale che pure prova a lavorare per una radio-libera (radio Sirena Libera Informazione) dove domina il suo capo, tale Pippo Ibba: “Gli ascoltatori a volte sono distratti, bisogna ripetergli le cose. Tu sei un poeta, ma di radio non capisci nulla. Io mi sono diplomato a quarant’anni ma ho una radio mia dove faccio libera informazione da dodici anni con successo di pubblico.(pag.98).
E proprio al fratello di Ibba (che di giornalismo nulla sa) che va il posto alla Rai su cui Ruggero aveva posto tutte le sue aspettative. E Giovanni Carroni, con impeccabile accento cagliaritano, glielo dice in faccia vestendo i panni di Antonio Curraz (grande famiglia i Curraz che in epoca spagnola hanno dato all’isola tre vicerè…oggi vivono vendendo aranceti ai costruttori di ville monofamiliari e giocando il ricavato nei casinò di Venezia e Mentone), è commissario al concorso di ammissione affrontato da Ruggero tre mesi fa: “Hai fatto lo scritto migliore, e io ti ho dato il voto più basso, anche se sufficiente. Non era un articolo ma il sunto di un futuro saggio sociologico.
Ben scritto, non discuto, tutti i congiuntivi giusti, ma nulla a che vedere col mestiere. Ad altri è piaciuto, ora sei primo in graduatoria”. “Ho qualche speranza di vincere?”. “No” (pag.116). Non è “accozzato” dalla parte giusta Ruggero-Sergio, chi comanda e ha potere decisionale in questo caso è tale senatore Tonino Portas, che pure è “uno dei nostri”, quelli di sinistra e delle feste dell’unità. Il partito di babbo Licio Atzeni, guspinese che a Montevecchio si è fatta una cultura di sindacalismo comunista. E che pure è uno che conta all’interno del partito provinciale.
Quanto sia stato determinante questa vicenda di insuccesso nella vita di Sergio è ben descritto nel libro che la moglie di lui, Rossana Copez, ha dato alle stampe con “Il Maestrale” nel 2020. In “Cercandocieli” a pag.55: “ E allora ecco lui tormentato da un senso pesante di sconfitta. Tutto un mondo gli crolla addosso. E io non so, non riesco a tiralo fuori dal baratro. L’ombra ha il volto dell’ingiustizia che ha i precisi connotati di persone amiche. Comincia la sarabanda di azzardi. Dimentica casa moglie e figlia.
Corre dietro amori facili e impossibili. Alle mie lacrime risponde: Per favore non rovinarmi questa storia d’amore…Odia tutto: me, i suoi genitori, il mondo, il partito ipocrita e se stesso. Il continuare a battere sui tasti di macchina da scrivere è l’unica difesa. Scrive e mi racconta di un suo alter ego che si chiama Ruggero Gunale come gli antichi giudici della storia della Sardegna. Che soffre come lui sta soffrendo, e vuole andare, andare chissà dove, a cercare senso e salvezza” (pag.60). ”Il giorno del suo compleanno mi comunica che parte per le strade del mondo. A cercare se stesso.

Gli preparo lo zaino con le magliette stirate…Ho il terrore che la folla se lo ingoi…Da allora decide di essere Ruggero Gunale e onda dopo onda comincia a prendere forma quel libro che si chiamerà “Il quinto passo è l’addio”. Va Ruggero a seguire il suo talento, la sua strada, insieme alla sua paranoia” (pag.66). Nello zaino di Ruggero sono una decina di quadernetti pieni di ricordi: “Il molo una mattina di settembre. Il sole suscita dall’acqua corone e aghi di luce, ricami che scintillano sulla patina di nafta e riflessi dorano le pareti del pontile. Ruggero scopre di essere innamorato. E’ in pausa di colazione da mezz’ora. Cammina lento, lo sguardo vola dalle barche che dondolano alle briciole arancio negli occhi di Monica. Gli occhi di Monica color carbone” (pag.32).
