EMIGRAZIONE SARDA “ORGANIZZATA”: CHI SEI E DOVE VAI? A MARGINE DEL CONGRESSO F.A.S.I., LA MANCANZA DI UNA VERA POLITICA SOSTENIBILE REGIONALE SUL TEMA

Per discutere criticamente in merito alle tematiche del congresso F.A.S.I ad Alghero, occorre partire da uno “sfogo”. Ed arrivare alla disamina di un questionario di due anni fa. Accantonato e dimenticato. Lo “sfogo”, bello, sentito, personale ed incisivo è quello di Massimiliano Perlato, il nostro direttore, nonché anima di Tottus in Pari. Nel suo appassionato, ultimo, intervento, non ha disdegnato di “fare le pulci” ad un certo modus operandi che, da tempo a questa parte, si è “impossessato” della politica di certa emigrazione “organizzata”. Più propensa a fare “affari”, mettendo in subordine la cultura.  O, meglio, mettendo la cultura al servizio degli affari e del business. È innegabile, infatti, che un certo “corto circuito” ci sia stato nell’attuazione delle linee programmatiche che hanno accompagnato la presidenza di Bastianino Mossa alla Fasi.

Massimiliano Perlato, nel suo ultimo intervento, ha rimarcato quanto il “vecchio modello Fasi”, fatto anche e soprattutto di pregevoli interventi ed iniziative di spessore, sia ora stato “messo ai margini, per adottare un sistema di conduzione oligarchico”. Del tutto diverso. Una riflessione, quella dell’ideatore e fondatore di Tottus in Pari, che lo ha, poi, portato ad analizzare, a 360 gradi, il suo e nostro mondo: quello della comunicazione. Ed al rilevare come, proprio in questo caso, il “filo” si fosse  “spezzato”. Da tempo.

Dal 1998, anno di nascita di Tottus ad oggi, praticamente, si sono susseguiti ventisette anni ininterrotti di numeri speciali dedicati ai Congressi F.A.S.I., preceduti da tesi congressuali, quest’anno assenti. Un ruolo, dunque, quello della storica rivista-blog, alla quale il sottoscritto si vanta di collaborare, centrale e cruciale per le battaglie di tutta l’emigrazione organizzata, e non solo. A partire da una giusta continuità territoriale nei trasporti, non quella fatta passare ed approvare di recente dalla Giunta Todde. Che continuità territoriale non è, disattendendo i principi cardine della legge 7. Per arrivare alle tematiche calde, dell’economia e del lavoro. Con un occhio di riguardo all’enogastronomia dei territori. Aspetto, su cui, le ultime politiche Fasi sembrerebbero aver maggiormente “accelerato”, senza considerare, però, alcune importanti variabili economiche. 

“Ora quel filo si è spezzato” – è la denuncia di Massimiliano Perlato.  Che non possiamo non fare nostra. Sia da vicepresidente di un circolo fuori dalla Fasi, che fa tanto per la Sardegna, sia da emigrato e storico economico che condivide in toto quest’analisi. Che, si badi bene, è e dev’essere critica costruttiva. E, allora, anche noi proponiamo, da osservatori esterni “interessati”, le nostre considerazioni. Per cercare di “riannodare” quel “filo spezzato” che persiste. E lo facciamo tenendo in considerazione il programma con le questioni tematiche oggetto di discussione ed il summenzionato questionario inevaso.

Già dalla sua introduzione, il presidente Mossa ha parlato di “Congresso fondante per proiettare la Sardegna in Europa, valorizzando la presenza delle nuove generazioni dei sardi nel mondo”. Peccato che questo sia stato messo in discussione, a pochi giorni dal Congresso, con il tentativo maldestro di modificare le norme statutarie, proprio a discapito di giovani e donne, ossia il “perno” e la storia dell’emigrazione sarda non solo in Italia, ma nel mondo. Tentativo “sventato” dalle opportune prese di posizione dei giovani e delle donne. E conclusosi con la convocazione del Presidente in Assessorato del Lavoro, per comunicazioni ufficiali a seguito delle note di protesta giunte. Punto che, naturalmente, toccherà la questione concernente il ruolo delle nuove generazioni.

