
di SARA BRUGHITTA
Nel cuore del Montiferru, a Seneghe, tra le colline segnate da antichi filari è nato un progetto collettivo teso a riportare vita, cultura e socialità: Mussura. L’idea è nata in un momento di sospensione, durante la seconda ondata della pandemia, nel 2021. Era il tempo in cui le città si svuotavano e le campagne tornavano a essere luoghi di libertà e potenzialmente anche di socialità.
Proprio allora, un gruppo di under 30 — alcuni rimasti sempre a Seneghe, altri rientrati in Sardegna a causa del Covid dopo esperienze fuori regione — ha deciso di tornare alla terra, ma con una visione che andasse oltre l’agricoltura.
L’idea è nata davanti a una contraddizione dolorosa: tanti vigneti abbandonati, terre una volta produttive lasciate a se stesse. «Ci faceva male vederli così» racconta Matteo Flore, uno dei soci della cooperativa. «Avevano un valore non solo produttivo ma anche culturale, eppure nessuno li lavorava più». Da questa consapevolezza, e da una passione condivisa per l’enologia e la viticoltura, è nato il primo nucleo di Mussura.
Tre vigneti abbandonati sono stati recuperati e messi a produzione. Così da progetto sperimentale, nato quasi per necessità e spirito di iniziativa, Mussura si è trasformata in una cooperativa di comunità. Nel 2021 il concetto era ancora poco diffuso, ma per i fondatori è parso fin da subito lo strumento più adatto per affrontare una delle criticità del territorio: lo spopolamento, giovanile soprattutto. Seneghe, infatti, è tra i tanti comuni sardi che ogni anno vede partire figli e figlie di Sardegna che, troppo spesso, restano lontani.
La cooperativa punta quindi a creare posti di lavoro, eventi, occasioni di scambio culturale. La forma della cooperativa di comunità però, si è rivelata complessa. «La parte burocratica è ancora acerba e farraginosa. Da un punto di vista pratico, il nostro codice ATECO ci inquadra come produttori agricoli, ma in realtà il progetto mira anche a realizzare attività sociali, culturali, formative — tutte cose che vanno oltre quel codice».
Oggi Mussura conta circa 17 persone. Alcuni sono tornati da città lontane, spinti dalla pandemia, altri hanno sempre vissuto a Seneghe. Tutti, però, hanno fatto la stessa scelta: restare.
Sul fronte agricolo, Mussura ha scelto di operare senza sostanze chimiche. I vigneti vengono lavorati meccanicamente per l’aratura e il diserbo, mentre per prevenire le malattie si utilizza principalmente lo zolfo. Il modello è anche mutualistico: chi possiede un vigneto e vuole farlo rinascere può entrare nella cooperativa come socio. La cooperativa si occupa della gestione, e in cambio il proprietario trattiene un terzo dell’uva per farsi il proprio vino. Un patto semplice, che permette di coinvolgere direttamente la comunità e recuperare territori altrimenti destinati all’abbandono, e allo stesso tempo consente al proprietario di continuare a prodursi il vino in autonomia.
Oggi Mussura conta circa 17 persone. Alcuni sono tornati da città lontane, spinti dalla pandemia, altri hanno sempre vissuto a Seneghe. Tutti, però, hanno fatto la stessa scelta: restare. «Abbiamo capito che per restare davvero, serviva più di un lavoro. Serviva una comunità, un senso di appartenenza, uno scambio continuo».

Quando si parla di Sardegna e spopolamento, il rischio è sempre lo stesso: cadere nella retorica dell’abbandono e della desolazione. Raccontare chi resta come un “eroe”, o un “rivoluzionario” può rafforzare l’idea di un’isola svuotata, senza futuro, dove chi sceglie di vivere lo fa contro ogni logica, quasi un Don Chisciotte de noantri. «Il rischio è presente», spiega Flore. «Potremmo essere percepiti come eroi che resistono in un territorio desolato, e il nostro progetto andrebbe frainteso. Non è questa l’immagine che vogliamo trasmettere. L’idea di rivoluzione, secondo noi, va interpretata in modo diverso: bisogna sovvertire il paradigma dell’andarsene».
Per decenni infatti, il messaggio dominante è stato che per trovare lavoro, dignità e riconoscimento bisognasse andare via. «Ci hanno sempre detto che chi resta si accontenta di campare», prosegue Flore. In questo contesto, la vera rivoluzione non è resistere con eroismo malinconico, ma sovvertire il paradigma: scegliere di restare, sì, ma per costruire qualcosa di nuovo, che abbia valore economico, sociale e culturale; non più partire per poi tornare da pensionati, ma rimanere per creare, con la consapevolezza che la Sardegna non è un luogo vuoto da salvare, ma un territorio vivo, seppur con le sue criticità, da riscoprire e valorizzare.
Il progetto Mussura è stato accolto positivamente dalla comunità di Seneghe. Vedere un gruppo di giovani investire nella terra, nei vigneti abbandonati, nel lavoro agricolo, è stato un esempio concreto di una realtà possibile. «Abbiamo notato un piccolo ritorno alla terra, soprattutto tra i giovani, e sinceramente questo ci rende molto felici oltreché orgogliosi». Il desiderio, ora, è quello di fare un passo in avanti: creare uno spazio fisico che sia punto d’incontro per eventi e momenti culturali, ma anche aumentare i volumi produttivi, generare nuovi posti di lavoro, contribuire all’economia locale in modo più incisivo.
Oltre alla produzione di vino, Mussura organizza attività pensate per coinvolgere diverse fasce della popolazione, a partire dalle persone più giovani. Un esempio? Una caccia al tesoro tra i filari, in cui gli indizi erano strumenti della vigna o parti della pianta. Un modo alternativo alla classica didattica per trasmettere conoscenze in modo esperienziale, avvicinando i bambini al mondo agricolo senza retorica, ma con gioco e curiosità.
Alla domanda “Che consiglio dareste a un giovane che vuole restare?”, Matteo Flore risponde senza esitazione: «Creare rete. Senza una rete, senza comunità, non si va da nessuna parte. E soprattutto bisogna sapere che non si è soli: ci sono tante altre persone vicine che vivono la stessa situazione. È dal confronto che può nascere qualcosa di nuovo. Noi siamo nati così: pensavamo che non saremmo mai tornati, e invece proprio dall’incontro, dallo scambio, è nata Mussura».
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