LUIGI PILLITU, L’ARTE NAIF DIVENTA LIBRO: NELLA CASA-MUSEO DI ASSEMINI, LO SCULTORE E PITTORE SARDO RACCHIUDE OLTRE MEZZO SECOLO DI ARTE MEMORIA E VISIONE

Luigi Pillitu e Veronica Matta

A più di 80 anni, Luigi Pillitu continua a raccontare la Sardegna con i colori dell’anima e la forza delle radici. Pittore e scultore autodidatta, considerato il maestro dell’arte naïf isolana, è oggi protagonista di un libro che ne ripercorre il cammino artistico e umano: “Luigi Pillitu. Scultore e pittore”, a cura di Giovanni Spanu per Arkadia Editore. Dalla sua Casa-Museo ad Assemini, dove ogni parete è un frammento di storia, Pillitu si apre in un’intervista esclusiva con Veronica Matta. Parla della sua arte istintiva, delle sue figure senza collo – simbolo di un’umanità raccolta – del legame profondo con la terra, con la spiritualità, con la bellezza come forma di resistenza. Non solo un libro: un testamento culturale, una riflessione sull’arte come memoria viva e visione del futuro. E, tra sogni già scolpiti e progetti ancora da realizzare, emerge il desiderio di costruire una “scala verso il cielo”, un’opera monumentale dedicata all’uomo di oggi. Perché, come dice lui stesso: “L’arte non si guarda con gli occhi, ma con il cuore. E la bellezza può ancora salvarci.”

Maestro Pillitu, il libro “Luigi Pillitu. Scultore e pittore” attraversa la tua lunga carriera artistica attraverso le tue opere. Che effetto ti ha fatto rileggerti attraverso lo sguardo di chi ha saputo raccontarti? È stata un’emozione grande, difficile da spiegare. Questo libro per me è un sogno che si avvera. Quando Giovanni Spanu, amico e curatore, me lo propose per la prima volta, pensai: a su mancu fossiri! (magari accadesse davvero!). Il suo lavoro è stato prezioso: ha ricostruito le tappe della mia vita artistica e personale con cura, rispetto e attenzione. Non tutte le mie opere sono presenti – ne ho realizzate tante – ma le circa cento raccolte nel volume rappresentano davvero me. Vedere tutto intrecciato in una narrazione così profonda è stato come specchiarmi, non solo nel volto, ma nell’anima.

Il libro è dedicato alla tua arte naïf. Per molti tu ne sei il simbolo in Sardegna. Come è nata questa espressione artistica? Non è stata una scelta consapevole, è venuta da sé. Io ho sempre disegnato e dipinto come sentivo. Il naïf non è, come alcuni pensano, un’arte infantile. È istintiva, diretta, autentica. Alcuni la chiamano arte popolare, altri arte primitiva. A me piace definirla semplicemente mia, spontanea. Ricordo con emozione la mia mostra personale in Svizzera nel 1990: partecipavamo in 400 da tutta Europa e, con mia sorpresa, mi assegnarono il Premio Europa. Rimasi senza parole. Il presidente della giuria – un francese che parlava italiano – mi disse: “Questa mostra è dedicata all’arte primitiva, e tu ti sei avvicinato più di tutti a quel linguaggio”. Nei miei quadri racconto la realtà con occhi sinceri. Famiglie, animali, feste, paesaggi: sono omaggi alla vita semplice, ai valori che resistono. Forse per questo tanta gente si riconosce nelle mie opere.

