L’ARTISTA DIACRONICO: INCONTRO A MILANO CON GIOVANNI CAMPUS FRA GLI EMIGRATI SARDI DEL CAPOLUOGO MENEGHINO

Giovanni Campus

Giovanni Campus è un artista “diacronico”, per cui il Tempo è dimensione fondamentale, quasi fosse una “forma”, un contenitore non inerte, ma capace di influenzare con modalità proprie sull’agire di noi homo sapiens che viviamo un tempo “sincronico”, fatto di attimi di esistenzialità. Esistiamo dunque nell’attimo, portandoci dietro un passato che il nostro pensiero assembla arbitrariamente, e neppure le foto della nostra infanzia, quando un ciuffo perenne di capelli scendeva a coprirci metà della fronte, aiuta del tutto a persuaderci che quello sono proprio io, quelle sono le fattezze che mi caratterizzavano venti, trenta anni fa. E con un futuro ontologicamente inimmaginabile. 

Ci vuole la fantasia di Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino, per immaginare il suo ”Funes o della memoria” (titolo originale spagnolo, Funes el memorioso), capace, a seguito della caduta da cavallo e conseguente trauma cranico, di sviluppare la capacità eccezionale- o forse è meglio dire il tormento- di ricordare e mai dimenticare ogni minimo dettaglio di tutto ciò che vede e vive. Ricorda, ad esempio, la forma delle nuvole in ogni dato momento, così come le percezioni ad esse associate; descrive come riesce a vedere in un colpo d’occhio la complessità della criniera di un cavallo o della forma della fiamma in continuo cambiamento, paragonando il riconoscimento immediato di una forma geometrica semplice da parte delle persone normali. Campus non ha bisogno della memoria per ricordarsi dei momenti topici della sua lunga vita passata (è nato a Olbia il 1929) poiché, da quando ha deciso di essere artista, ha lasciato dietro sé tutta una serie di opere che gli servono da specchio e gli rimandano, magicamente, il ragazzo, l’uomo che è stato. Opere che ha portato ed esposto per l’universo mondo, da Londra a New York a New Delhi, e in cento altre località italiane e europee.

Decine di cataloghi con prestigiose dissertazioni di altrettanto prestigiosi critici d’arte. Figurarsi quindi se può manifestare entusiasmo se appena gli venga in mente di sospettare che lo si voglia ingabbiare in una, peraltro inesistente, categoria di “artista sardo”. Eppure il catalogo che Tonino Mulas, presidente emerito della FASI, gli ha dedicato in occasione della festa che il circolo culturale sardo gli ha voluto dedicare il giugno scorso: “Giovanni Campus- Sardegna – l’opera e il luogo” è, a mio avviso, molto bello. Sorprendente perfino, lui che è artista a carattere multinazionale ha interagito con l’isola che gli ha dato i natali sin dal 1967 (galleria d’arte Gurnica a Olbia) per esserci praticamente sempre, a Cagliari e Sassari e Nuoro, naturalmente, ma anche a Villanovaforru e Tortolì, all’ippodromo di Chillivani, l’ospedale di Sorgono, San Nicolò Gerrei, esponendo e inventandosi sculture monumentali, circondando con cordature sassi del Limbara e della Gallura, spesso facendosi aiutare nella sua furia artistica da persone del luogo dove operava. Ad Aggius sono gli studenti del liceo artistico “De Andrè” di Tempio che gli danno una mano per l’istallazione di una monumentale struttura in ferro, fissata al suolo da due lastroni di granito, nella panoramica piazza del parco Alvinu.

Che svetta sullo sfondo da un lato delle vette granitiche che fanno da sfondo all’abitato e dall’altro del panorama di Tempio e del monte Limbara. E proprio con un filmato del comune di Aggius che si riferisce a questa performance, si apre l’incontro al circolo sardo, il cui presidente Giovanni Cervo si incarica di inquadrare l’opera e il personaggio, almeno nelle sue tappe fondamentali, dal suo lasciare la Sardegna a 18 anni, per gli studi classici di Genova, seguiti da quelli a Livorno nel periodo ‘61/’65 alla Libera Accademia di Belle Arti. Fine anni sessanta approda a Milano con studio e casa a Brera. Erano quelli i mitici anni del bar Jamaica, frequentato da artisti e scrittori che ancora non erano ma diventeranno famosi (allora alcuni di loro tentavano di chiudere i loro conti in rosso barattando in cambio le loro opere), da Treccani a Fontana, ma anche Quasimodo e Ungaretti.  Milano, la città più europea e internazionale del nostro paese, diventa la sua città di adozione e affermazione artistica. Tocca poi a Franco Tedeschi, ordinario di Storia dell’Arte contemporanea all’università Cattolica di Milano, cimentarsi nell’arduo compito di riassumere tappe importanti nel percorso artistico di Campus con parole che non lo scontentino più che tanto. “Le sue parole d’ordine: la misura, il tempo, lo spazio.

