
Geppi Cucciari
di SIMONE MAULU
Ho stima di Geppi Cucciari che ha sicuramente il merito di promuovere con costanza la Sardegna all’interno del sistema televisivo nazionale italiano. Proprio per questo ho ascoltato con attenzione il suo monologo a ‘Splendida Cornice’ andato in onda su Rai3. Ha parlato meritoriamente della storia di Ovidio Marras, il pastore che ha salvato Tuerredda dalla speculazione edilizia da parte di una ditta che voleva costruirvi un residence. Una storia che ha ispirato il film La vita va così. Un racconto che ha toccato molti e che alcuni hanno letto come una dinamica anticolonialista. Forse anche Geppi Cucciari, in buona fede e con molto coraggio, intendeva muoversi in quella direzione. Ma ascoltandola ho avuto l’impressione che, pur partendo da premesse verissime e da un sincero desiderio di dissenso, il discorso sia restato all’interno della logica subalterna, mettendo in luce il senso di smarrimento che molti sardi vivono nel rapporto con l’Italia.
“Se chiedi a chat GPT – dice Cucciari – chi è venuto a fare della Sardegna un proprio dominio finisce i giga. Fenici, Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Pirati Saraceni, Pisani, Aragonesi… i Savoia sono diventati Re di Sardegna ma la casa madre era Torino. Sarebbe come se la Fiat avesse la sede ad Amsterdam…”
Una battuta affilata che fa sorridere e fa riflettere. Perché ci ricorda che la storia della Sardegna è stata attraversata da molte dominazioni, e l’ultima, la più sottile, non appartiene al passato ma al presente.
Infatti ci si potrebbe chiedere in quale misura la nostra relazione con lo Stato italiano conserva tratti di quella logica di dipendenza coloniale.
Sarebbe come se, ad esempio, la Sardegna pagasse le proprie tasse all’Italia e non gli venisse restituita la quota parte che le spetta, fino al punto in cui lo Stato italiano accumula un debito con i Sardi di 1,7 miliardi di euro. Ah no! Questa non è una battuta, è esattamente così. Quindi sarebbe come se l’Italia versasse tutte le proprie tasse alla Francia e poi si chiedesse: come mai siamo poveri?
Ma il cortocircuito concettuale arriva alla fine del monologo:“siccome noi siamo sardi ma anche orgogliosamente italiani”, moderate la tirannia, rispettateci.
È un invito istintivo, nobile, ma che apre a una riflessione più profonda. In quanto il rispetto non si chiede, si conquista. Se non siamo noi per primi ad avere rispetto di noi stessi come possiamo pretendere che ci rispettino gli altri? Soprattutto se chiediamo rispetto in quanto siamo anche noi come loro e ne siamo pure orgogliosi.
Ma qual è il popolo che è orgoglioso di essere come i suoi colonizzatori? Sarebbe come se i baschi fossero orgogliosi di essere anche spagnoli, curdi di essere anche turchi o i palestinesi di essere anche israeliani. Il paragone può sembrare forte ma se ci fermiamo a riflettere senza pregiudizi ci accorgiamo che è così: in molti rapporti economici, culturali, politici la Sardegna continua a vivere una condizione di subalternità.
Pensiamo a tutto quello che viene deciso nell’interesse dello Stato, non della nostra terra: la vertenza entrate, il territorio occupato dal 70% delle basi militari italiane, le sperimentazioni belliche, la gestione dei trasporti aerei e marittimi, lo sfruttamento energetico, i piani di rinascita, le industrializzazioni folli, la devastazione ambientale e sociale.
È legittimo chiedersi quale libertà reale ha un territorio quando le sue risorse, le sue terre e le sue acque vengono usate per scopi decisi altrove? Forse in tutto questo è possibile riconoscere le dinamiche tipiche di un modello coloniale e subalterno?
La subalternità, come scriveva Placido Cherchi, nasce prima di tutto da una catastrofe del soggettivo: la perdita della differenza. “Non posso rischiare di essere confuso con altro. Questa mia autenticità, questa mia unicità di persona, mi deve essere restituita dalla mia differenza”.
È forse qui la radice del nostro problema più profondo: la difficoltà ad affermare la nostra identità senza contrapporla, ma anche senza dissolverla.
Essere sardi non dovrebbe significare essere diversi in senso antagonista, ma unici in senso pieno: consapevoli della propria storia, cultura e lingua, e capaci di dialogare con il mondo a partire da quella consapevolezza.
Perché la differenza è una forma di ricchezza: da essa nasce il confronto, lo scambio, la curiosità. Quando una persona o una comunità si sente valorizzata solo se riesce a somigliare a qualcun altro, ha già perso se stessa. E senza identità, qualunque popolo è destinato a scomparire nel frullatore dell’omologazione culturale.
Dovremmo forse smettere di rifugiarci nella retorica dei sardi fieri e attaccati alla terra, e chiederci se lo siamo ancora davvero. Forse fieri lo eravamo, cinquemila anni fa, quando abbiamo dato vita alla civiltà nuragica, una delle più raffinate e importanti del Mediterraneo. Oggi, invece, il sistema di cui siamo succubi non ci consente nemmeno di studiare pienamente la nostra storia, la nostra lingua, la nostra geografia: la scuola italiana ci insegna la storia d’Italia, non quella della Sardegna. Ci insegna a sentirci italiani, persino italiani speciali per via della Brigata Sassari, ma dimentica che l’unità d’Italia ha meno di due secoli, mentre la storia della Sardegna vanta cinque millenni.
