GIUSEPPE CAVALLERA E L’IMPEGNO DEDICATO AGLI OPPRESSI: DIVENNE IN BREVE TEMPO IL LEADER INCONTRASTATO DEL MOVIMENTO OPERAIO SARDO

Giuseppe Cavallera

Mandato in Sardegna dalla direzione del Partito Socialista per sottrarlo alle persecuzioni della polizia, il piemontese Giuseppe Cavallera (che quando arrivò in Sardegna, nel 1895, aveva soltanto 22 anni) divenne in breve tempo il leader incontrastato del movimento operaio sardo, soprattutto in quella parte della Sardegna sud-occidentale dove esso si era sviluppato più rapidamente, intorno alla concentrazione del sistema minerario.

Nato a Villar San Costanzo (Cuneo) il 2 gennaio 1873, da Bartolomeo e Maria Antonia Bianco, Giuseppe Cavallera frequentò il liceo a Cuneo e i primi anni della facoltà di medicina all’università di Torino.

Iscrittosi il 1ºmaggio 1894 al Partito Socialista, nel novembre 1895 fu costretto a lasciare il Piemonte a causa delle persecuzioni poliziesche a cui fu sottoposto per la sua milizia politica.

Si trasferì a Cagliari, dove – come aveva stabilito la direzione del P.S.I. – avrebbe potuto continuare i suoi studi e allo stesso tempo dedicarsi alla propaganda socialista: in Sardegna il suo partito era pressoché assente.

Cavallera assunse subito il controllo della disorganizzata sezione socialista cagliaritana, da lui rappresentata al congresso del P.S.I. di Firenze nel 1896. Inizialmente svolse un’incessante azione propagandistica visitando i principali centri dell’isola, dove il partito era in qualche modo presente, al fine d’organizzare la classe operaia; questa prima fase della sua attività terminò con la costituzione della Lega dei ferrovieri sardi.

Ravvisata la necessità d’un coordinamento a livello sardo dei vari gruppi locali, promosse il primo congresso sardo socialista, che ebbe luogo a Oristano nel 1897.

I temi di maggiore rilevanza dibattuti furono appunto quelli della ristrutturazione delle organizzazioni socialiste sarde, di una più efficace azione di propaganda, della necessità per il partito di prendere parte alle competizioni elettorali. Proprio il dibattito seguente al congresso regionale lo porta per la prima volta a Carloforte nel settembre di quell’anno.

Sull’isola egli trova una realtà socio-economica che lo colpisce immediatamente: gli abitanti, di lontane origini liguri e detti Tabarkini in quanto discendenti di una colonia di genovesi provenienti dall’isola tunisina di Tabarka, sono prevalentemente pescatori, un congruo numero dei quali con l’espansione avvenuta a fine ottocento dell’industria mineraria nel Sulcis e nell’Iglesiente si è convertito al lavoro di trasporto via mare del minerale destinato principalmente alle industrie del Nord Europa.

Questi lavoratori vengono chiamati galanzieri per via del nome allora usato per definire il minerale di piombo che trasportano, la galanza.

Il materiale viene trasportato e stoccato in depositi costruiti dalle società minerarie sull’isoletta e poi caricato sui grandi bastimenti che gettano l’ancora nella tranquilla baia di Carloforte.

Cavallera comprende subito come questa realtà lavorativa abbia in sé le caratteristiche per sviluppare una vincente propaganda socialista: piccoli gruppi di lavoratori coesi tra loro, rappresentati dagli equipaggi delle imbarcazioni, sulle quali è necessaria una stretta cooperazione durante il trasporto del materiale; una forma di lavoro che si può definire qualificata in virtù del fatto che i battellieri sono difficilmente sostituibili nel breve periodo con altra manovalanza; una forma di contratto lavorativo particolare, basata su una sorta di cottimo sul carico trasportato che, lasciando agli equipaggi la gestione dell’intero ciclo di trasporto, permette loro un certo margine di autonomia nel lavoro.

Nasce così la “Lega di resistenza tra battellieri e stivatori di Carloforte”, primo segno tangibile della sua azione propagandistica a Carloforte.

Nel 1897 si laurea in Medicina e Chirurgia e nel marzo 1898 si stabilisce a Carloforte dove il 14 dicembre 1899 sposa Anna Vassallo, tabarkina, figlia di pescatori, che gli resterà accanto per il resto della vita e gli sarà, oltre che moglie, devota compagna e collaboratrice nelle varie avventure. Dal loro matrimonio nasceranno sei figli, dei quali due deceduti in tenera età.

Nel dicembre del 1899 Cavallera è alla testa di uno sciopero contro una società mineraria volto a ottenere miglioramenti salariali e lavorativi.

Lo sciopero dura 118 giorni durante i quali è coinvolta per la prima volta l’intera società carlofortina a volte con scontri e spaccature anche all’interno del fronte degli scioperanti e con Cavallera che deve far fronte alla fame di circa seicento famiglie alle quali viene negato qualsiasi credito dai commercianti locali.

Nel marzo 1900, con l’intervento mediatore del deputato socialista Andrea Costa, chiamato in Sardegna proprio da Cavallera, lo sciopero si conclude con un accordo che riconosce buona parte delle rivendicazioni dei battellieri.