L’altro tema, quello delle leggi sull’emigrazione, non può non partire da un assunto di massima, peraltro non rispettato dalla nuova continuità da e per la Sardegna. Principio enucleato a priori, ma solo in parte applicato dalla legge regionale 7 /1991 sull’ Emigrazione. E cioè l’estensione concreta ed effettiva del concetto di “comunità sarda allargata”, cosi come definito dalla legge, ai coniugi e familiari dei sardi nati ed ora residenti fuori dall’isola.  Assunto che, purtroppo, stenta a notarsi nelle ultime iniziative legislative approvate dalla Giunta Regionale sul tema. Che si sostanziano nel “Programma triennale per l’Emigrazione” (2025-2027) e nel “Piano annuale per l’Emigrazione 2025”, attuazione diretta della l.r. 7 /1991.

Secondo proprio quanto deliberato dalla Giunta Regionale, su proposta dell’Assessora al lavoro e secondo quanto disposto dagli artt. 1, co. 1 e 4 co. 2 della citata legge (cfr. Deliberazione della Giunta Regionale della Sardegna n. 27/31 del 25 maggio 2025).

Tuttavia, è proprio il “Programma annuale per l’Emigrazione Sarda”, quello varato dalla Giunta Regionale, a dover interrogare. Anche ad Alghero. Perché qui stanno i conti economici dell’emigrazione sarda nel mondo. E le chiacchiere stanno “a zero”.  Davanti ai conti. Ossia quello che gli emigrati sardi ed i sardi devono sapere. Ogni anno.

In linea generale i contributi erogati dalla Regione Sardegna per il 2025, a favore dell’Emigrazione organizzata sarda ammontano a 2.045. 918 euro. Di questo totale, 1.393.056 euro vanno ai circoli per le loro spese di funzionamento ed attività, 110.000 alle federazioni dei circoli, 12.000 alla Consulta Regionale per l’Emigrazione, 50.000 al Congresso F.A.S.I. di Alghero (16-19 ottobre 2025), 75.000 all’anno dell’Emigrazione sarda in Argentina, 22.000 ai circoli senza Federazione, 90.000 alla Convention dei giovani sardi nel mondo tenutasi ad Alghero. Un documento, quello del Programma annuale dell’Emigrazione, che sarebbe stato utile prendere e discutere proprio in quella sede congressuale, magari parimenti alle conclusioni dell’importante quadro di sintesi fornito dalla famosa analisi del Cespi a conclusione dell’importante Conferenza sull’Emigrazione sarda nel mondo, tenutosi a Cagliari dal 28 al 30 aprile 2023.

Era, quello, il momento centrale, voluto dall’allora Giunta Solinas, per fare il punto sullo “stato delle cose” in tema di emigrazione. Ed i gruppi di lavoro, formatisi in quei giorni, guidati dalla sapiente coordinazione del dottor Daniele Frigeri, erano stati suddivisi, in gruppi laboratoriali. Si era discusso di politica sostenibile. Con risultati molto importanti. Era emerso in quella sede come fosse stato più facile individuare gli ostacoli e meno le soluzioni. Il tutto, ovviamente, incluso all’interno di buone pratiche ed esperienze.  Soprattutto utili, queste ultime, per cercare di risolvere l’annosa questione del basso coinvolgimento dei giovani, uno dei temi fondamentali anche del congresso F.A.S.I. di Alghero.

Fra le idee ed i progetti molto interessanti ed innovativi, era emerso quello di creare dei luoghi smart working in Sardegna ed anche la partecipazione ed il coinvolgimento dei circoli in reti culturali sarde. Era, ed è, il caso eccezionale, portato ad esempio, del Circolo Culturale Sardegna di Monza che, pur non afferendo all’ emigrazione organizzata (non affiliato alla Fasi), per via delle sue fattive battaglie culturali in Brianza, tese a valorizzare Grazia Deledda, entrerà a breve a far parte della grande rete degli enti promotori del Distretto culturale del Nuorese “Atene Sarda”, il più importante, in tal senso, in Italia.

