DA “L’ULTIMO VIAGGIO DI LENIN” AL “DOMINIO DELLA RESA”: I LIBRI STORIOGRAFICI DI FRANCESCO PALA

Francesco Pala col suo romanzo: “L’ultimo viaggio di Lenin” ha vinto il premio “Neri Pozza” nel 2023 e forse anche per questo, per il successo che ha avuto il libro, la notorietà che l’ha inevitabilmente proiettato sulle vetrine delle librerie in posizione non sacrificata, è uscito ancora per Neri Pozza con un altro romanzo: “Il dominio della resa”, che in verità era già stato pubblicato nel 2018 (Biblioteka Edizioni) ma ora viene riproposto e rivisto anche nel titolo. Nuorese, nato nel 1973, professore di filosofia e storia, di lui anche scritti di carattere non storiografico, come invece sono i due romanzi di cui sopra, uno ambientato nell’URSS degli anni ‘40, l’altro nella DDR di metà anni ‘80, di lì a poco nel fatale ’89 il crollo del muro di Berlino che avrebbe dato alla storia del mondo una sterzata magistrale.

Sono ambedue libri affatto particolari, soffusi da un sentimento di inevitabilità dei processi storici che agiscono prepotentemente nelle vite dei protagonisti che ne vengono quasi schiacciati loro malgrado, e in mezzo ai quali si muovono comunque nel tentativo di dare il meglio di sé, a ribadire il valore dei loro sentimenti, e al di là delle difficoltà di vita da affrontare in regimi politici autoritari. Nel primo si assiste al tentativo picaresco, da parte di un pugno di militari di basso rango, di trafugare la salma imbalsamata del padre del comunismo sovietico: Vladimir Ilic Ul’janov, detto Lenin. Siamo nel 1943, le armate corazzate naziste sembrano non trovare alcun ostacolo nel loro incedere sulla steppa ucraino-russa, tanto che persino la capitale dei soviet, Mosca, corre il pericolo di essere occupata.

E Stalin ordina che il simbolo stesso del comunismo, da sempre esposto alla venerazione delle masse sulla piazza Rossa, sin dalla morte di Lenin nel 1924, venga “salvato” dalla possibilità di venire oltraggiato dalla furia nazista dei soldati di Hitler. Da qui il progetto “folle” di impadronirsi della salma imbalsamata per dare vita ad una nuova esperienza “davvero rivoluzionaria”: fondare una repubblica della Leninesia, all’estremo nord del continente, in cui si possa vivere il “vero comunismo”, tutt’altra cosa dal regime dittatoriale e mortifero che Stalin era riuscito a imporre alla Russia sovietica. Guido Caldiron, scrivendone sul “Manifesto” del 14 gennaio 2024 (titolo dell’articolo: “Leninesia, l’ucronia degli asceti socialisti”) così  descrive il dispiegarsi della storia: “Pala intreccia con una estrema eleganza narrativa e una grande maestria teorica il piano della storia culturale e politica russa, l’evocazione di una dimensione esoterica e mistica con il grande gioco della letteratura fantastica attraverso l’itinerario di un pugno di “asceti socialisti” che immaginano di dare letteralmente nuova vita ad un mondo ormai perduto”.

Troppo ricco di avvenimenti il libro per tentarne una riduzione in poche battute, tra le altre cose stupefacenti che vi accadono, vi compare un misterioso libro, un testo mistico stampato in due soli esemplari: “L’itinerarium mentis in Lenin” che custodisce le radici della vicenda; a una domanda specifica che il giornalista del Manifesto fa a Pala, lui risponde che l’dea è un omaggio alla civiltà del libro, ai testi che possono cambiare il destino e, allo stesso tempo, agli uomini che credono nella potenza redentiva della lettura e si affidano al suo mistero.

Scrive Andrea Tarabbia (col suo “Madrigale senza suono” ha vinto il “Campiello” del 2019) in quarta di copertina: “l’ultimo viaggio di Lenin si legge come un romanzo d’avventura. E’ una storia colta e ironica, anche, e in fondo parla del desiderio che abbiamo tutti: quello di vivere in un mondo perfetto”. Non certo perfetto è il mondo della DDR degli anni ‘80, in cui la Stasi, la polizia segreta del regime, scheda giorno per giorno la vita di un numero incredibile dei suoi abitanti, milioni di cittadini che vengono spiati sin nelle loro case, durante il tempo del loro lavoro, nelle università e nei luoghi di divertimento.

