
Carlotta Minozzi
di ERINO POLI
Carlotta Minozzi è nata a Bologna, città a cui è profondamente legata. Da qualche tempo vive a Cagliari, luogo che ha scelto come casa e spazio creativo. Dopo il diploma scientifico ha conseguito la laurea in Traduzione e Interpretariato, e da sempre lavora con le parole: prima come traduttrice, poi come web writer e oggi come autrice.
La scrittura per lei non è un ruolo, ma un modo di esistere, un canale attraverso cui evocare emozioni e dare forma ai pensieri. Che si tratti di tradurre, scrivere un articolo o dare voce a una storia, Carlotta entra in una sorta di bolla spazio-temporale in cui tutto il resto si dissolve.
Il mese della cicogna è il suo primo romanzo, un’opera nata dal desiderio di raccontare e raccontarsi, trasformando le emozioni in parole capaci di toccare l’anima.
Oltre alla scrittura, coltiva la passione per il canto, altra forma di espressione che le permette di esplorare e condividere la propria interiorità.

Come e quando è nata l’idea di scrivere un libro sui tuoi bisnonni? E perché? La storia dei miei bisnonni è entrata nella mia vita quando ero adolescente, nel momento in cui anche i miei nonni ne vennero a conoscenza. Da allora è rimasta con me, come una presenza discreta ma costante. Crescendo, mi è capitato spesso di raccontarla ad amici e conoscenti: ogni volta suscitava stupore, emozione, e puntualmente qualcuno diceva “sembra un romanzo, dovresti scriverlo!”. Così, negli anni, ho iniziato a scriverla. L’ho lasciata e ripresa più volte, come fanno certi pittori con le tele incompiute: sempre in bozza, mai davvero conclusa. Poi un giorno l’ho ritrovata, sul serio, in una cartella sul mio PC, e ho sentito che era arrivato il momento giusto per darle voce. E vita.
Quanto c’è di vero e quanto di romanzato nelle vicende che racconti? Il nome della protagonista è reale: Teresa era davvero la mia bisnonna, e viveva a Venezia. Anche la vicenda di fondo è autentica. Tuttavia, quando i miei nonni ne vennero a conoscenza, ormai piuttosto anziani e solo dopo la morte dei bisnonni, si trovarono davanti a una storia sconvolgente e potente, ma incompleta. L’immagine era nitida, ma mancavano i dettagli. Le tessere c’erano, ma non tutte. Io ho provato a ricomporre il disegno, romanzando le parti mancanti. Con rispetto, e con amore. Come si fa con ciò che ci appartiene, anche se non lo abbiamo vissuto in prima persona.
Che valore assumono nel tuo libro i sentimenti? Cosa significa per te amare? Credo sia una delle domande più esistenziali che ci siano. Nel mio libro i sentimenti sono il cuore pulsante della storia: sono ciò che muove i personaggi anche quando sembrano fermi, ciò che li tiene vivi anche quando la vita sembra spegnerli. Per me amare significa consegnare a un altro essere umano le chiavi del nostro mondo interiore, lasciarlo entrare nello spazio più intimo e impalpabile che possediamo. È un atto estremo di fiducia. È riconoscersi e lasciarsi riconoscere, nell’anima di chi ci ama. È, se ci pensi, anche quello che nel romanzo Teresa impara a fare: riconoscere l’amore anche dove la vita sembrava averlo negato.
Tua bisnonna Teresa: una mamma, una donna e una sarta perfetta deve lottare ogni giorno contro un destino avverso, per continuare a vivere con dignità. Cosa ti hanno lasciato, cosa ti hanno insegnato la sua vita e le sue scelte molto difficili? Credo che l’amore materno sia la forza più potente dell’Universo. Una madre può affrontare dolori indicibili, sopportare l’insopportabile, compiere scelte strazianti… e farlo in silenzio, senza mai smettere di amare. La mia bisnonna Teresa ha avuto una vita difficile, segnata da decisioni che nessuna donna dovrebbe essere costretta a prendere. Eppure, lo ha fatto. E io credo che lo abbia fatto per amore. Quello che mi ha lasciato è proprio questo: la consapevolezza che, per amore, anche l’impensabile può diventare possibile. Credo anche in una forma di dignità che nasce non dall’orgoglio, ma dalla cura.