Sul tema ambiente, poi, era emersa un’immagine di circoli già attivi, specificando meglio le risorse interne, quelle esterne, gli ostacoli e le soluzioni. Le risorse interne disponibili risultavano essere varie: dagli esperti di politiche ambientali, agli ingegneri, allo sviluppo della biodiversità e dell’energia rinnovabile e sostenibile. Alcuni di essi si erano rilevati come già responsabili ambientalmente e possibili esempi di una buona fruibilità e vivibilità del loro territorio.  Molto interessante era stata la ricerca delle risorse esterne, ben individuata nei contatti con le locali università, gli ordini professionali, gli enti locali, le istituzioni europee, gli enti parco e le varie associazioni di ambientalisti. Con riferimento agli ostacoli, ancora una volta, l’indice era andato contro l’eccessiva burocrazia, la lentezza delle risposte ed il volontariato, essendo il circolo composto da “risorse umane”.

Evidente era anche il problema legato ai trasporti e la difficoltà a comunicare, per alcuni, con le istituzioni e gli altri sodalizi sardi.

Fra le soluzioni prospettate si partiva dallo stesso sodalizio che sarebbe dovuto apparire come una vera e propria risorsa per il territorio, proprio grazie alla straordinaria capacità delle associazioni sarde di “mettersi in rete”. In questo modo si sarebbero potuti creare dei progetti utili in campo ambientale, tali da poter essere esternati in buoni prodotti di comunicazione da presentare al referente unico regionale. Aspetto che non avrebbe dovuto non tenere conto del ruolo decisivo della politica. Politica allora chiamata, soprattutto, in causa per la questione delle servitù militari e per il problema idrico. Per questo, dal gruppo di lavoro apposito, era emersa la volontà di chiedere alla Regione, allora a guida centrodestra e sardista, di fare conoscere meglio il proprio piano per la strategia sullo sviluppo sostenibile che fosse stato in grado d’interagire con i “Piani di azione ambientali” di cui gli stessi sodalizi sono dotati. 

Il laboratorio “sociale”, ultimo dei tre, aveva fatto emergere due considerazioni ed una soluzione. La prima constatazione aveva rilevato la grande volontà dei circoli di “mettersi in gioco” con il volontariato e con la capacità di muovere e mobilitare competenze. Tutti aspetti che hanno teso a rinnovare il “patto” tra la Sardegna ed i sardi emigrati. La seconda considerazione aveva, invece, puntato sulla difficoltà di costruire un dialogo intergenerazionale da cui fosse potuto realmente “uscire” chi fosse stato in grado di avere le capacità esatte per identificare e scegliere rimedi pratici.  Queste due considerazioni si sarebbero, poi, potute “concretizzate” in una possibile soluzione “sociale” rappresentata dall’attitudine di fare dei progetti su lavoro, ambiente ed aspetti socio- sanitari. Ed è proprio da quest’istanza che si era reputata l’opportunità di rafforzare e formare delle persone ad hoc. Questo avrebbe dovuto implementare la vitalità dei circoli, contribuendo alla maggiore costruzione di un rapporto fondato sull’ascolto del territorio in cui s’insiste e sulle sue istanze.

Il redde rationem finale del Cespi, presentato “in plenaria”, non era stato altro che un “tirare le fila” di quanto discusso e dibattuto in sede laboratoriale e di quanto compilato negli appositi e documentati questionari preventivamente inviati dagli organizzatori ai delegati e da essi eseguito. Tutto lavoro pregresso e preparazione mancante nel Congresso Fasi.

