
Farouk Kassam ai tempi del rapimento
di STEFANO LOFFREDO
Era la notte del 15 gennaio 1992 quando in Sardegna si consumò uno dei sequestri di persona più scioccanti della storia italiana. A Porto Cervo, nel cuore della Costa Smeralda, Farouk Kassam, un bambino di sette anni, figlio di un imprenditore di origini indiane, venne rapito nella sua abitazione da un gruppo di banditi armati. La madre, accortasi della finestra forzata e del letto vuoto, lanciò subito l’allarme. Da quel momento iniziò un incubo durato 177 giorni, che avrebbe tenuto l’Italia col fiato sospeso per mesi.
Negli anni Ottanta e nei primi Novanta la Sardegna viveva un periodo oscuro, segnato dal banditismo e dai sequestri di persona a scopo di estorsione. Zone impervie come la Barbagia e l’Ogliastra offrivano rifugio sicuro ai rapitori, che spesso contavano su complicità locali e su una rete di silenzi e omertà. Ma il caso Farouk fu diverso da tutti gli altri: un bambino innocente, non un ricco imprenditore o un allevatore, era stato preso in ostaggio. L’opinione pubblica reagì con indignazione, e per la prima volta il clima sociale in Sardegna cambiò: la popolazione iniziò a isolare i banditi, rompendo la storica omertà.
I rapitori chiesero un riscatto di diversi miliardi di lire. Per provare la loro determinazione, decisero di compiere un gesto di inaudita crudeltà: tagliarono un orecchio al piccolo Farouk e lo fecero recapitare ai genitori. L’Italia rimase sconvolta. La vicenda divenne un caso nazionale, i telegiornali ne parlarono ogni giorno, e il bambino rapito divenne il simbolo dell’innocenza violata. L’episodio spinse lo Stato a intensificare le operazioni di polizia e i carabinieri a lanciare una delle più imponenti cacce all’uomo della storia recente.
Ex militante del banditismo sardo, Boe era evaso nel 1986 dal carcere di Badu ‘e Carros a Nuoro, in una fuga rocambolesca che lo rese leggendario. Riuscì infatti a fuggire dal carcere di massima sicurezza di Cala d’Oliva sull’Isola dell’Asinara. Durante un lavoro esterno, con un complice tramortirono una guardia e raggiunsero la costa, dove la compagna di Boe, Laura Manfredi, li attendeva su un gommone. Il complice venne catturato poco dopo, Boe rimase latitante per sei anni, fino al suo arresto in Corsica nel 1992.
Boe aveva già partecipato ad altri sequestri e godeva di una fama ambigua: per alcuni un criminale spietato, per altri una figura romantica, quasi un “Robin Hood” sardo. Ma con il rapimento di un bambino, quella leggenda si infranse definitivamente. Boe diventò il simbolo del lato più crudele e disumano del banditismo.
Dopo sei mesi di prigionia, il 10 luglio 1992 Farouk venne liberato nei pressi di Orgosolo, in provincia di Nuoro.
Era provato, magrissimo, ma vivo. La sua liberazione avvenne in seguito a trattative riservate e, secondo le indagini, al pagamento di un riscatto di circa 5 miliardi di lire. Le immagini del bambino che tornava tra le braccia dei genitori fecero il giro del mondo. L’Italia intera tirò un sospiro di sollievo, ma il caso lasciò un segno indelebile nella coscienza collettiva.
Farouk fu abbandonato lungo una strada di campagna nei pressi di Orgosolo, nel cuore della Barbagia.
Era scalzo, magrissimo, confuso, ma vivo. Fu notato da un automobilista e poi soccorso da un pastore della zona che lo riconobbe immediatamente. Quando venne portato al comando dei carabinieri, pronunciò poche parole che commossero tutti: “Voglio solo tornare dalla mamma”.
Il rilascio fu preceduto da settimane di intensissima attività investigativa da parte dei carabinieri, guidati dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in precedenza e, in quegli anni, dal ROS di Mario Mori e Luciano Garofano.
Le autorità erano riuscite a circondare la zona di Orgosolo e Oliena, rendendo sempre più difficile la fuga dei rapitori. La pressione militare e sociale, unita alla trattativa, portò alla decisione dei banditi di liberare il bambino per salvare se stessi.
