AI MARGINI DEL CONGRESSO F.A.S.I., OLTRE L’IDENTITA’ PER UNA NUOVA EMIGRAZIONE: SA DOMO NOSTRA EST SU MUNDU

Ci saremmo augurati che sarebbe dovuto e potuto essere diverso. Dall’esterno, logicamente. Eppure i risultati e quanto avvenuto in questi giorni ad Alghero, all’ottavo Congresso della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia, deve fare riflettere. Bastianino Mossa, di Bultei, è stato riconfermato alla presidenza della Federazione degli Emigrati Sardi per il secondo mandato consecutivo.

Per una manciata di voti, quindici. Da un lato la “lista” gatttopardesca del “perché tutto cambi, perchè tutto rimanga come prima”. Dall’ altro la lista del cambiamento radicale, capeggiata da Sara Nicole Cancedda, avvocata di Gonnosno’ residente a Roma. In un Congresso caratterizzato dalle alte tensioni. E dalle profonde spaccature. Su tutto. Si è comunque, giunti ad un bivio. Per tutta l’emigrazione sarda. Organizzata e non. Da ripensare. Da rifondare in toto. Almeno in Italia. A partire dalla stessa Federazione.

Per resettare e riformare la F.A.S.I. basterebbero poche cose: partendo, appunto, dai territori dove si vive e si insiste. Per poi, solo dopo, “arrivare” in Sardegna, la nostra terra, certamente. Ed il problema di questo Congresso sta proprio qua, in quel titolo dato che, fin dalla sua prima lettura, non mi ha mai convinto: Domo nostra. La casa è di chi ci vive, ci lavora e ci abita. Certamente, lo sottolineo da storico economico, non bisogna mai scordare le radici, quelle che ti aiutano a crescere e ad affrontare il mondo. Ma la casa, sa domo, per noi sardi de su Disterru, dell’altra Sardegna, che non è solo quella della F.A.S.I., “est su mundu”. E’ il mondo, il nostro, fatto di grandi dimensioni, di quotidiani conflitti e di nuove “messe alla prova”. Il nostro “grande mondo moderno” dell’ “altra Sardegna”. Che, però, per essere tale, ha bisogno, come una “cerva che anela ai corsi d’acqua” (Sal. 41), di ritornare ad abbeverarsi alla fonte della propria “casa”, “Sa Domo”.  Che, ora, non è più “nostra”. E’ di chi, giustamente, ci vive e ci battaglia.