Che immagine dell’emigrazione sarda ne usciva dunque? I dati erano incontrovertibili. E non si discostano da quelli attuali.  Più del 70 % dei delegati aveva risposto ai summenzionati questionari. Di essi, il 55 % si trovava in Italia. Dal punto di vista della composizione, i circoli presentavano una maggioranza di persone non nate in Sardegna. Un punto di snodo esiziale era, appunto, dovuto all’ età ed al ruolo dei giovani, per cui si era chiesto, da più parti, un ricambio generazionale, in grado anche di aumentare le già ricche competenze interne. Da non sottovalutare affatto la prospettiva di partecipare più attivamente ai bandi con il coinvolgimento di risorse finanziarie, economiche ed umane.

Un dato importante rilevato dai ricercatori del Cespi era quello legato al fatto che la maggior parte dei circoli, purtroppo, non conosceva ancora la strategia sarda di sviluppo sostenibile: circa l’86 %, pari a 73 su 84 circoli.  Ma qual’ era questa “Sardegna sostenibile”? Essa si esplicava nelle sei “indicazioni” individuate di una Sardegna più sociale, più connessa, più verde, più intelligente e più vicina. E le risposte dei circoli e dei loro delegati non avevano mai superato il 20- 25 % del totale. Motivo per cui, proprio per la definizione dell’Agenda 2030, per la Sardegna era chiaramente mancato, e continua a mancare, l’apporto dei sardi fuori. Soprattutto in una regione, ora, “messa” duramente alla prova sulle rinnovabili ed in un Consiglio Regionale che, da oltre un anno, ha “deciso di non decidere”, accantonando, inspiegabilmente la “Legge Pratobello”.

Questi dati, ovviamente, “stonavano” con quell’ 86 % di circoli sardi interessato allo sviluppo sostenibile della loro terra.  Questo perché, sempre tenendo conto dell’analisi del Cespi, l’annosa questione dei trasporti era parte integrante dello sviluppo sostenibile. Alla luce di ciò erano state prospettate delle svolte finali in grado di rendere il mondo dell’emigrazione sarda attore decisivo di “Sardegna Agenda 2030”. A partire dall’aspetto informativo di sensibilizzazione per arrivare, poi, alla creazione di relazioni tra strategie e rapporti con le comunità dove si vive, le regioni ed a livello nazionale.

Occorreva, quindi, sempre per il centro di ricerca, che le associazioni sarde emigrate, si fossero presentate come dei “ponti” in grado di favorire la collaborazione fra gli attori con relazioni con il territorio in cui si vive (capitale relazionale).  “Ponti” in grado, poi, di trasformare e mobilitare competenze ed iniziative economiche. In cosa, quindi, gli emigrati avrebbero potuto realmente “dire la loro” sulla sostenibilità ambientale della Regione Sardegna? Certamente su accessibilità, continuità territoriale, cultura e biodiversità. Ed ora anche rinnovabili. E questo si sarebbe potuto tradurre in una partecipazione attiva “in grado di rompere la bolla dei circoli con gli attori sardi e con il Forum Regionale”. “Passo” ulteriore e finale per la Sardegna, unica regione italiana ad aver parlato di emigrazione all’interno dello sviluppo sostenibile. Ma, sic, sviluppo sostenibile assente in toto dai temi del Congresso FASI di Alghero.

Ora, per “riannodare” quel “filo spezzato”, al posto di passerelle folcloristiche di contorno che lasciano il tempo che trovano, sarebbe stato utile riprendere i dati forniti da quel questionario Cespi di due anni fa. Purtroppo, però, il “filo spezzato” dell’emigrazione sarda organizzata persiste. Assieme a quello dei suoi non trascurabili costi, che un’adeguata politica regionale di sostenibilità ambientale avrebbe potuto rivedere.

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5 commenti

  1. Antonio Maria Masia

    Gli insulti che, purtroppo TIP preso, sono medaglie di merito per te e il tuo Giornale.
    Tottus è e rimane un prezioso punto di riferimento per il Gremio… e non solo.

  2. Stefania Calledda

    Fondamentalmente i temi trattati erano all’insegna del “ci stiamo lavorando”.

  3. Josiane Masala

    Grande Domenico Scala

  4. Angela Solinas

    Complimenti Don Domenico Scala

  5. Un’analisi obbiettiva ed oggettiva della della situazione che si è venuta a creare.complimenti.

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