Il libro mostra anche molte delle tue sculture. Cosa riesce a esprimere con la scultura che la pittura non ti consente? La scultura è stata la mia prima forma d’arte, la mia dea madre. Ho iniziato col legno, poi ho sperimentato ceramica, pietra, ossidiana, vetro fuso. Ogni materiale ha la sua anima. Quando vedo un pezzo di legno, so già cosa ne nascerà. La pittura è venuta dopo, è stata un’altra conquista. Così dico sempre: la scultura è la madre, la pittura è la figlia, il padre sono io… e insieme siamo diventati una famiglia. Un esempio importante è l’opera che realizzai nel 1970 per l’arrivo di Papa Paolo VI a Cagliari, nella Chiesa di Bonaria. Usai materiali poveri: un cappotto del nonno, un vecchio lenzuolo. Ma il significato era profondo, e parlava al cuore. La materia ha una forza diversa: è tridimensionale, viva, fisica… ma ugualmente poetica.

In più punti del libro emerge il tuo legame con la spiritualità. Quanto ha contato la fede nella tua arte? È stata fondamentale. Senza la fede, non sarei né l’uomo né l’artista che sono. Ringrazio Dio ogni giorno per la mia famiglia – credente, unita e umile – e per i valori che mi ha trasmesso. Uno fra tutti: mai fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. La mia ispirazione spesso arriva dall’alto, da qualcosa che non mi appartiene pienamente. L’arte, per me, è un dono: ogni opera è un grazie. Anche quando rappresento la quotidianità, c’è sempre dentro un senso del sacro. La vita è mistero e bellezza. E credo davvero che ognuno di noi abbia un destino scritto.

La tua Casa-Museo ad Assemini è oggi un punto di riferimento culturale. Cosa rappresenta per te questo luogo? È la mia vita, stanza dopo stanza. Ogni oggetto, ogni quadro, ogni scultura, ogni chiave racconta qualcosa. Non è solo un museo: è una casa viva, dove si respira arte, Sardegna, memoria. Spesso uso materiali di recupero, perché ogni cosa merita una seconda vita. Voglio che le nuove generazioni, entrando qui, capiscano che un artista nasce da una casa, da una famiglia, da un piccolo paese. E che tutto è possibile se si crede nei propri sogni.

Se potessi lasciare un messaggio ai lettori del libro, quale sarebbe? Di guardare l’arte con il cuore, non solo con gli occhi. Di non cercare la perfezione, ma l’emozione. E di non smettere mai di credere nella bellezza, anche nei momenti più difficili. La bellezza può salvare. Lo dico da uomo che ha camminato tanto, ma ha ancora voglia di dipingere la luce. Sto lavorando a un progetto nuovo, molto importante per me. Riguarda l’uomo, oggi. Un’umanità che spesso non riconosco più. Vedo smarrimento, confusione, follia. Le mie ultime opere sono quasi una preghiera: invocano il Creatore. Voglio realizzare una grande scala verso il cielo, a modo mio. Perché – forse – non c’è più posto sulla terra. Un’opera divisa in più parti, che indichi una via, un cammino. Ho già iniziato. È il mio modo di dire che c’è ancora speranza, che l’arte può mostrare una direzione. Lo dedico all’uomo. Speriamo bene.

Saluto Luigi Pillitu con affetto, ancora una volta rapita da quello sguardo che porta con sé una luce rara: quella dell’innocenza d’animo unita a una profonda umanità. È un geniale costruttore di bellezza, un artista in cui le figure femminili – come le sue donne – evocano il rispetto antico che portavamo alle nostre aiaias, le nonne. Quelle che, mentre cercavamo di sfuggirle tra i giochi dell’infanzia, ci stringevano con mani grandi e forti, facendoci affondare nella loro ampia gunnedda, quasi a dirci: «Resta con me, stringiti a me, lasciati amare con tutta la forza che mi è rimasta in questa vita».  E così, contemplando l’opera di Luigi, non posso fare a meno di sentire – accanto a lui e alla sua famiglia – l’eco di quel mistero della creazione, al quale Dio ha voluto, in qualche modo, associarlo.

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2 commenti

  1. Vero’…panadas ” io sono ancora ferma a questo 🤣🤣🤣🥰😘con affetto

  2. Gianfranco Manca

    Bgiorno Veronica è buon weekend.

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