MONS.ANTONIO MICHELE MELE DI ANELA, UN SACERDOTE “LUCE DEL MONDO”, FIGLIO DELLA CHIESA “AD EXTRA” E  PER L’EMIGRAZIONE SARDA

I giorni della recente festa patronale ad Anela, dedicata ai Santissimi Cosma e Damiano, non mi hanno fatto passare in second’ ordine un anniversario particolare. Soprattutto dal punto di vista religioso. Si tratta del centoventunesimo dall’ ordinazione sacerdotale di mons. Antonio Michele Mele (Anela,1878- Napoli, 1960). Ordinazione avvenuta il 26 Settembre 1904, nella Cattedrale di Ozieri per mano di mons. Filippo Bacciu. Con⁰ prima messa ad Anela, il giorno successivo, 27 Settembre, festa  dei Santi Patroni, come da calendario romano preriforma del 1969. Concelebrante don Sebastiano Virdis Ena, zio materno di mons. Mele. Nonché appellato con il termine di Su Rettore mannu, proprio perché resse la parrocchia per svariati lustri, dal 1858 al 1920.

La lettura approfondita di un bellissimo opuscolo, dal titolo “Sacerdos…lux mundi”, da lui composto in occasione del suo ricordo giubilare dell’ ordinazione sacerdotale,  stampato a Napoli nel 1930, presso la Tipografia Pontificia degli Artigianelli, situata a S. Raffaele a Materdei, è stata di particolare aiuto per meglio definire questa profonda figura di uomo di Dio, poco conosciuta persino agli stessi anelesi. Eppure parliamo di un avvocato della Sacra Rota Romana e della Segnatura Apostolica.

 Ma mons. Mele era anche, e lui stesso si definiva, più volte, un “figlio di Anela e della Sardegna”. Era nato nel piccolo paese goceanino nel 1878 da Simone Mele, dell’importante e storico parentado dei Mele, e da Marianna Virdis Ena di Bono, sorella dello storico parroco ricordato.  I due si erano sposati, come testimoniato negli atti d’archivio parrocchiali, il 23 dicembre 1871. A riportarlo è lo zio parroco Sebastiano Virdis Ena: “Anno decimo millesimo octigesimo septuagesimo primo, die vigesimatertia Decembris, Anela. Nulloque ex contraentibus parte delecto impedimento, ego infrascriptus interrogavit salutes Simone Mele et Maria Anna Virdis Ena cuius oppidi matrimonium inter se contrahere vellent, eorumque mutuo consensu per verba de praesenti (…) in matrimonio coniunxi, in hac Parrochia cora testibus Josepho Maria Nasone et Salvatora Mele huius oppidi. In fide don Sebastianus Virdis.

Per parte paterna, suoi zii, fratelli del padre Simone, erano Michele Andrea, Bore, Nicola e Francesca.  Lo zio Bore si rivelerà fondamentale, per la dotazione economica del futuro nipote. Il diritto canonico prevedeva, infatti, che prima che uno fosse ordinato sacerdote, avrebbe dovuto avere un reddito sufficiente. Reddito che a monsignor Mele pervenne dal godimento in usufrutto dei terreni di proprietà dello zio summenzionato. Possedimenti che, dopo la morte del prelato anelese, avvenuta a Napoli il 16 novembre 1960, ritorneranno nel godimento di tutti i parenti paterni e dei  loro discendenti.

Sulla linea materna, invece, occorre precisare che Marianna Virdis Ena, oltre al fratello don Sebastiano, parroco di Anela, aveva un altro fratello, Salvatore, coniugato sempre  ad Anela, ed un altro impiegato e sposato a Napoli.

Dal punto di vista degli studi, dopo quelli iniziali svolti presso il seminario minore di Ozieri, su indicazione ed aiuto di monsignor Salvatore Scanu (1859- 1932), futuro vescovo ozierese di San Marco Argentano in Calabria (1909- 1932), che ne aveva ben scrutato la vocazione sacerdotale, la sua preparazione culturale e vocazionale si perfezionera’ nel seminario maggiore di Sassari e, successivamente, al collegio Nazareno di Roma.

Dopo la laurea in Teologia e quella in lettere, si laureò in diritto canonico presso il Seminario Romano dell’Apollinare che, per volontà di Benedetto XV, diventerà sede del Pontificio Istituto di Sant’Apollinare. Sede che, nei diversi momenti della sua storia, ha conosciuto come studenti Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e Angelo Roncalli (futuro Giovanni XXIII), cosiccome i futuri cardinali Pietro Palazzini, Ugo Poletti, Agostino Casaroli, Pietro Parente, Alfons Stickler, Achille Silvestrini, Pio Laghi, Aurelio Sabattani, e altri.

