UN LIBRO POTENTE: IL ROMANZO “LA LEVATRICE” DI BIBBIANA CAU DAL GRANDE SUCCESSO NAZIONALE

Bibbiana Cau

La Levatrice è un libro potente. Se così non fosse non avrebbe potuto scalare le classifiche di vendita nazionali. Bibbiana Cau, di Norbello, un paese ai limiti della provincia di Oristano che non fa 1200 abitanti e che mischia le sue propaggini a sud con Ghilarza e a est con Abbasanta, è autrice esordiente. Un successo mai visto per un libro che rievoca la Sardegna di fine 1917, i maschi abili tutti al fronte a rischiare la vita per “difendere la Patria”, in paese rimangono i vecchi e le donne, i bimbi, gli animali da curare, i campi da coltivare, le vigne da potare, come è stato da sempre.

E come ora la guerra impedisce di fare. La guerra, certo non lo hanno chiesto agli abitanti di questo paese immaginario di Norolani, se fossero o no interventisti, che mica erano “studiati” loro, quasi tutti analfabeti, quasi tutti intruppati in una brigata perlopiù formata da corregionali. Giusto i loro ufficiali ne capivano di più, come quel capitano con gli occhialini che parlava loro in sardo e li trattava meglio degli altri, quel tale di Armungia, Lussu si chiamava. Ma, come scrive (si fa scrivere) Manca Giovanni alla moglie Mallena: “…tra tutti non ce n’è nemmeno uno che abbia capito perché stiamo combattendo questa guerra”. E meno male che a casa c’è Rosa, la figlia grande, tredici anni, che va a scuola e le piace pure, quindi la lettera si può leggere innumerevoli volte, che il fratellino Daniele non si stanca di riascoltarla, anche se babbo dice loro dei “boati dei cannoni austriaci nelle orecchie e il respiro freddo di tutte le ingiustizie”.

Mallena lei è analfabeta e proprio per questo è contenta che Rosa e Daniele frequentino la scuola, anche se il piccolo ogni tanto si prende un qualche ceffone dal maestro, ma lui imperterrito non piange mai, non vuol dargli questa soddisfazione.  Un maestro che fa imparare a memoria una poesia che comincia con: “Bimbo al par della Chiesa ama la scuola” e finisce con: “Che ti sminuzza il pane della Scienza”, questo “majstru” Meloni è meglio perderlo che trovarlo. Mallena sarà pure analfabeta ma come prima di lei la mamma e prima ancora la nonna è una “levadora”, una che aiuta a nascere i bambini, che assiste a quella specie di miracolo allo sbucare dalle cosce della mamma di un nuovo essere urlante alla vita, subito capace di attaccarsi al suo capezzolo per succhiarne il latte.

E il libro si apre con il parto di Lucia, del suo secondogenito (il padre, inutile dirlo è assente giustificato, è al fronte in trincea), la partoriente distesa su una pelle di montone, la luce che viene dal fuoco del camino, con Mallena c’è la figlia Rosa a cui è demandato di preparare i panni caldi, e l’anziana tzia Nonnora, al solito completamente vestita di nero: “M’arracumandu”, nulla deve essere chiuso, la cassa, la madia e pure le porte e i cassetti. Ogni cosa deve restare aperta, in segno di buon auspicio. L’immagine di sant’Anna sulla gonna nera. Di più e meglio non si può fare, solo donne intorno alla partoriente, i maschi si presentano quando tutto è finito, quando il cordone ombelicale è già stato tagliato con la leppa ripassata al fuoco del camino, per fare in cortile una buca profonda e sotterrarvi la placenta, così che gli animali non la trovino.

Accompagnando madre e figlia che facevano ritorno a casa, tzia Nonnora porse a Rosa una piccola forma di pecorino fresco avvolta in un canovaccio di tela grezza, è il compenso per la “levadora” salutata con: “Deus ti du paghet e ti ricompensi in salude e bona sorte” (pag.12). E’ con questo tipo di compensi che Mallena manda avanti la famiglia, in attesa che torni il suo Jubanne, si erano conosciuti alla festa del Redentore di Nuoro, sedici anni prima, lei orfana di madre nativa di Orgosolo, il padre la voleva fidanzata di un uomo molto più anziano di lei, unu “balente” rissoso e d’animo cattivo, che già le aveva messo le mani addosso, pesantemente. Si erano guardati lei e Jubanne, avevano parlato tutta la sera.

Fatto sta che, dopo un giorno di cavallo, una incollata all’altro sulla sella, erano arrivati al paese di lui, un’ora di cammino da Bosa, il mare che si può intravvedere dalle colline intorno, quanto avranno mormorato i paesani, ma poi erano nati due figli e Mallena era diventata la loro “levadora”, come non si poteva non volerle bene? E Jubanne torna “in licenza”, grandi sono i preparativi di festa per questo compaesano che torna dalla guerra, si preparano dolci di mandorle, “M’arracumandu, dice tza Zizza (la madre dell’eroe che torna) alle ragazze che con una pietra battevano i malli per rompere i gusci delle mandorle, fate attenzione a non “ammisturare mendulas” amare con quelle dolci”, “Sissede tzia Zizza” rispondevano quelle ridacchiando fra loro.

