
Marina Meloni alias Mari Mameda
di ELISA MELE SEUL
Crescere in Sardegna significa anche crescere in un concerto di accenti e suoni. Da bambini impariamo che si può dire pedra o perda per indicare la stessa pietra e, se ci si trova a Terralba, la e ha una fonetica diversa; si impara a distinguere la c aspirata di Oliena, che non suona come quella di Orgosolo, o che a Tramatza la c si trasforma in z.
A pochi chilometri di distanza, nel Campidano, si passa da accidrinau ad acchirdinau per dire «irrigidito», e persino la Vernaccia, il liquore d’oro dell’Oristanese, cambia nome a seconda di chi la nomina: Crannaccia, Garnatza, Vernatza. Senza dover citare tutta la fattoria di animali, se a Solarussa si trovano gli abi de peddi (ali di pelle), a Teulada quei pipistrelli sembrano invece topi alati (ratapignata).
È un’isola insomma che non smette mai di sorprenderci, più ricca e abbondante di quanto una sola vita possa comprendere.
Su questa sinfonia di suoni e significati si è basato lo scambio con Marina Meloni, architetta e project manager, oltre che voce del gallurese sui social: «Noi tutti siamo cresciuti con l’idea che la lingua sia quella imparata a scuola», ci ha detto. «L’osservazione di come ogni comunità sarda, anche la più piccola, personalizzi un idioma, di fatto modellandolo, ci fa capire facilmente che sono i parlanti i veri protagonisti».
Ognuno di noi può essere attore della genesi e dell’evoluzione linguistica, «e quindi anche della morte o della sopravvivenza di una lingua parlata».
Nel 2024 Federica Cabras ha raccontato su queste stesse pagine la storia di Marina Meloni, alias Mari Mameda. A un anno di distanza, quella storia continua: Marina ha ancora più seguaci e persone che le scrivono. Non parliamo più solo di un’influencer, ma di una facilitatrice linguistica e culturale, attraverso un ritorno consapevole alle proprie origini.
Marina ci ricorda che la lingua può insegnarci chi siamo, non per dividerci, ma per valorizzarci a vicenda.
Non mancano i commenti di chi fraintende il messaggio proattivo di Marina, perché affermare la distinzione tra gallurese, tabarchino, algherese e sardo non significa rifiutare né tanto meno negare l’appartenenza all’isola.
Al contrario, riafferma ciò che molti sardi sentono nel profondo: una ricchezza non misurabile, tangibile solo dal cuore e scritta nel DNA. «Le parole, come le espressioni idiomatiche, raccontano l’intelligenza di un popolo e il suo modo di porsi nel mondo», spiega Marina. «Ho provato tante volte a parlare in sardo – lingua che comprendo, leggo e amo – ma quando capii che non ci sarei mai riuscita ho fatto pace con il fatto di essere profondamente gallurese, lingua che invece sgorga dal mio pensiero con sorprendente agilità, benché non mi sia stata pretesa da piccola».
La chiacchierata con l’architetta Meloni si è svolta online: la sottoscritta sarda nel Queensland (Australia) e l’intervistata al Nord Italia, in viaggio verso la Sardegna per una rapida visita.
«Dopo anni lontana dalla Sardegna – racconta – ho sentito l’esigenza di tornare a parlarne.
Forse è un effetto collaterale della globalizzazione: ci siamo confrontati tutti con tutti e, alla fine, ci chiediamo cosa ci renda unici. La risposta è dentro le nostre origini. »
L’esempio che arriva da Marina Meloni è che la lingua non è un vezzo o un’eredità sentimentale, ma una struttura viva del pensiero, un modo di abitare il mondo con l’impegno di preservarla con chiarezza per i posteri; affermandosi così come un anello di una catena culturale e idiomatica lunghissima.
Marina Meloni usa i social come laboratorio linguistico: «Se usati bene, i social diventano luoghi di scoperta curiosa. Permettono un contatto diretto con chi vuole imparare o riscoprire la propria lingua, senza retorica o ideologie.»
È così che una lingua minoritaria diventa materia viva espressa da chi la vive e la rielabora.