Molte donne hanno sopportato da sempre e continuano a sopportare situazioni di vita pesanti e continue violenze, fino a che punto è giusto rinunciare a se stesse e alla propria felicità? Fino a nessun punto. Non è mai giusto rinunciare a sé stesse, alla propria felicità. Eppure, per secoli ci è stato insegnato esattamente il contrario. Ci hanno raccontato che il dovere veniva prima di tutto, prima dei desideri, prima dei sogni, prima persino della dignità. Era un copione già scritto, dove ognuno aveva una parte, e pochissimi avevano il diritto di riscrivere le battute. Le donne, in particolare, hanno portato questo peso sulle spalle per generazioni. Oggi qualcosa sta cambiando. Lentamente, e sottolineo molto lentamente, ci stiamo avvicinando a un modo diverso di sentire la vita, in cui il diritto alla libertà, alla felicità, alla propria voce, non è più una concessione, ma un fondamento. Scrivere questo romanzo è stato anche un modo per rendere omaggio a tutte quelle donne che hanno resistito, silenziosamente, là dove nessuno vedeva, nessuno guardava.
C’è un modo giusto di vivere? Cos’è importante nella vita e qual è il senso di una vita? Credo che il modo più giusto di vivere sia questo: onorare sé stessi. Sembra semplice, ma non lo è. La società ci impone modelli, aspettative, ruoli già scritti. E così, spesso, perdiamo di vista chi siamo davvero. Ma quando iniziamo a riconoscerci, davvero e in profondità, e a rispettare la nostra verità, qualcosa si allinea. È lì che nasce un’energia nuova, fatta di coerenza, di libertà, di presenza. Per me, il senso della vita è tutto lì: trovare sé stessi… e avere il coraggio di onorarsi.È quello che Teresa, a modo suo, cerca di fare, nei silenzi e nel sacrificio.
La tua scrittura, molto ricca e importante, proietta il lettore nel periodo storico in cui si svolgono i fatti (inizio secolo scorso). Secondo te quanto può essere ancora accattivante la letteratura classica? La letteratura classica è intramontabile perché parla all’anima. Può darsi che uno stile narrativo non ci conquisti, o che una storia non ci coinvolga del tutto, ma dentro al baule della letteratura classica c’è sempre, almeno una volta, un libro che si allinea con ciò che siamo, che ci tocca, che ci chiama. E quando succede, sentiamo che quelle pagine parlano proprio a noi. Usano il linguaggio dell’emozione, del senso, della verità immutabile. C’è qualcosa di più accattivante di un libro che parla alla nostra anima?
L’ambientazione e le ampie descrizioni del paesaggio fanno parte integrante della narrazione. Venezia fa da contrappunto agli stati d’animo dei personaggi. Quali sono le sensazioni che hai voluto suscitare nel lettore? Io sono una persona estremamente emotiva, nel bene e nel male. Credo profondamente nel potere delle emozioni e nella capacità che abbiamo, come esseri umani, di viverle fino in fondo. Per me, le emozioni sono come gradini su una scala invisibile: se riusciamo a riconoscerle, a sentirle e ad accoglierle, ci guidano verso un’evoluzione autentica. È questo che ho voluto trasmettere nel romanzo: emozioni vere, personali, ma allo stesso tempo universali. Esistono anche se non si vedono. Non puoi toccarle, ma puoi sentirle. E se le senti davvero, con tutto te stesso, ti cambiano. Ti muovono. Ti portano un po’ più in alto.
Ci sarà una seconda puntata? Sì, ci sarà, perché la vita di Teresa è andata avanti, ha lasciato tracce, generato conseguenze e vita. E io ne sono la testimonianza.
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