ERA IL 1977 QUANDO LA PELLICOLA VIENE PREMIATA AL FESTIVAL DEL CINEMA DI CANNES: “PADRE PADRONE” UN FILM CHE DIVIDE LA SARDEGNA E INCANTA IL MONDO

Nel maggio del 1977, il film Padre padrone, scritto e diretto da Paolo e Vittorio Taviani e tratto liberamente dal romanzo autobiografico di Gavino Ledda, vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes, insieme al premio della critica internazionale FIPRESCI.

Ambientato in Sardegna, racconta il drammatico riscatto di un giovane pastore, Gavino, strappato alla scuola dal padre per essere avviato alla pastorizia. Rimasto analfabeta fino ai vent’anni, riuscirà a emanciparsi grazie alla propria forza di volontà e all’accesso all’istruzione.

Il film, prodotto inizialmente per la televisione, era destinato alla seconda serata su Rai2. Ma, come ricordò Vittorio Taviani, fu grazie alla determinazione dei selezionatori di Cannes che fu presentato in concorso. «Noi eravamo perplessi, ma ovviamente la Rai non poteva lasciarsi sfuggire un’occasione del genere».

La giuria, presieduta da Roberto Rossellini – al suo primo e unico incarico di questo tipo prima della morte, avvenuta tre settimane dopo – premiò Padre padrone nonostante le iniziali titubanze. Una decisione che fece scandalo, non tanto per il contenuto, quanto per la natura televisiva del film. Era la prima volta che una pellicola prodotta per la TV vinceva il più prestigioso riconoscimento del cinema d’autore.

Il realismo crudo, l’uso del suono e l’intensità drammatica fanno di Padre padrone uno dei capolavori del cinema italiano degli anni Settanta. Eppure, in Sardegna, l’accoglienza fu tutt’altro che univoca.

Intellettuali come Manlio Brigaglia e Giulio Angioni lo lodarono senza riserve. Altri, tra cui Michelangelo Pira, Bachisio Bandinu e Francesco Masala, ne criticarono aspramente la rappresentazione della Sardegna, considerata distorta e offensiva. Anche l’allora ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, si mostrò critico alla proiezione al Quirinale.

Alcuni giudicarono il film «violento, falso e calunnioso», privo di rispetto per la realtà isolana e dominato da personaggi stereotipati, come il padre brutale e la madre silenziosa e sempre sorridente.

Omero Antonutti, interprete del padre, fu più volte invitato in Sardegna per raccontare la sua esperienza, ma spesso accolto da fischi e insulti. In seguito chiarì: «Il film e il libro sono due cose diverse. È vero, non ci siamo posti dal punto di vista della Sardegna, ma il nostro intento era universale: mostrare cosa significa essere privati della cultura e, quindi, della libertà».

Anche Vittorio Taviani sottolineò: «Non volevamo né potevamo occuparci delle questioni identitarie sarde. Ma grazie alla storia di Gavino, la Sardegna è arrivata ovunque. In ogni proiezione, in ogni dibattito, il pubblico capiva che si parlava della solitudine dell’uomo, non solo del pastore sardo».

Ledda non partecipò alla lavorazione del film e non fu mai presente sul set, anche se concesse ampia libertà ai registi. Apparve solo nelle sequenze iniziali e finali, aprendo e chiudendo simbolicamente il racconto.

«Credo che i Taviani abbiano lavorato con onestà e buona fede… ma a loro mancava la nostra cultura: potevano arrivare alla tragedia e hanno scelto la farsa», dichiarò. Eppure, nonostante le critiche, accolse con entusiasmo il riconoscimento a Cannes: «Ero felice che i francesi avessero colto il senso del film, e ancora di più che avessero compreso prima degli intellettuali sardi. Spero che questa vittoria possa essere vista come una vittoria del mondo pastorale subalterno e, insieme, del Terzo Mondo».

E concluse con parole emblematiche: «Il film è stato fatto dall’esterno. Il mio libro, questa Iliade di vita, è stato scritto dall’interno».

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Un commento

  1. Marika Quindici

    Un film che rivedrei volentieri , molti non lo avevano capito

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