
di ORNELLA DEMURU
Mentre il resto del mondo accelera, tra rivoluzioni tecnologiche, trasformazioni sociali e nuove crisi globali, la Sardegna sembra restare immobile, prigioniera delle proprie dinamiche eterne.
Ma questa immobilità è solo apparente.
Dietro la facciata di un’Isola che conserva paesaggi intatti e ritmi antichi, si consuma un paradosso che rischia di diventare un dramma storico: una terra antica, culla di civiltà millenarie e crocevia di culture, che lentamente si svuota.
I nostri paesi che un tempo erano pieni di voci, feste, mestieri e comunità coese oggi si ritrovano con strade silenziose, case chiuse, scuole senza bambini.
Il cuore verde della Sardegna, quello delle zone interne, paga il prezzo più alto: interi paesi si riducono a poche centinaia di abitanti, mentre i giovani, formati con sacrificio, cercano altrove futuro e opportunità.
Il rischio non è soltanto demografico. Con lo spopolamento si spegne un patrimonio di memoria, lingua, tradizioni e saperi che non appartengono soltanto alla Sardegna, ma all’intera Europa.
La nostra è una cultura stratificata, arricchita nei secoli dai segni e dai simboli lasciati dalle civiltà che hanno attraversato la nostra Terra. Oggi però rischia di soccombere non per colpa di nuove invasioni, ma per il vuoto silenzioso di chi se ne va.
Le cifre raccontano una realtà drammatica: secondo il Rapporto METE curato dal CREI ACLI, tra il 2016 e il 2023 la Sardegna ha perso circa 88.300 abitanti. In un solo anno, addirittura, l’isola ha subìto una perdita comparabile alla popolazione del comune di Dorgali.
Le proiezioni peggiorano: oggi siamo poco più di 1 milione e 500mila ma entro il 2050, l’isola scenderà fino a circa 1 milione e 24mila – 1 milione e 36mila di abitanti. L’analisi Istat, commentata dall’IARES ACLI, prevede che già nel 2031 la popolazione sarà sotto 1 milione e 500mila, e prima del 2067 scenderà sotto il milione.
Nel 2080, la riduzione prevista supera il 45 % rispetto al 2024, riportando l’isola a poco più di 850.000 abitanti.
Esattamente come ai primi del 1900. Quando la popolazione era all’incirca di 800mila abitanti ma con la differenza che erano perlopiù giovani, mentre noi saremo una popolazione di vecchi.
Oggi la Sardegna è la terra con il più basso tasso di fecondità non solo in Italia, ma al mondo.
La fascia 0-14 anni conta solo il 9/10% della popolazione, il valore più basso in Italia. Al contempo, la fascia degli over 65 supera il 27%, tra le più alte a livello italiano.
Ed è qui che il paradosso si fa più doloroso: mentre la modernità porta altrove fermento, crescita e cambiamenti rapidi, in Sardegna l’apparente immobilità non è custodia di identità, ma rischio di cancellazione. Il tempo dell’Isola, che sembrava eterno, si scopre fragile.
E con esso, il futuro delle nostre comunità che la abitano.
Ma il paradosso non finisce qui. Mentre in altre parti del mondo – dagli Stati Uniti a diversi paesi europei – le destre alimentano la paura dell’immigrazione come pericolo per le identità nazionali, in Sardegna si consuma una contraddizione ancora più crudele: qui non stiamo scomparendo a causa degli immigrati, bensì per la nostra denatalità e per l’esodo dei nostri giovani.
Le energie del dibattito pubblico vengono bruciate evocando un presunto “pericolo esterno”, mentre la vera tragedia è interna: paesi vuoti, scuole senza studenti, comunità che si assottigliano.
E persino gli immigrati, quelli che altrove vengono descritti come minaccia, qui raramente scelgono di restare. Non trovano né tradizioni da cancellare né comunità vive con cui scontrarsi: trovano semmai silenzi, porte chiuse e l’assenza di opportunità. E così, anche loro passano oltre.
Il vero pericolo non è quindi l’arrivo dell’altro, ma il vuoto che resta quando anche l’altro sceglie di non fermarsi. Così la Sardegna, che fu terra di approdi e di civiltà, oggi rischia di diventare soltanto un porto vuoto, dove ahimè non approda più nessuno.
Non un assedio, ma un’evaporazione lenta: la scomparsa di un popolo che non sa più trattenere né i suoi figli, né chi da lontano avrebbe potuto portare nuova vita.
Il problema non è quindi semplicemente numerico: il vuoto demografico minaccia la memoria, le tradizioni, la lingua, la cultura. Una civiltà che ha resistito a conquistatori e rivoluzioni potrebbe soccombere per mano propria, sotto il peso dell’abbandono. Del nostro abbandono.
Eppure non tutto è perduto: esistono varchi, idee e progetti che possono trasformare questa crisi in occasione di rilancio, se affrontati con visione e coraggio.
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