E “pane pintau” che sarebbe stato sistemato, appena sfornato, su larghi canestri di asfodelo. E amarettos, germinos e gueffos. Mallena si era dedicata a preparare la aranzada, uno dei dolci tipici di Orgosolo, con le scorze delle arance tagliate a filetti e le mandorle dolci, annegate infine in una colata di miele di corbezzolo (pag.36). Gli uomini li avrebbero accompagnati con un bicchierino di moscato o di malvasia ambrata, per le donne una tazzina di vero caffè, macinato di fresco. Mallena si lava nel mastello grande, si strofina il corpo e i capelli con una manciata di semi di lavanda chiusi in un fazzoletto, si pettina in una lunga treccia adagiata sulla spalla. Aiutata da Mimina, la sua amica del cuore (anche lei un marito al fronte, Antoni. Invece di lui tornerà in paese un fonogramma dal Ministero della Guerra, che toccherà a Rosa leggere: …Angioi Antonio, classe 1891…152° Reggimento di Fanteria…sull’altopiano della Bainsizza…si è battuto come un leone…per servire col suo fulgido impegno…) indossò il meglio che aveva: la gonna in panno, interamente pieghettata a esclusione della parte centrale, la camicia bianca coi buffi, sistemando il colletto e il risvolto dei polsini finemente ricamati.

Poi il corsetto di broccatello coi ricami floreali dai colori sgargianti, le scarpe di cuoio fine, marrone e a mezzo tacco. Mimina finì di allacciare i bottoni d’argento sul colletto e sui risvolti delle maniche, facendoli pendere dalle asole. E gli orecchini lavorati in filigrana d’argento, terminanti in un piccolo pendente di corallo, unico ricordo di mamma sua. Neanche Manzoni per la sua Lucia che si vesta da sposa ha saputo dire meglio. Le campane suonano a festa, tutto il paese è uscito per assistere al ritorno dell’eroe, in pochi avevano visto un’auto prima di allora, due anziani in costume, su “zigarru a focu aintru, commentano questa invenzione del “diaulu”, “rujna de s’umanidade”, ma quando l’auto si fermò sulla strada, si aprirono due portiere da cui scesero due militari.

Si affacciarono dentro l’abitacolo e aiutarono a uscire, sollevandolo per le ascelle per metterlo in piedi, un soldato magro, dal pallore estremo. Appena a terra una delle due stampelle di Jubanne scivolò nel fango. “L’entusiasmo dei paesani si era spento in un silenzio ghiacciato…solo tzia Zizza non si trattenne e corse ad abbracciare il figlio, malfermo sulle stampelle, tanto da farlo barcollare. Stracciò il silenzio con una domanda retorica e disperata: “Fizzu meu istimadu, cosa ti hanno fatto?”. ”Dov’è la sua gamba? Dov’è? Dov’è?” (pag.41). Nel seguito del libro Mallena cercherà (invano) di vedersi riconosciuto dal sindaco e consiglio comunale il ruolo che svolge da anni.

Magari un piccolo sussidio, ora che Jubanne ha bisogno di costose medicine. E allettato com’è non fa che ricordare e sognare solo di suoi compagni morti, lassù sul Carso. Invece il consiglio comunale ha la bella idea di far arrivare in paese una levatrice “patentata”: Angelica che, in spregio al padre che la voleva destinata a farsi una famiglia, se ne viene da Pavia in questo paesetto di centro Sardegna, piena di zelo, convinta di assolvere a una missione salvifiche: portare finalmente buone pratiche di medicina alle genti del posto, che non per colpa loro, ben poche ne avevano viste finora.

Abituate come sono a parlare una lingua incomprensibile, a livelli di igiene disastrosi: niente acqua in casa, niente luce, niente gabinetti. Inutile dirvi che il paese tutto vuole la “sua” Mallena. E l’aiuterà quando sindaco, Angelica, il prete del paese, tutti la denunceranno all’autorità competente per “pratiche illegali nella professione”: non è “patentata”! Il Prefetto di Bosa, saputo che Angelica se ne fuggirà a Cagliari, anche perché il consiglio comunale si è accorto che nel magro bilancio del paese sono spariti i soldi per il suo stipendio, decide di chiudere un occhio, di fronte a una protesta femminile che rischia di tramutarsi in tumulto, tipo quello che aveva “costretto” i militari a sparare sulla folla durante i “fatti di Buggerru”.

Non ci fanno una gran figura i maschi in questo libro, prejde Fadda sembra uno che il Vangelo l’abbia poco praticato, dottor Onnis “su dottori” è un’altro che visita solo chi gli può pagare un onorario. Il sindaco stesso signor Sotgiu si scorda di quando Mallena aveva aiutato la moglie a mettere al mondo i loro figli. E Mallena è tipo che queste cose non le manda giù, anzi le rinfaccia loro una per una. E’ una donna sfacciata. Che ha un coraggio da leonessa che sente minacciati i suoi cuccioli.

Che prenderà decisioni difficilmente tollerabili anche per la gangrena che si insinua dalla gamba di Jubanne lasciandolo in preda a dolori che neppure la morfina riesce più ad attenuare. Mallena è la Sardegna che non ne vuole sapere di farsi colonizzare dalla cosiddetta “modernità” che si porta dietro sempre una guerra, una figura mitica, eroica, buona come il pane carasau (anche se in tasca gira sempre con una leppa affilata). Benvenuta nell’empireo della letteratura italiana di sempre.

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