Dei tanti che hanno scritto di lui e della sua opera: Caramel, Cervelli, Bruno D’Amore. “Giovanni è sempre stato un po’ renitente”. Il suo lavoro in rapporto col tempo, la processualità, lo sviluppo. Con guizzi di genialità assoluti, la grande molla che circonda piazzetta reale a Milano, le corde per le rocce della Gallura, il confronto coi padri a Genna Maria. Nel 1987 la mostra milanese di Gillo Dorfles: ”Sardegna furi Sardegna”, con lui tra gli altri Maria Lai e Costantino Nivola. Questo omaggio che Tonino ha voluto realizzare propone altri e nuovi aspetti di lettura. E credo che ancora non sia stato studiato tutto. Per esempio ricomprendere queste sculture permanenti che da una trentina d’anni in qua hanno portato a segnare i posti in cui sono state situate. Non è land art quella che ha fatto Campus. Esiste una traccia, un dialogo col territorio. E sta a noi il poter ricostruire il senso di questi interventi. Mantenendo inalterato il rapporto con la contemporaneità dell’arte. I suoi segni hanno sempre una natura aperta”. Tonino Mulas premette di volersi tenere lontano dal pericolo di un eccesso identitario nel suo intervento. Del resto parlano per Campus le mostre delle sue opere tenute in tutto il mondo.

La ricerca che su di lui si può fare attraverso i suoi cataloghi, almeno una quindicina. La domanda a cui si tentava di rispondere era di come si potesse interpretare la sua attività in Sardegna a partire dalla sua sardità. Come interloquisce col “Genius loci” quando interviene in un certo ambiente. E’ una riflessione che lui fa con la sua arte, se c’è una peculiarità in questo catalogo è costituita dal suo intercalare con l’ambiente. Per cui diventano operazioni poetiche quelle con le rocce di Gallura e le sugherete di Aggius, di Berchidda. A Carbonia nel parco geo-minerario. Come è che la sua modernità impatta, entra in contatto, crea un rapporto dialettico coi luoghi. “Io, dice lui, faccio un intervento con quell’ambiente che “per caso” è sardo”. Un’opera d’arte continua che alla fine stupisce anche lui. E poi tocca a Giovanni Campus dire la sua su di lui: “Tutto è tentativo, la cosa migliore è nascondersi. Cercare di afferrare quella realtà umana usando materiali diversi nel tentativo di trascendere. Un tentativo che noi difficilmente riusciamo a portare avanti. Anche la nostra esistenza è una possibilità filosofica. La vita dei nostri tempi è così convulsa che ne sono sorpreso, come mi sorprende il tentativo che fa l’uomo della propria esistenza storica. Per me tutti dovrebbero procedere per tentativi.

La cultura è una di quelle cose che restano. La mia stessa presenza qui con la possibilità di porsi delle domande che forse non hanno neppure la possibilità di risposta. Il mio progetto spero che possa divenire realtà, anche se è troppo materico. Non si può dire che il mio lavoro sia quello di un sardo, ho avuto lo sviluppo culturale in continente, ma anche negli Stati Uniti, in Francia, e certo anche a Cagliari, Olbia, l’isola di Tavolara. E’ qualcosa che va oltre il tempo. Un fraseggio d’opera tra chi la guarda e l’io stesso”. E poi Pierangela Abis, già presidentessa del circolo milanese: “Ringrazio Giovanni per la sua arte, tra una mostra a New York e Zagabria, ha sempre trovato del tempo da dedicare al circolo come vicepresidente all’arte. Portando avanti progetti con Videolina. Gli incontri d’arte a titolo: “Andare per Ulisse”. E quelli con personalità del mondo artistico come Placido Cherchi, artisti come Cavaliere e Gillo Dorfles. E’ stato consigliere del circolo. C’erano allora condizioni migliori che adesso, la Regione elargiva più finanziamenti. Da qui il tentativo di portare a Milano gli artisti che lavoravano in Italia (non in Sardegna). Operazione riuscita con la mostra “Milano fuori Milano”. Venne anche Aligi Sassu”.

Pasqualina De Riu, che ha pubblicato diverse sillogi di poesie, ha il coraggio di esplicitare cosa le susciti l’arte di Campus, lui presente.  “Una ricerca di equilibrio nel Cosmo, che non è mai raggiunto. Tempo in processo tra un equilibrio e l’altro. Tempo è metro e orologio in mano che si muove dentro l’infinito”. La dimensione Tempo anche a me pare centrale nella ricerca artistica di Campus, dialogando su questo tema con Placido Cherchi, antropologo e filosofo di Oschiri, così concludeva: “Emergenze e differenze epocali nelle mutazioni dell’abitare scuotono il fondamento di tutti i nostri habitat fisici, temporali e spirituali, imponendo nuove traiettorie alle nostre abitudini. Vi è il pericolo di una perdita di senso. Ancora una volta la dimensione spaziale e la presenza del tempo costituiscono il territorio del fare”.

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