Forse il primo passo per ritrovare noi stessi è riconoscere serenamente che non siamo italiani speciali, ma sardi normali. E, a partire da questo concetto, costruire una classe dirigente capace di governare nell’interesse dell’Isola, senza l’ansia di compiacere Roma o di adeguarsi a modelli imposti dall’esterno. Perché fino ad ora chi è venuto dall’esterno con la Sardegna si è sempre arricchito, non capisco perché non potremmo farlo noi.
Solo allora potremo semmai parlare di orgoglio, di un popolo che si rispetta e che per questo è rispettato. Solo allora potremo immaginare uno sviluppo autentico, fondato sulle nostre esigenze, sulla nostra intelligenza, sulle nostre risorse.
E forse scopriremo che non serve più sentirsi antichi e fieri solo per ciò che siamo stati, ma moderni e felici per ciò che avremo costruito e saremo diventati. Perché questa è l’identità: il noi che costruiamo oggi, attingendo al passato ma con lo sguardo rivolto al futuro. Un futuro libero, consapevole, felice e finalmente nostro.
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Condivido pienamente, essere sardi e italiani si può? Per non andare troppo lontano in Corsica o in Alto Adige due realtà simile per contesto storico, territori occupati a seguito di guerra o acquisto, popolazioni che ha differenza dei sardi hanno mantenuto e ottenuto delle specificità come il bilinguismo in Alto Adige e servizi vari come nei trasporti in Corsica. In Sardegna ha vinto la paura di osare, di chiedere con forza ciò che ci si aspetta da chi ha voluto governarci a partire dai Savoia che senza colpo ferire o spargimento di sangue ha di fatto preso la Sardegna come bottino di guerra in seguito alla guerra di successione spagnola.
I sardi non contavano prima e sembra non contino ad oggi nonostante qualche sardo/a venga messa in risalto nel contesto nazionale. La Sardegna resta al palo dell’ arretratezza economica e sociale nonostante Grazia Deledda, Gepi Cucciari, Elisabetta Canalis, il Cagliari dello scudetto, Nanni loy e Amedeo Buffa (in arte Nazzari).
.. E non lo vogliamo capire! Anche la scuola ha le sue responsabilità! Con le nuove generazioni stiamo perdendo anche la nostra lingua madre …
Condivido. Grazie
Siamo sardi sotto amministrazione italiana.
Oggi si banfa di sostituzione etnica. Grande idiozia.
Ma i sardi subiscono da anni una pesante operazione di sostituzione culturale che li priva del senso di identità.
La frustrazione che ne nasce si sublima nel costante desiderio di compiacere il “colonizzatore” oggi perfettamente impersonato nella figura del turista.
Più sintetico no ?
Analisi che condivido. Mi rattrista qualche volta il fatto che abbiamo avuto politici importanti da vedute di stato e non regionali.Non hanno aiutato i sardi ad evolversi, a creare scuole utili per un progetto sardo dove si tener conto delle potenzialità del proprio territorio e imparare ad
amministrarlo. Sempre subalterni agli investimenti stranieri o continentali che ha creato solo manodopera stagionale. Non è mai tardi e si può cambiare. Questo pomeriggio ho visto un film al festival dei popoli intitolato Tatti con romanticismo, ambientato in un paese maremmano , che ha ripreso ad essere dopo tanti anni di abbandono , ed ora si è ripopolato grazie all’operosità dei pochi abitanti che sono rimasti , pur mantenendo le loro tradizioni si sono aperti al nuovo. Oltre alla tradizione hanno mantenuto la solidarietà tra famiglie, la gioia e l’energia per accogliere tutti i nuovi arrivati anche molto diversi da loro e tanto lavoro con la ripresa della coltivazione dei campi e la ricerca dell’acqua. Ho pensato ad alcuni paesi sardi che hanno smesso di scommettere con se stessi e si lasciano trasportare da ciò che viene da fuori , spesso con vittimismo e subordinazione
Sullo sfondo i TENORES di NEONELI 😍❤️
Antonio Urban perché non gli insegni tu al tuo figliolo/a il tuo dialetto o lingua del luogo dove se sei nato se in Logudoro o Medio Campidano? in fondo erano i genitori i nonni che parlavano ai bambini in dialetto o lingua .
Maria Mrru infatti, cara Maria, a casa mia si parla la lingua Sarda, e io parlo Sardo anche con le persone che incontro; ma la scuola è fondamentale. Il discorso è lungo, non ti voglio annoiare. Ciao, a sa buon’ora…🤗🤗
Antonio Urban beh in tutte le materie la scuola è fondamentale non solo per la Lingua Sarda o il dialetto , l’iniziativa deve essere delle famiglie o dei familiari vicini , gli Istituti Sardi che hanno fatto richiesta la Regione ha già provveduto ed inserito nel programma lo studio della Lingua Sarda e dei dialetti .