FAR SORRIDERE CON LE SMORFIE: L’ARTE DI FRANCO FAIS, CONOSCIUTO COME MONSIEUR BUBE’

Franco Fais

Di primo acchito, in uno scambio rapido di battute, è difficile capire se ci si trovi davanti al mimo Monsieur Bubè vestito da Franco Fais, oppure a Franco Fais, in arte Monsieur Bubè.

Forse è meglio pensare che coabitino entrambi nello stesso istante, come un’entità duale, indivisibile e inseparabile. Originario di Bonarcado, Franco ha dedicato la sua vita all’insegnamento, senza mai abbandonare l’altra metà della sua arte: quella del mimo, che lo ha visto protagonista di innumerevoli successi.

È un artista buono, raggiante, luminoso, e la sua presenza infonde una palpabile carica di umanità. In lui l’identità dell’uomo si mescola magicamente con quella ironica e perspicace dell’artista, come raramente accade oggi. Affascinati da quest’arte antica e ormai poco diffusa, gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Quando ha capito di avere questo talento? Durante l’infanzia, quando avevamo ospiti a casa, nelle occasioni di festa mio padre dopo cena mi invitava a esibirmi facendo le smorfie. Già a cinque o sei anni avevo il mio piccolo pubblico nella platea del soggiorno, e ricordo ancora le facce che interpretavo. Mi divertivo a imitare la postura delle persone del vicinato, e ai presenti domandavo chi ricordassero quei tratti, quei gesti.

Eri già un piccolo attore! Come, negli anni successivi, ha coltivato questa passione? Da piccolo ci riunivamo a casa di una signora per vedere la televisione tutti assieme con il vicinato. Ricordo di aver visto una pubblicità interpretata da Marcel Marceau, che mimava con le mani il volo delle farfalle. Fu grazie a quella scena che fui rapito per sempre da quest’arte.

Cosa ha fatto per inseguirla, o meglio, afferrarla? Quando conclusi gli studi mi recai a Roma, nel tentativo di seguire una scuola che mi offrisse una preparazione robusta, tale da permettermi di calcare il palcoscenico. Non fu per niente facile. Provai diverse scuole, finché trovai quella giusta!

Ha potuto incontrare grandi artisti? L’hanno influenzata nel suo percorso? Sì, ho avuto la fortuna di avere come docenti Angelo Corti e Marise Flach, protagonisti del Piccolo Teatro di Milano, quello fondato da Strehler, per intenderci.

E una volta conclusa la scuola a Roma, cosa ha fatto? Sono rientrato in Sardegna perché avevo vinto il concorso per insegnante elementare, e sono stato assegnato a Baressa dove ho trascorso nove anni meravigliosi, con un dirigente scolastico che aveva perfettamente compreso l’importanza e il valore educativo di introdurre nella scuola nuovi linguaggi e metodi.

La ricordiamo anche come attore nei lavori di Paolo Zucca e regista del documentario d’arte su Pinuccio Sciola…  Proprio così. Ho partecipato al film di Paolo ed è stata una bellissima esperienza. Il lavoro su Pinuccio, invece, mi ha dato anche tanta gratificazione nei festival. Tanti anni fa conobbi Piero Livi, un regista che operò in Sardegna, e mi suggerì di spedire il documentario a Kroměříž, al Festival di Cinema d’Arte. Lì vinsi il primo premio, la medaglia d’oro. Fu una serata indimenticabile! Telecamere, giuria, palcoscenico… un’esperienza eccezionale.

Franco, non abbiamo più spazio per ricordare le tue tappe a Parigi, Milano, il tuo incontro con il maestro Marcel Marceau, ma permettici un’ultima domanda: cosa diresti a quei bambini che manifestano un talento naturale già in età precoce? Direi loro di inseguire tutti i sogni, perché prima o poi si avverano.

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