Decisiva nella formazione sacerdotale e nel percorso vocazionale fu proprio la figura di mons. Salvatore Scanu, uno di quel “manipolo” di vescovi sardi che, sul finire del XIX secolo, verranno inviati “in missione” nei territori della Penisola. Come, tra l’altro ben delineato da Tonino Cabizzosu nel suo denso ed acuto volume su uno dei più importanti vescovi della Diocesi di Bisarcio/ Ozieri,  mons. Serafino Corrias, dal titolo “Registro di provvidenze del vescovo Serafino Corrias (1872- 1878)”.Per questo viene incontro la documentatissima recensione di Gianfranco Murtas, pubblicata per la “Fondazione Sardinia”. Uno scritto  profondo che, nel delineare il clima della Chiesa sarda , si è soffermato sull’ esame e la conoscenza di insigni figure di sacerdoti e  presuli sardi, impegnati in una “missio ad extra” . In un periodo difficile di avversione dello Stato alla Chiesa, contrassegnato dal modernismo. E non si poteva non tenere conto di mons. Salvatore Scanu, nato ad Ozieri (SS) l’ 11 settembre 1852 e morto il 22 gennaio 1932 a San Marco Argentano (Cs), dove è sepolto .  Parliamo di un vescovo amatissimo e che, come ha scritto Murtas, “pur pagine ingiustamente amare di vita dovette scontare nell’ esercizio della sua azione pastorale “. Pagine legate a latenti accuse di modernismo ed ad amicizie documentate anche dalla sua corrispondenza con padre Giovanni Semeria e don Domenico Minozzi. Lo stesso Murtas ci fornisce questo preciso quadro del presule ozierese in terra di Calabria: “ (…)Nel conto  metterei anche il vescovo Salvatore Scanu, ozierese classe 1859, inviato nel 1909 alle Chiese calabresi di San Marco Argentano e Bisignano… un presule che fu amatissimo (…)”. Egli fu anche uno dei coconsacranti, nel 1915, del vescovo salernitano Carmine Cesarano che governò la diocesi di Ozieri negli anni giusto della grande guerra, succedendo a don Filippo Bacciu, cioè a chi aveva raccolto il bacolo bisarchiense da monsignor Serafino Corrias, nel 1897, segnalandosi nel concreto come forse il più significativo dei leader ecclesiastici della Sardegna del primo Novecento.

Il legame fra questa insigne figura della Chiesa sarda ad extra, ozierese in particolare, e monsignor Mele dovette essere profondo e decisivo. Monsignor Scanu era presente all’ordinazione sacerdotale del presbitero anelese ad Ozieri, il 26 settembre 1904 e  monsignor Mele sarà presente alle esequie funebri del vescovo sardo in Calabria nel 1932.