Una vittoria che Cavallera e compagni pagano subito a caro prezzo con l’arresto pochi mesi dopo e la carcerazione, per circa un anno, fino al processo che si svolge nel luglio del 1901.

Cavallera viene condannato per eccitamento all’odio di classe ma subito scarcerato per aver già scontato la pena. Durante il periodo di carcerazione nasce il suo primo figlio, Giuseppe, che porta il suo stesso nome, forse per la preoccupazione della moglie sull’esito che potrà avere la vicenda giudiziaria del marito.

Nel 1902 Cavallera, in parte sfiduciato dal cambiato clima politico e sociale trovato a Carloforte a causa delle repressioni del dopo sciopero, decide di spostarsi nell’area dell’Iglesiente per organizzare le leghe sindacali dei minatori.

Inizia un lungo peregrinare tra le miniere e i minatori privi di qualsiasi organizzazione sindacale che culmina con la creazione a Buggerru di una cooperativa di consumo a sostegno delle famiglie dei minatori e con uno sciopero generale contro la locale industria mineraria durante il quale, il 4 settembre 1904, avviene uno scontro tra minatori e forze dell’ordine che lascia sul terreno tre morti e 11 feriti.

L’eccidio di Buggerru rappresenta, di fatto, la fine della fase di frenetica attività politica e sindacale di Cavallera tra i minatori.

Egli, nel dicembre del 1904, lascia Iglesias e la carica di Segretario della Federazione Regionale delle leghe minatori, che aveva contribuito a fondare, e torna a Carloforte.

Il clima sociale è tornato sereno così, nel 1906, Cavallera decide di candidarsi alle amministrative di Carloforte e la sua lista vince permettendogli di diventare il primo Sindaco socialista della città, carica che ricopre fino al giugno del 1908.

L’importanza che Cavallera pone nella lotta politica elettorale e nel ruolo istituzionale lo spinge a candidarsi alle elezioni parlamentari italiane.

Verrà eletto alla Camera nel 1913, nel collegio di Iglesias, lui, cuneese, sarà il primo deputato socialista della Sardegna. Sul piano dell’impegno sociale e sindacale il ritorno a Carloforte coincide con una nuova sfida intrapresa con la locale lega pescatori. Egli vuole potenziarne l’attività produttiva.

Nel dicembre 1913, intervenendo alla Camera sul discorso della Corona, descrisse le misere condizioni dei lavoratori dell’isola e chiese l’intervento immediato e adeguato del governo.

In quegli anni Cavallera associò all’attività di parlamentare quella di sindacalista e di organizzatore delle lotte dei braccianti pugliesi. Volontario nella guerra 1915-18, vi partecipò col grado di capitano medico di marina.

Nelle elezioni del 1919, a causa dell’opposizione di Angelo Corsi, che aveva assunto il controllo dell’ala riformista del partito nell’Iglesiente, Cavallera non ripresentò la sua candidatura in Sardegna, ma capeggiò la lista socialista nella roccaforte giolittiana, il collegio di Cuneo-Asti-Alessandria.

Il successo fu strepitoso: egli tenne testa a Giolitti con 10.000 preferenze e il P.S.I. con quattro deputati eguagliò il risultato dei liberali.

Nei due anni seguenti Cavallera si dedicò più all’attività sindacale che a quella parlamentare. La scelta gli offrì l’occasione di riallacciare i legami col movimento operaio sardo, tantè che nel 1921 gli fu nuovamente offerta la candidatura nel collegio di Iglesias. Lotte di potere in seno al locale gruppo riformista ne impedirono l’elezione. Durante il fascismo Cavallera fu attentamente vigilato e dovette desistere dalla lotta politica.

Esercitò fino al 1938 la professione di medico condotto nel comune di Anticoli Corrado.

Poté reinserirsi nella vita attiva soltanto dopo la caduta del regime, quando, durante il primo ministero Bonomi, fu nominato commissario straordinario dell’Opera nazionale per la protezione della maternità ed infanzia.

Di vasta portata fu la sua opera volta alla riorganizzazione e al potenziamento dell’Ente.

Aderì al Partito socialista di unità proletaria (PSIUP) e fu candidato all’Assemblea costituente.

Nel 1948 si candida nuovamente alle politiche e viene eletto al Senato, ancora una volta nel collegio di Iglesias, carica che manterrà sino alla morte.

Il suo ultimo periodo parlamentare è piuttosto ricco di attività, caratterizzato principalmente da un rinnovato impegno per l’eliminazione della malaria dalla Sardegna e per uno sviluppo delle politiche igienico-sanitarie; come membro della 11^ Commissione parlamentare, che si occupa appunto di igiene e sanità pubblica, egli partecipa ai lavori per ben otto disegni di legge nel periodo tra il 1948 e il 1950 in materia di lotta alla malaria e contro l’insalubrità delle zone povere del sud e della Sardegna.

Ormai malato da tempo Giuseppe Cavallera muore a Roma il 22 giugno 1952 all’età di 79 anni e viene sepolto a Carloforte, nel cimitero dell’Isola di San Pietro, punto di partenza e di arrivo della sua ricca e movimentata vita politica e privata.

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