
l’autrice dell’articolo
di SANDRA CAPUZZI
Mancano ormai pochi giorni all’apertura dell’8 congresso della FASI, il secondo per me in assoluto.
La mia esperienza all’interno dell’Associazione Sarda Grazia Deledda di Pisa ha rappresentato” un ritorno a casa”. Sono nata a Carbonia una città evocativa e complessa allo stesso tempo ma non ci ho mai vissuto.
Mia mamma sarda e mio padre di origini abruzzesi andarono in Toscana quando io avevo appena sei mesi e il mio rapporto con la Sardegna si è sempre limitato alle vacanze. Carbonia, Portopino sono e rimangono i miei luoghi del cuore. È quando sono entrata a far parte dell’associazione sarda che ho riscoperto e in alcuni casi scoperto radici e storia, in quel contesto ho ritrovato “una sardità” che non pensavo di avere, mi sono sempre sentita, una toscana di origini sarde, una definizione che ancora oggi rivendico ma con maggior consapevolezza delle mie origini. Una Sardegna che per tanti anni ho visto come lontana, i rapimenti,” Padre Padrone”, non facevano parte della mia cultura e dei miei valori. Ma diventando la Presidente dell’Associazione, organizzando eventi culturali, presentando libri, assaggiando piatti, conoscendo posti, ascoltando la lingua ho ritrovato la Sardegna che avevo dentro perché l’identità non è folclore è appartenenza, è resistenza culturale, è comunità e memoria. Questo congresso non dovrebbe essere quello della divisione, delle visioni contrapposte ma lo è diventato. Il ritorno a casa dovrebbe rappresentare una ripartenza per tutti noi, una riflessione comune sugli obiettivi, sulle strategie che l’emigrazione sarda organizzata si deve dare per i prossimi anni. Non siamo più gli emigrati delle valige rotte, dei lavori umili e sottopagati. I nostri conterranei sono professori, ricercatori, direttori di Musei, giornalisti, io stessa nella mia città ho ricoperto e ricopro ancora oggi un ruolo pubblico. Portiamo valore e competenza, siamo cultura e valore aggiunto ovunque andiamo. Tutto questo non può essere sottovalutato o sottostimato.
La FASI deve riconquistare un ruolo di rappresentanza nazionale, deve stare nei tavoli in cui “i grandi siedono per discutere” e non nell’angolo ad ascoltare. Sono mancati visione e strategia. È mancata la capacità di creare comunità, di fare sistema e quindi massa critica. L’arrivo del codice del terzo settore ha costretto tutti noi ad un cambio di passo, un cambio che ognuno ha affrontato da solo, nessuna riflessione, nessuna riunione operativa, nessuna strategia per affrontare il cambiamento. L’idea di interagire e sostenere le imprese agroalimentari attraverso uno strumento professionale come Sardatellus, è un’idea imprenditoriale importante ma dovrebbe servire in primis come supporto alle associazioni sarde nei territori che potrebbero, organizzandosi con altre forme, diverse da quelle associative senza scopo di lucro, rappresentare un punto di riferimento per la piccola produzione agroalimentare e artigianale, per le piccole case editrici che non trovano spazi all’interno della grande distribuzione e che in questo modo potrebbero crescere, creando nuovi posti di lavoro. Un’ottima intuizione che richiede professionalità, competenza, visione imprenditoriale e non improvvisazione. La non partecipazione giovanile non può essere una sola responsabilità e colpa delle sole nostre associazioni.
I giovani oggi si organizzano e non si fanno più organizzare. L’interazione tra giovani e meno giovani all’interno delle realtà associative ha funzionato prima dell’arrivo dei social, delle piattaforme di condivisione. Il tema della crisi della partecipazione riguarda tutte le forme associative, il volontariato, la stessa politica sono in difficoltà. La scarsa partecipazione dei giovani all’interno delle nostre realtà non può essere l’alibi per dire che l’emigrazione sarda organizzata non funziona. Dobbiamo trovare, tutti insieme, formule nuove di partecipazione che per i giovani, oggi, si traducono in una partecipazione per temi e non nel concetto di vita associativa tradizionale, quella della sede fisica, dove ci si incontra magari tre volte alla settimana. Un concetto superato oggi da forme di interazione digitale o da piattaforme dove “il gruppo” whatsapp è praticamente attivo h24. Dobbiamo invece, insieme alla Regione, trovare proposte che portino i giovani ad essere protagonisti del loro tempo, della Regione da cui sono partiti, delle città che li hanno accolti. Temi e proposte condivise, trasversali tra i territori che facciano maturare una consapevolezza, una crescita personale e li rendano autonomi, i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di riferimenti non di strumenti o proposte. La FASI deve tornare ad essere servizio e creare servizi per le associazioni, che sono luoghi di aggregazione all’interno dei quali volontari dedicano il loro tempo libero per promuovere e sostenere eventi ed iniziative. Deve tornare ad essere un luogo dove si cresce, si discute ma non ci si divide. Chi ricopre ruoli dirigenziali deve avere la capacità di mediare, di dirimere le questioni, di abbassare i toni, se serve. Deve saper tendere la mano, ascoltare, accogliere e non fare delle critiche alla funzione una questione personale. Abbiamo bisogno di guardare in prospettiva, mantenendo il senso di comunità e di appartenenza, che non deve mai lasciare spazio al rancore, alle carte bollate, ai ricorsi formali, per noi una stretta di mano deve essere ancora un impegno sostanziale e non formale.
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bravissima
Grande la mia Presidente!
Complimenti! Diretta ed esaustiva come sempre.