
Marija Gimbutas
di GUIDO GARAU
Immaginate un’Europa di cinquemila anni fa, un continente di villaggi pacifici, donne al centro della vita sociale, e un culto della Dea Madre che intrecciava la terra al cielo. Poi, dalle steppe pontico-caspiche, arrivano loro: i Kurgan, cavalieri nomadi, patriarcali, con i loro tumuli funerari e un’ideologia guerriera che avrebbe cambiato il volto del Vecchio Continente.
Questa è la visione di Marija Gimbutas, archeologa lituana che, con il suo saggio Kurgan e la celebre ipotesi omonima, ha scosso le fondamenta dell’archeologia e dell’antropologia, proponendo una narrazione che, ancora oggi, fa discutere, affascina e divide. E la Sardegna? In questa rivoluzione culturale, l’isola non è solo uno spettatore lontano, ma un tassello di un mosaico più grande, che intreccia steppe lontane e nuraghi.
La Sardegna, con le sue statue-menhir e i culti neolitici, si inserisce in questo racconto come un avamposto della Vecchia Europa, forse toccato da queste trasformazioni.La Sardegna e le Ombre della Vecchia EuropaE qui entra in gioco la nostra isola, con la sua storia antica che sembra sussurrare echi delle teorie di Gimbutas. La Sardegna neolitica, tra il V e il III millennio a.C., era un mondo di villaggi, come quelli di Su Coddu o Monte d’Accoddi, dove l’archeologia ha trovato tracce di culti legati alla fertilità: statuette di dee, altari, e simboli spiraliformi che richiamano la ciclicità della vita. Queste immagini sembrano quasi specchiarsi nelle descrizioni di Gimbutas della Vecchia Europa, dove la Dea Madre regnava sovrana. Ma ci sono indizi di un contatto con i Kurgan?

Marija Gimbutas, con il suo piglio da visionaria e un’erudizione che spazia dalla linguistica all’archeologia, ha dipinto un quadro audace. Nel suo Kurgan, pubblicato nel 1956, e nelle successive opere, sostiene che l’Europa neolitica, quella che lei chiama “Vecchia Europa”, fosse un mondo di società agricole, egualitarie, incentrate sul culto di divinità femminili. Queste comunità, disseminate dai Balcani alla Sardegna, veneravano la fertilità, la natura, la ciclicità del tempo. Ma, intorno al 4400-3000 a.C., questo idillio sarebbe stato sconvolto da ondate di popoli nomadi delle steppe pontico-caspiche, i Kurgan, portatori di una cultura patriarcale, guerriera, e di una lingua proto-indoeuropea che avrebbe plasmato l’Europa moderna.I Kurgan, secondo Gimbutas, non erano solo un popolo, ma un fenomeno culturale. Le loro tombe a tumulo, i kurgan appunto, punteggiano le steppe dalla Russia all’Ucraina, e testimoniano un’élite maschile armata di asce e carri, devota a divinità celesti maschili come Zeus o Dyaus. La loro espansione, in tre ondate principali (Kurgan I-IV), avrebbe “kurganizzato” le culture locali, imponendo un sistema gerarchico e bellicoso.
Le statue-stele della cultura di Remedello, nel Nord Italia, e quelle sarde di Laconi o Arvu presentano sorprendenti somiglianze con le steli antropomorfe della cultura di Yamna, cuore pulsante dei Kurgan. Armi incise, figure maschili stilizzate: sono forse il segno di un’“indoeuropeizzazione” arrivata fino al Mediterraneo? Gimbutas ipotizzava che l’espansione dei Kurgan non fosse solo un’invasione armata, ma una trasformazione culturale, un’onda che portava nuove idee, lingue e strutture sociali. In Sardegna, l’arrivo della cultura del vaso campaniforme, intorno al 2500 a.C., potrebbe essere un riflesso di questo processo, con i suoi recipienti decorati e l’accentuarsi di sepolture individuali, segno di una società più stratificata. Eppure, l’isola sembra resistere, con i suoi nuraghi e le tombe dei giganti, a una completa “kurganizzazione”.
La Sardegna, come suggerisce l’archeologo Giovanni Lilliu, mantiene una forte identità locale, un sincretismo che fonde elementi indigeni con influenze esterne. Forse, come racconta Gimbutas, la Vecchia Europa non è scomparsa del tutto, ma si è ibridata, lasciando tracce nei culti, nelle ceramiche, nei simboli che ancora oggi ci parlano.Una Rivoluzione ControversaLe teorie di Gimbutas, però, non sono sfuggite alle critiche. C’è chi, come l’archeologo Colin Renfrew, ha proposto un’origine anatolica per gli Indoeuropei, legata alla diffusione dell’agricoltura, rifiutando l’idea di un’invasione violenta. Altri, come Lynn Meskell, hanno accusato Gimbutas di romanticizzare la Vecchia Europa, vedendo nel suo lavoro un’eco delle sue esperienze personali, segnate dalle occupazioni sovietiche e naziste della Lituania. “Troppo metafisica”, “essenzialista”, dicono i detrattori, che contestano l’idea di una società matriarcale universale e pacifica.

Eppure, gli studi genetici del XXI secolo, come quelli del 2015, hanno dato nuova linfa alla sua ipotesi. L’analisi del DNA antico ha confermato movimenti di popolazioni dalle steppe pontico-caspiche verso l’Europa, portando con sé aplogruppi come R1b, tipici delle società indoeuropee. La Sardegna, pur periferica, mostra tracce genetiche di questi flussi, suggerendo che l’isola non fosse un mondo isolato, ma parte di un network culturale più ampio. Marija Gimbutas, con il suo Kurgan, ha fatto più che proporre una teoria: ha offerto una lente per guardare al passato, immaginando un’Europa dove il femminile era sacro, prima che il clangore delle armi e dei carri cambiasse tutto. In Sardegna, quest’eco risuona nelle dee di pietra, nei nuraghi che sfidano il tempo, in un’isola che, come la Vecchia Europa, sembra aver abbracciato il cambiamento senza perdere la sua anima. Le sue idee, criticate o osannate, ci spingono a chiederci: chi eravamo, prima che l’Europa diventasse quella che conosciamo? E la Sardegna, con i suoi misteri, potrebbe avere ancora qualcosa da raccontare.
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