Legame che ben si consolidera’ . Come si può evincere dalle pagine del summenzionato libretto giubilare. Testo che aveva donato ai suoi parenti anelesi più prossimi, e che il sottoscritto ha avuto l’onore di poter leggere. A partire, appunto dalla dedica: “All’ Eccellentissimo monsignor don Salvatore Scanu, Vescovo di San Marco Argentano e Bisignano, fra i più zelanti Pastori della Chiesa che primo fu ad ispirarmi e guidarmi con intelletto d’amore  al sacerdozio, dedico questo discorso- ricordo giubilare- sicuro che come si degno’ approvarlo ascoltandolo così si compiacera’ accettarlo a prova di devota gratitudine”. Una figura guida che, sostanzialmente, lo segnerà per il resto della sua vita. Vita e vocazione sacerdotale intesa, fin dalle sue prime pagine, come “partecipazione ed estensione del ministero dell’ Uomo-Dio”. Un’ opera, quella di mons. Mele, ben delineata in “Sacerdos… lux mundi”,  che ci porta subito ad evidenziare in lui una certa ed importante riflessione teologica. Aperta  e moderna rispetto ai tempi. Con un riferimento chiaro alla forte tensione educativa del sacerdote, messa fortemente in discussione dell’appena risolta “Questione Romana” (i Patti Lateranensi sono del 1929, n.d.r.). Ma i cui strascichi persistevano ancora. E si facevano sentire. E la passione del sacerdote anelese è ben evidente in quella potente allocuzione a favore di un maggiore impegno sacerdotale nella società del tempo:” (…) Quanti dei sacerdoti si moltiplicano in diversi ministeri per mettere un argine all’invadenza dell’incredulita’ e dell’indifferentismo? Io so che non pochi di essi, udendo il clamore rabbioso dei malvagi e delle sette che in tempi moderni non tanto lontani da noi, dopo aver messo il prete al bando delle leggi, dopo averlo ingiustamente cacciato dalla scuola, anzi dopo averne espulso perfino il cittadino Cristo, come direbbe Giuseppe Parini, sorsero al grido “Salviamo la gioventù ” e corsero agli atenei per mettere, con entusiasmo giovanile, tutto il loro ingegno nell’educare alla virtù ed al sapere tanti figli d’Italia che oggi onorano la società e la Patria”. Una lettura, in filigrana ed indiretta, delle ragioni che allora portarono anche alla nascita dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’ Ateneo dei cattolici italiani.  Azione educativa che è  diventata azione sociale con assistenza agli operai ed al mondo dell’ emigrazione.  Non dimenticando mai ne’ la sua Sardegna,  né il suo paese natale. E le fatiche dei sardi emigrati. Perché, è importante sottolinearlo, egli fu, non solo avvocato rotale, ma sacerdote con forte tensione nel sociale ed attento da subito alle problematiche del mondo dell’emigrazione sarda. Un antesignano, in tal senso. Tensione ed attenzione che pote’ vedere da subito nel porto di Napoli, negli anni Trenta, con quell’umanita’ di persone e famiglie che partivano in cerca di fortuna, confortate anche dalla sua assistenza spirituale.  E che s’intensifico’ soprattutto nei terribili primi anni Quaranta, nel biennio 1943-45. Momento in cui l’aiuto di monsignor Mele sarà decisivo per assistere e confortare le migliaia di soldati sardi che animavano il porto di Napoli in attesa di un imbarco verso la Sardegna che sembrava non avvenire mai. Militari, uomini, che avevano servito la Patria fino in fondo, anche dopo la “fine dello Stato”, l’ 8 settembre 1943. Alcuni di loro presero parte alle azioni di resistenza delle epiche quattro giornate di Napoli. Ma attendevano invano di salpare verso la terra natia. Ed è lì che l’impegno del sacerdote anelese si fece più evidente,  testimoniato successivamente anche dai reduci, fra i quali si potevano annoverare alcuni suoi compaesani, mai immemori e sempre grati dell’aiuto ricevuto. Un uomo sacerdote,  “nuovo Cristo”, mai dimentico delle sue origini, sempre sensibile alle tematiche sociali e dell’emigrazione,  riprese anche dal famoso “Canto d’Icnusa” di Salvator Ruju.  Un’ emigrazione che per monsignor Mele è stata sostenuta dal pensiero dei buoni sacerdoti, prime guide spirituali dei lavoratori sardi. “Sacerdoti che i figli isolani lontani gli aiuti celesti sulla loro giornata di lavoro. Ed è quell’ anima sacerdotale di monsignor Mele che pensa ancora agli emigrati ed alle loro famiglie: “Si”- scrive nella parte finale del libro ricordo- “O cari figli della mia Sardegna, anche oggi la mia stessa anima sacerdotale  pensa a voi”. E la ripresa dei versi del “Canto d’ Icnusa” non poteva che essere più pertinente:

“balza, tavola, porta sopra il vento

forte l’annunzio de l’risveglio il fiore

d’ogni sorriso il vigile tormento

de l’avvenire…ritmo del suo cuore”

Ancora più esplicito il riferimento al ritorno dell’ emigrato, con la visione della “terra del sole, dell’isola navigante”. Con questi toccanti versi sempre di Salvator Ruju a fare da sfondo:

“udrete,  risorta, ne le primavere

sacre al lavoro, il vigoroso grido

de l’opera, e i volani e le gualchiere

rombare dai pianori fino  al lido

ceruleo, ed il fremito lontano

e il favellare dei borghi distesi

da la Gallura alpestre al Campidano

ricco di vigne e di malesi

udrete risorta via per gli infiniti

spazi il fragore delle marine…”

Con l’aggiunta del sacerdote emigrato mons.Mele: “(…) marine della nostra Sardegna ed il vostro cuore sempre attaccato ai patri lari, e la vostra forza esultera’ “. E’ in questa parte finale che il profondo trattato teologico “Sacerdos…lux mundi” diventa, quindi, prima sociale e, poi, esistenziale. Con la chiusa finale concentrata sul ritorno alle radici e sulla   vocazione del giovane don Antonio Michele. Ed il racconto di quanto venticinque anni prima, proprio in occasione della festa patronale di Anela era successo, prima il 26 settembre 1904 ad Ozieri, in cattedrale e, poi, ad Anela il giorno successivo, allora antica memoria liturgica, con la sua prima messa fra la sua gente. In una parrocchia ed in un paese che non vedevano e non conoscevano da oltre un secolo alcuna vocazione . Allora, il 26 settembre di centovent’uno anni fà,  si presentava alla Chiesa  un giovane, da lui stesso descritto “con gli occhi ed il cuore pieni di una commozione di lacrime,  perché compresi d’una divina dignità “. Quella del “sacerdos lux mundi” . Nel segno dei Santi Cosma e Damiano, medici anargiri e “curatori” di anime. In onore dei quali, da sacerdote emigrato, pensando al proprio paese lontano, ove affondava la sua fede, monsignor Mele, qualche anno dopo, nel 1933, scriverà una prima versione italiana della loro novena, recitata per tanto tempo, con lo scopo di fare dei “compaesani degli autentici uomini di fede cattolici”.

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Un commento

  1. Complimenti, speriamo che la tua proposta abbia un seguito

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