Quotidianamente. Nel lavoro, nell’economia, nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, nell’ambiente. Noi emigrati, quando siamo in Sardegna, ci tengo a ribadirlo, non siamo “a domo nostra”, ma siamo sardi “de domo anzena”. E’ questa la definizione più corretta da darci e fornirci. Che ben si lega a quello storico “ponte” steso da oltre cinquant’anni proprio dalle prime associazioni sarde di emigrati nella Terraferma.  Ai tempi della Lega sarda e del primo congresso dell’emigrazione sarda organizzata del 1972, tenutosi proprio ad Alghero. Un congresso tanto evocato, ma poco tenuto in considerazione, nonostante gli atti congressuali siano stati curati dall’indimenticato Paolo Pulina, uno che, per quello che ha dato e fatto per la Sardegna a livello culturale, sarebbe stato opportuno ricordare e mettere fra i sei volti di sardi celebri scelti per rappresentare il congresso. Assieme a quello, ovviamente storico, di Filippo Sotgiu, il vero “Padre” dell’emigrazione sarda organizzata in Italia. Tutte figure che, per primo, il sottoscritto si è impegnato a ricordare sulle colonne di ‘Totttus in Pari”, ormai divenuto da tempo l’unico organo dell’emigrazione sarda nel mondo, dopo la chiusura de Il Messaggero Sardo. E nonostante le ottime rubriche periodiche dei due quotidiani isolani riservate al mondo dell’Emigrazione. Perché, appunto, prima che di programmi e piani, su cui abbiamo ampiamente scritto in precedenza, aprendo anche uno “squarcio” sui “conti economici” de “su Disterru”, su cui occorrerà riflettere in un secondo momento, l’emigrazione sarda è fatta di uomini e di volti. Di storie e di sentimento. E mi sono chiesto: cosa c’entrano queste figure di sardi e sarde “celebri”, rappresentate nei manifesti congressuali, con l’emigrazione e “Sa Domo”? Parliamo di Amsicora, del canonico Giovanni Spano, di Giovanni Maria Angioy, di Grazia Deledda, di Antonio Gramsci, di Maria Carta. Tutti personaggi per cu “Sa Domo” esulava certamente, per chi più e chi meno, dal mero concetto familistico di focolare domestico per “abbracciare” quello identitario di Patria e Nazione. Nei loro contesti più disparati. Il sardo- cartaginese Amsicora per “Sa Domo” morirà, offrendo la sua vita in quel di Cornus. A difesa della sua comunità. Il canonico Giovanni Spano quella “domo” la scoprirà e metterà alla luce nelle sue prime grandi ricerche archeologiche del XIX secolo. Giovanni Maria Angioy, il padre della Sardegna moderna in senso autonomistico ed indipendentistico, per quella “Domo” subirà l’esilio e la morte, quasi certamente in una fossa comune a Parigi. Esilio, non Emigrazione.  Con Gramsci “sa Domo” assumerà, nuovamente, le sembianze “piccolo identitarie” di casa e focolare domestico. Ma la vivrà da emigrato. Così come “Sa Domo” la vivranno da emigrate due delle figure femminili più iconiche e rappresentative della Sardegna, Grazia Deledda e Maria Carta. La prima divenendo emigrata dapprima in Lombardia e poi a Roma. Dove la dimensione sarda di “Sa Domo”, dei suoi più celebri romanzi, si contamina con quella lombarda di “Annalena Bilsini”. Grazia Deledda visse da emigrata sarda in Lombardia per anni. E nessuno sembra saperlo. Neanche la Fasi. Visto che da tempo la casa lombarda di Cicognara presso Bozzolo, bassa mantovana, in cui visse, “Sa Domo” fisica, è minacciata di essere abbattuta per farci un centro commerciale. Nel silenzio generale dei circoli sardi “organizzati”. E della Fasi. Sempre protesi al perseguimento dell’identità. A discapito della “costruzione di ponti”. Lo stesso che ha voluto rappresentare anche Maria Carta. Donna, certamente, dell’identità, ma anche dell’emigrazione.  E dell’integrazione. A Roma, da consigliera comunale. Ecco, per organizzare un simile congresso, e prima di buttarsi nei meandri perigliosi di dibattiti infiniti, con le solite passerelle “del nulla”, arricchiti dagli immancabili spettacoli identitari, sarebbe stato più utile che si fosse veramente dibattuto in merito a quel titolo dato alla “kermesse” di Alghero.  “Sa domo”, che per noi sardi de Su Disterru non può essere la Sardegna, ma il mondo, “su mundu”. Con la Sardegna, certamente, “in su coro”, nel cuore. A fare da casa più grande, “domo pius manna”, per le nostre famiglie, “comunità di sardi allargate”. In ossequio a quanto stabilito e conquistato dalla l.r.7 del 1991 sull’emigrazione.  Una norma da non cambiare nei suoi fondamenti.

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5 commenti

  1. Piero Angelo Dessena

    Condivido molto di quanto sopra scritto, e sa domo nostra de sa FASI este lassende su logu a su inari invece che a sa spessonasa e sa esigenziasa de sos sardoso.
    Mah, vedremo cosa vorrà cambiare Bastianino in questo secondo mandato, spero che non venga toccato lo statuto lasciando spazio ai delegati non solo della parola ma anche del voto perché se venisse fatta la modifica verrebbe ancor meno la figura del socio.. insomma paga e ista mudu!!

  2. Stefania Calledda

    ho letto le considerazioni post Congresso e mi trovi d’accordo.
    bell’articolo
    Detto questo, questo Congresso è stata una porcata fuori da ogni regola e spero non finisca qui.

  3. Cristoforo Puddu

    Ciao Gianraimondo,
    ti ringrazio per aver reso memoria a Paolo Pulina e a Filippo Sotgiu, veri e indimenticabili “Sardu Pater” della combattiva emigrazione sarda che ho avuto l’onore di frequentare nei miei 25 anni lombardi.
    Saludos dae Costera.
    Cristoforo

  4. Antonio Mancosu

    Io presente

  5. Pietro Paolo Curreli

    Purtroppo e così 🤔spero che si diano una regolata 🤔ora sono in tanti a non essere dalla loro parte

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