Per facilitare le trattative, fu rilasciato temporaneamente dal carcere Graziano Mesina, con la scusa di un permesso per motivi familiari. Mesina riuscì a negoziare la somma del riscatto, che si dice fosse di 5 miliardi e 300 milioni di lire. Tuttavia, le circostanze esatte della liberazione di Farouk rimangono poco chiare. Il bambino fu finalmente liberato l’11 luglio 1992.
Matteo Boe fu arrestato nel 1993 dopo una lunga latitanza. Il processo si concluse con la condanna a 20 anni di carcere per il sequestro Kassam. In cella Boe mantenne a lungo il silenzio, dichiarandosi non pentito ma negando di aver mai voluto fare del male al bambino. Scontò la pena fino al 2008, quando fu scarcerato dopo 16 anni di detenzione. Da allora ha scelto una vita riservata, lontana dai riflettori, nel suo paese natale.
Il sequestro Farouk segnò la fine dell’epoca dei sequestri in Sardegna. L’opinione pubblica, indignata, ruppe definitivamente con la cultura dell’omertà. Lo Stato intensificò la presenza militare e le indagini sui clan locali. Da quel momento in poi, i sequestri di persona in Sardegna crollarono drasticamente, fino a scomparire. Fu un punto di svolta: il caso Farouk chiuse un’epoca di violenza e paura durata oltre vent’anni.
Oggi quel bambino ha 40 anni, è un uomo riservato e concreto, che ha scelto di vivere lontano dai riflettori, ma non di dimenticare. Farouk vive tra Roma, Dubai e la Sardegna, dove la sua famiglia gestisce l’albergo “Luci di la Muntagna”, una delle strutture storiche della Costa Smeralda. Si occupa di attività imprenditoriali e di ospitalità di alto livello, seguendo personalmente i progetti di sviluppo del gruppo familiare. Chi lo conosce lo descrive come un uomo discreto, educato, con una forte determinazione e una sensibilità maturata da una storia difficile che non lo ha mai definito del tutto, ma che ha segnato profondamente la sua identità.
Dopo la liberazione, nel luglio del 1992, la famiglia Kassam decise di lasciare per un periodo la Sardegna per proteggere il figlio dall’esposizione mediatica e dalle ferite psicologiche del trauma. Farouk studiò a Roma, anche alla École française, e successivamente si è formato nel mondo del management e dell’imprenditoria. Negli anni ha preferito non trasformarsi in un personaggio pubblico, scegliendo il silenzio e la normalità come forma di libertà.
In alcune rare interviste rilasciate nel tempo, Farouk ha raccontato che non c’è giorno in cui non ricordi la prigionia, la paura e il buio della grotta dove fu tenuto nascosto per mesi. Pur riconoscendo di essere “andato avanti”, ha confessato di non aver mai perdonato completamente i suoi sequestratori, anche se oggi non vive più prigioniero dell’odio. «Ho imparato a convivere con quel dolore», ha detto una volta, «ma non si dimentica mai davvero».
Intanto sono iniziate a Cannigione, borgo della costa di Arzachena in Gallura, le riprese della serie tv in sei episodi “177 giorni. Il rapimento di Farouk Kassam”, destinata a Rai Uno. Il piano di lavoro prevede 12 settimane di riprese tra Sardegna e Campania, a partire dall’1° ottobre, con una prima tappa in Barbagia, a Orgosolo. La troupe è poi arrivata in Costa Smeralda, luogo simbolico della vicenda: qui, nella notte del 15 gennaio 1992, Farouk Kassam, allora bambino di sette anni, fu rapito dall’Anonima Sequestri sarda dalla villa dei suoi genitori a Porto Cervo, albergatori della zona.
Diretta da Carlo Carlei e tratta dal libro “Mio Figlio Farouk” di Fateh Kassam con la collaborazione di Marco Corrias, la serie, scritta da Lea Tafuri, Antonio Manca e Vincenzo Marra, sarà trasmessa in tre serate su Rai Uno. L’obiettivo è raccontare non solo il fatto di cronaca ma anche i risvolti sociali legati alla vicenda.
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