I contenuti di Marina non insegnano il gallurese, lo fanno vibrare. E quella vibrazione attraversa generazioni diverse, da chi lo parla da sempre a chi lo riscopre per la prima volta.
«In gallurese intaressu e senda indicano non solo i possedimenti, ma anche le persone più care, come marito, moglie, figli.»
Con Marina si riflette su quanto una lingua possa svelare la filosofia e la forma mentis di un popolo, raccontandolo a parole sue.
Il suo sguardo da architetto entra in gioco: le parole sono come edifici che hanno fondamenta, struttura, spazio. Un’altra parola, làccana, spesso tradotta come «confine», in realtà parla di riferimento, di consapevolezza dei propri limiti.
«Colciu l’omu chi no cunnosci mancu li làccani sóji», ovvero «povero chi non conosce i propri confini». Un confine, dunque, non come barriera ma come misura dell’esistere.
Attraverso l’interscambio sui social, Marina ha potuto osservare come la gente si renda conto che riscoprire sé stessi – l’essere sardi – è in realtà un processo che richiede costruzione, pensiero, lavoro.
«Siamo abituati a un concetto passivo di tradizione o identità; in realtà queste dipendono dalle nostre scelte», dice Marina. «Io ho scelto di essere sarda oggi, di parlare gallurese nel mondo di oggi.
È mia la responsabilità della mia identità.»
Questo riconoscimento è un atto di riconciliazione, in cui la lingua prende corpo, diventa verità.
Riconoscersi nel proprio suono è come ritrovare la direzione del vento: non importa dove si viva, la radice resta.
Non c’è voglia di influenzare gli altri a valorizzare una lingua piuttosto che un’altra, bensì un messaggio più universale: l’identità culturale e linguistica è una scelta che si rinnova, come un voto di appartenenza. Forse uno dei segreti dietro quell’attaccamento viscerale dei sardi alla propria isola madre, specialmente se migrati a migliaia di chilometri di distanza.
Marina Meloni è meda (molto), perché non parla del passato: lo traduce nel presente. Il suo impegno ci ricorda che preservare non significa solo conservare, ma permettere alla lingua di mutare, respirare, risuonare e soprattutto, di essere parlata.
Oggi, nel chiasso delle piattaforme digitali, Marina ci mostra che la lingua è ancora una casa di suoni, paesaggi, ricordi e prospettive.
E se la Sardegna parla tante lingue, è anche grazie a chi, come lei, ha deciso di non lasciarle in silenzio.
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Grande Mari 💪
Ho scoperto Mari ma Meda ( Marina Meloni) on-line pochi anni fa, mi sono imbattuta in lei casualmente ed ho iniziato a seguirla nob appena ho constatato che comunicava in lingua gallurese. Come presidente di un circolo dei sardi ho avuto modo di approfondire il logudorese, il nuorese,e anche le varie differenze del mio sardo campidanese. Il gallurese no. Mi è parsa perciò un’occasione ghiotta quella di poter avere un’infarinatura di tale lingua e devo dire che Mari con il suo modo di interagire con il suo pubblico riesce a trasmettere tanto.
L’ho conosciuta di persona qualche giorno fa ad Alghero e sono felice che ciò sia accaduto. Una ragazza intelligente, preparata, simpatica e anche bella.
Beatrice Spano presidente circolo Domo Nostra di Cesano Boscone
Imparo tanto dai suoi contenuti social, non solo per la lingua, ma anche di cultura gallurese e persino di modi di stare da sarda nel mondo. Marina è un’ ispirazione.
Brava, sinceri complimenti 👏👏
❤️unica
Orgoglio di via Vivaldi 😉
Ok
Tanta classe
Questa intelligente, giovane e bella signora, è riuscita col suo talento, eleganza e gusto, a dare una ventata di freschezza ad una lingua tra le tante di Sardegna, che più di altre esprime aperture verso il mondo esterno all’isola, con una miriade di lemmi talvolta coloratissimi ed irresistibilmente succosi, caustici, ironici, calzanti, profondi, strutturati…adatti a definire e a descrivere qualsiasi condizione del vivere sociale. Brava!
Architetta… un arco a forma di tetta?
Terribile questo scempio della lingua italiana.
Grazie Mari Mameda 🫡