LA RICERCA ESTETICA LEGATA ALLA SPIRITUALITA’: MICHELA CAU IN ARTE MIKICO, L’ARTISTA VISIVA NATA A CAGLIARI, OGGI VIVE A METZ IN FRANCIA

Michela Cau

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Michela Cau, conosciuta artisticamente come Mikico.

Artista visiva nata a Cagliari, da 18 anni vive all’estero: ha trascorso 5 anni a Oxford, 9 anni a Cannes e dal 2019 vive in Mosella, a Metz. La sua arte nasce dall’incontro tra esperienze di vita profonde e una ricerca estetica legata alla spiritualità. 

Nelle sue opere, la pittura ricorda i giardini di sabbia Zen. Come nasce questa scelta e che significato profondo ha per te?bTrovo molto interessante che i miei lavori evochino in lei l’immagine dei giardini Zen: è un segno che la mia ricerca visiva apre spazi di contemplazione diversi in chi guarda. Personalmente, non parto da quel riferimento, ma dal bisogno di dare forma a un paesaggio interiore. Le texture, i rilievi e le linee nascono come scritture energetiche, tracce che raccontano un ritmo interiore, un passaggio tra ferita e rinascita. Mi piace che ognuno possa ritrovarvi la propria risonanza.

Il Kintsugi e il Wabi-Sabi a parer mio sono centrali nel suo linguaggio artistico. In che modo queste filosofie giapponesi si intrecciano con la sua esperienza di vita e con la sua ricerca interiore? Il Kintsugi e il Wabi-Sabi per me sono molto più che estetiche: sono la vita stessa. La mia storia è segnata da fratture, cicatrici, perdite e rinascite. Queste filosofie mi hanno insegnato che l’imperfezione non è mancanza, ma luogo sacro in cui la luce entra. L’oro nelle mie opere non è ornamento, ma simbolo di guarigione: la crepa diventa porta, il frammento diventa sacro, e ciò che è stato ferito ritrova una nuova dignità.A questo percorso ho unito anche il Kinusaiga, l’arte giapponese di ricomporre frammenti di stoffa in un mosaico tessile. L’ho fatto mio, trasformandolo in un linguaggio simbolico: i tessuti diventano pelle, memoria, frammenti di vita che, cuciti insieme, raccontano la forza della resilienza. È come se il Giappone mi avesse donato tre chiavi diverse — Kintsugi, Wabi-Sabi e Kinusaiga — che si intrecciano naturalmente nella mia visione artistica e spirituale.

Come integra la pranaterapia e la sua formazione in Art & Reconstruction Arthuy nel processo creativo? La pranaterapia è un metodo antico di riequilibrio energetico, molto efficace anche sulle ferite emotive. La mia formazione in Art & Reconstruction Arthuy mi ha insegnato una forma di Kintsugi rivisitato, in cui la rottura e la ricostruzione diventano un linguaggio simbolico. Quando, ad esempio, un cliente rompe un vaso con l’intenzione di liberarsi da un trauma vissuto, quel gesto diventa un atto di rivelazione: la “scatola di Pandora” si apre e il dolore emerge, pronto per essere trasformato.Ho unito queste due arti in una pratica che chiamo Aura: al termine di un percorso di pranaterapia, il cliente sceglie, rompe e ricompone il vaso sotto la mia supervisione. Infine, una seduta di pranaterapia accompagna la chiusura del processo, liberando le perturbazioni energetiche nate con la rottura. L’opera che nasce da questo rito resta come simbolo concreto del suo cammino: una testimonianza di forza, resilienza e rinascita.

Qual è il ruolo dell’arte nella guarigione delle ferite emotive? Ci può raccontare un episodio in cui ha visto questo processo avvenire? Credo che l’arte abbia la capacità unica di raggiungere luoghi interiori che le parole non riescono a toccare. Può diventare specchio, varco e medicina insieme.Un episodio che porto nel cuore è quello di Domi, una donna che, dopo aver perso il marito e vissuto traumi profondi fin dall’infanzia, aveva intrapreso con me un percorso di pranaterapia a distanza. Alla sua terza seduta ha deciso di venire da Tolosa fino a Metz per vivere l’esperienza completa di Aura. Nel momento della rottura del vaso, i suoi dolori più antichi sono emersi con forza, come se la materia li avesse liberati. Attraverso la ricomposizione e la pranaterapia finale, quell’energia si è trasformata, lasciando in lei una sensazione di pace nuova. L’opera nata da quel rito è rimasta come simbolo tangibile del suo coraggio e della sua rinascita interiore.

Le sue opere cercano un ponte tra visibile e invisibile. Come si traduce questa visione nella scelta dei materiali e delle forme? Ogni materiale che utilizzo porta con sé un simbolo: l’oro come luce e guarigione, il nero come grembo e ombra necessaria, la resina come custodia e memoria, i tessuti come pelle e intimità. Attraverso il Kinusaiga, ad esempio, i frammenti di stoffa diventano tessere di un mosaico interiore: cucire, ricomporre, ridare forma. È un gesto che unisce visibile e invisibile, materia e memoria.Le forme — occhi, mani, cuori, porte, cerchi concentrici — sono archetipi che parlano al profondo, evocano passaggi e stati d’animo. Le texture e i rilievi nascono per creare un dialogo con la luce e con l’ombra, come mappe energetiche che invitano chi guarda ad andare oltre la superficie. In questo modo la materia stessa diventa un varco verso l’invisibile.

Qual è il messaggio più importante che desidera lasciare a chi osserva e vive le sue creazioni? Il messaggio che desidero trasmettere è semplice ma universale: le nostre ferite non ci spezzano, ci rivelano. Ogni cicatrice è una porta, ogni frattura può diventare luce se impariamo ad accoglierla.Vorrei che chi osserva le mie opere sentisse la possibilità di rinascere dalle proprie rovine e di riconoscersi come un essere prezioso, unico proprio nelle sue crepe. In fondo, siamo tutti opere d’arte viventi.

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