E Giovanni Carroni ci fa un resoconto spassoso di questo amore, che sembra essere tutto carnale, fatto di amplessi su di una vecchia 500, il cambio contro il ginocchio sinistro che duole, sulle dune del Poetto, con la sabbia che ti entra nelle mutande: “Ringrazia il Signore per i piaceri della carne. Non sa che è il primo passo del ballo: il fuoco. Sera del 10 settembre, passeggiando in spiaggia, hanno occhi appagati e culi pieni di sabbia. Lei dice: “Ricordi la notte sotto i mandorli guardando la luna piena?”, “Si venerano i ricordi quando l’amore è stanco…” “Non ricordi?”. “Ricordo ogni momento”. “E’ stata quella notte. Sono rimasta incinta”. Il mare fruscia quieto, profuma di gigli appassiti.
Nella città notturna Ruggero pensa: “Non ci credo, non è vero” e cammina lento cercando senza saperlo i vicoli deserti e silenziosi di Castello, stretti fra alti palazzi. Nel quartiere spagnolo arriva il libeccio, porta il freddo e profumi di ginepro e rosmarino, cacciano la puzza di fogna che esce dai sottani” (pag.38). Ruggero Gunale si convince d’essere spregevole. Accusa il Signore di non avergli dato grandezza d’animo. Non riesce a dormire, torturato dal ricordo del corpo di lei. Non sa ch’è soltanto il secondo passo del ballo: la colpa (pag.46). Trova casa in un sottotetto nella periferia bianca; Carroni per farci capire come si vive in un appartamento con corridoio alto due metri, largo cinquanta centimetri, lungo sedici metri, soffitto spiovente, altezza massima un metro e sessanta sul fornello più grande, dove bolle l’acqua per la pasta, un metro e quaranta sul fornello piccolo del sugo, si mette in testa un’asse di legno e vagola per il palcoscenico. E’ sufficiente. Un artificio scenico, direte voi.
Ma altrettanto grande artificio è quando usa liberamente il suo corpo: un cappello nero in testa, un altrettanto nero cappotto lungo sino ai piedi. E’ pronto per raccontare di tale Tonino Camboni, autore di scherzi di dubbio gusto, uno dei quali passato alla leggenda col titolo: “Come fermare il Cinque in via Manno sabato pomeriggio alle cinque per cinque minuti”. Come farlo? “E’ semplice: piazzati al centro della strozzatura della via, sopra il Convitto Nazionale; tienti pronto con la cintura dei pantaloni slacciata; appena vedi il pullman stracarico arrancare sulla salita, accovacciati dandogli le spalle; in modo occulto abbassati i pantaloni; quando l’autista suonerà il clacson, solleva il cappotto e mostra il culo nudo. Il resto va da sé.”
E Giovanni Carroni esegue sino all’ultima riga e fa mostra alla platea del suo culo nudo. E quando si rialza e si riallaccia la cintura, con accento squisitamente cagliaritano, ci fa sentire i giovinastri che hanno cominciato a urlare: “Bravo, ce l’hai quasi fatta. Sesi su mellus, immoi deppis cagai. Aiò. Caga.Caga. Caga.” Un coro da curva sud (pag.40). Mischia questi ricordi con il terzo passo a cui si abbandona Ruggero quando il rapporto con Monica prima finisce e poi riprende con rabbia: il delirio. E quando lei scompare definitivamente: è il quarto passo: l’agonia. Ruggero si lascia vivere nell’abulia e nell’inerzia più degradanti, scandite soltanto dal consumo di un’impressionante sfilza di “canne”. Finché, seguendo il consiglio di una dottoressa, decide di chiudere anche questa fase e di imbarcarsi, è il quinto e ultimo passo: l’addio.
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Grande Giovanni💪🏼💪🏼💪🏼👏👏👏
In bonora
Giuanni
Complimenti
bravo
Spettacolo molto bello 🤩 con Giovanni Carroni interprete magistrale