E questa intrusione è così palese a ognuno, che tutti agiscono sempre come camminassero sulle uova, nutrendosi di sospetti che si indirizzano sino ai loro familiari più intimi. Che la Stasi è capace di far sposare una delle sue spie ad una donna, se sospetta che la vita di costei, i suoi scritti, possa essere un pericolo per lo stato socialista. Sintetizza bene Giacomo Giossi sul “Manifesto” del 20 aprile scorso (titolo dell’articolo: “Un romanzo “berlinese”, storico e sentimentale”): “…La definizione che gli stessi abitanti danno di Berlino est è quella di una prigione a cielo aperto, ma è una definizione che spiega poco le dinamiche e i sommovimenti di una società che deve nascondere anche i propri più reconditi sentimenti. Una prigione che è certamente controllata militarmente, ma che è prima di ogni altra cosa psicologica, così come è alienata la stessa ideologia comunista chiusa in una messa in scena tanto violenta, inutile e obnubilata, al punto di aver annichilito un’intera città e la parte della Germania finita sotto l’influenza sovietica”. In questo cupo contesto, che spazio c’è per i destini della gente comune, per gli amori che pure sfociano irresistibili come sempre.

Ma se tu sei una ragazza che si occupa di letteratura come puoi solo pensare di avere una storia d’amore con un agente della Stasi, per di più sposato e con due figli piccoli. Il fallimento è già insito nelle premesse. Anche se il lettore fa il tifo per Irina e Klaus perché sino alla fine vuol credere che il sentimento possa scalare anche le montagne più alte. “ Il racconto di Pala prosegue attraverso una descrizione di silenzi e tensioni, in un alternarsi muto dentro al quale il sentimento individuale deve inevitabilmente tacersi e arrestarsi di fronte alla ragione di Stato…La realtà è quella di una finzione obbligata che comporta l’abbandono di ogni residua ambizione personale e anche la verità sentimentale si arena là dove il rischio è quello di far tracollare intere esistenze, come in una catena perversa in cui chiunque può essere coinvolto, o si trova a essere potenzialmente colpevole di un crimine”.

Per scrivere questo romanzo Pala, oltre a leggersi come sempre gli capita un mucchio di libri sul periodo in cui fa muovere i suoi personaggi, è andato a Berlino e si è immerso nell’atmosfera di quei grandi palazzi anonimi in cui vivevano gran parte degli abitanti della città. Una città che gli è parsa colorata di verde, verde stinto, colore che ha cercato di ricreare nel suo libro. I suoi personaggi, al solito per lui, si muovono poi un po’ di vita propria, prendono decisioni che lui mai avrebbe creduto prima di mettersi a descriverli sulla pagina bianca. Come dire che, per Pala, non ci sono finali scontati, le sue storie muovono da indizi imponderabili, una vecchia fotografia, lo squarcio di una scena di un film d’annata, una torma di ragazzini che corrono intorno ad un pallone.

Le sue storie si dipanano nella pagina senza che si possa intravvedere un finale plausibile, anche per l’autore, che senza dubbio ne rimane meravigliato al pari di noi lettori. Continua Giossi nel suo articolo: “ Quello di Francesco Pala è un romanzo politico in forma d’amore, il racconto sentimentale di un tempo che pare lontanissimo e le cui fratture furono determinate non solo dai grandi sommovimenti economici e sociali, ma anche da quei micromovimenti irriducibili determinati dalle storie individuali delle persone, da una insostenibilità e da una impossibilità alla felicità che, oltre a determinare una fuga continua, definirono anche le basi di un’implosione tanto imprevedibile quanto imminente”. E’ affascinato da questi periodi di instabilità Francesco Pala, curioso di esplorare come le persone cercano di attraversarli, senza perdere la loro umanità.

Una umanità che viene declinata seguendo vie contrastate e al limite dell’assurdo, come spesso sono le vicende delle persone normali, spinte a volte da forze che tutto sembrano sovrastare, a rincorre ideali di perfezione che il più delle volte sono solo sogni dei “grandi del mondo”. Pala è capace di svelarli per quelli che sono veramente: incubi notturni per il resto del genere umano. E, con una prosa impeccabile, di coprirli di ridicolo.

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