AL CENTRO SOCIALE CULTURALE SARDO DI MILANO CON MARIA ANTONIETTA MACCIOCU ED ERNESTO TORTA PER IL LIBRO “COME LUPO NELLA PIOGGIA”

Se c’è una cosa che questo libro suscita (volontariamente) è la curiosità, ti viene di correre subito a Jesi per vedere se davvero sia così speciale. “Come lupo nella pioggia”, golem Edizioni, l’hanno scritto in due: Maria Antonietta Macciocu, sassarina, e Ernesto Torta, iesino e palesemente innamorato della sua città. Tanto che il dilemma che in questi casi sottilmente accompagna la lettura del testo, su chi dei due abbia scritto questa o quella pagina, questa volta non sussiste proprio.

Ernesto Torta ce la squaderna alla grande questa sua amata, che sarà pure provinciale, ma sicuramente non di quelle addormentate e sonnacchiose, tutt’altro. E con una storia alle spalle che la fa splendere di monumenti, chiese romaniche e bizantine, porte e mura romane (anche lei “schiava di Roma”), palazzi rinascimentali. Non ultima una cerchia di mura rinascimentali lunghe un chilometro e mezzo, che incastonano con le loro torri e torrioni ricche d’ogni feritoia, un centro storico lastricato, con vicoli e strade strette che la fanno da padrone, e ancora a misura d’uomo. E il centro del centro intitolato a lui: Federico II di Svevia, “stupor mundi”, nipote del Barbarossa, che fu re di Sicilia, imperatore del Sacro Romano impero, persino re di Gerusalemme, ma il titolo acquisito per matrimonio.

Dicono le storie che la mamma di lui Costanza d’Altavilla fu presa dalle doglie proprio a Jesi mentre era in viaggio verso la Sicilia, accudita dagli abitanti che per lei eressero una grande tenda al centro del paese, acciocché potesse sgravarsi davanti a tutti: uno spettacolo non mai replicabile: quello di assistere alla nascita di un futuro Imperatore della cristianità. E senza possibilità che il neonato potesse essere scambiato con un altro (magari più sano e più bello, più bianco) cosa non infrequente in tempi ancora lontani da certezze che solo il DNA dei padri e dei figli avrebbero risolte una volta per tutte.

Che “mater sempre certa est”, pater un po’ meno, da sempre. Comunque sia Federico queste sue radici  mai se le ebbe a scordare e nel 1239, nel mentre battagliava con ogni papa venisse eletto in quel di Roma e conseguentemente scomunicato da loro, scrisse una lettera a: “…Jesi, nobile città delle Marche, insigne cominciamento della nostra esistenza…perciò tu, Betlemme della Marca, non sarai la più piccola tra le eminenti città della nostra stirpe  (qui si vede che ha comunanza con Matteo l’evangelista: “ E tu Betlemme, terra di Giuda non sei la minore delle città…da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo…ndr). Da te infatti è uscito il condottiero, il principe dell’impero romano, che reggerà e proteggerà la tua gente, e non permetterà che essa sia in futuro sottoposta a un potere esterno (leggi papi e preti vari, ndr)”. Che quando i marchigiani facevano gli esattori pontifici, pare che girasse il proverbio significativo di: “meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta”. In tanto splendore di testimonianze a Torta viene la voglia di scrivere un “noir”, lui che di getto scrive poesie, la notte frequentemente, che pubblica ogni mattina sul web. Ce ne parla al circolo sardo di Milano, presente la sua co-autrice Macciocu, prendendo a spunto un “fattaccio” capitato in città tanti anni fa, per dire di una civiltà che non include. Scrive tutto al cellulare: “te non riconosci la mano”.

Con Maria Antonietta ci abbiamo messo cinque mesi a scriverlo. “Non è sul femminicidio” dice lei che pure inerente a questo problema ne ha scritto uno suo, veramente magnifico, “Tango rosso”, in questo non c’è niente di didattico. I protagonisti sono gli esclusi, nella fattispecie la comunità zingara, di cui veramente poco prima sapevo, ho scoperto un mondo. Da cui sono pure usciti attori e artisti famosi, da Charlie Chaplin a Yul Brinner, da Rita Haywort a Micael Caine, e calciatori pure: Zlatan Ibrahimovic e Sinisa Mihailovic”. Questi sinti così diversi e irriducibili al modo di vivere di noi gagé, quel bel tomo di Hitler pensò anche per loro una “soluzione finale”: sterminarli tutti nei “campi”.

Ma sopravvissero anche al nazismo. E quelli di Jesi, con le loro roulotte messi al bando in periferia. Rose, la vittima che dà il là a tutta la vicenda, è zingara che vive in centro, pur nella parte degradata, dove si prostituisce abitualmente. Ha un figlio piccolo che sta al campo col fratello Nicu, a scuola solo saltuariamente. Padre non pervenuto. E di lei si invaghisce l’assessore alla cultura del comune, in grande ascesa politica, Walter Rana. Sposato, una figlia a Londra di cui nulla si sa. L’ama troppo, per lei una casa discreta in collina per i loro incontri d’amore. Quando è messo alle strette del classico: “O dici tutto a tua moglie o non ti voglio più vedere”: “…vide il coltello sull’acquaio…l’impulso fu più rapido della ragione: lo afferrò e la colpì al petto prima che entrambi si rendessero conto di quanto stesse succedendo”.

E questo a pag.15, ce ne vorranno altre duecento al che la vicenda si dipani e concluda. “E’ un omaggio alla serie del tenente Colombo, dice Torta, un personaggio che risolve gli enigmi polizieschi con l’acribia e l’intelligenza, non molla mai la presa quando è convinto, al di là delle prove indiziarie, di aver individuato il colpevole di turno”. E anche stavolta le prove inchiodano un pakistano sorpreso dalla polizia a togliere il coltello dal petto di Rose, perfetto come colpevole, le sue impronte sul manico dell’arma del delitto.

All’ex cronista di nera che, insieme all’avvocata del pakistano, tenta di dare una risposta diversa al caso, il capitano dei carabinieri risponde: “ aho qua semo a Jesi miga a Gotham e te no sei Batmane. Ce manga solo El Jokere” (pag.59). Maria Antonietta confessa di aver usato molto nel suo scrivere il tono del “folleiton”, le sue dinamiche intrigate e piene di colpi di scena, un po’ come capita spesso nell’opera lirica ottocentesca, non a caso il libro è scandito in 25 paragrafi che hanno a titolo pezzi del libretto del “Trovatore” di Verdi. Anche lì una zingara è protagonista di una trama complicata, un bimbo (il suo) gettato per sbaglio in un rogo per vendicare la madre pure bruciata viva. In quel di Saragozza.

Dal conte di Luna. Il bimbo adulto Manrico, il trovatore, si innamora corrisposto della dama di compagnia della principessa d’Aragona, tale Leonora. Della quale è però anche invaghito il nuovo conte di Luna. Insomma siamo in pieno melodramma. E col “Trovatore” si apre, nella prima pagina del libro, la stagione al teatro Pergolesi, sono le parole del coro: “Chi del gitano la vita abbella// la zingarella la zingarella”, che frullano nella testa dell’assessore, non ancora assassino, che corre però verso la sua vittima, un’altra zingarella.

Altro vanto di Jesi sono i suoi due “pezzi da novanta” a cui ha dato i natali: Gianbattista Pergolesi (suo anche un bel monumento) e Gaspare Spontini, in realtà quest’ultimo nacque a Maiolati che nel 1774 era un castello legato alla dominante città di Jesi. Jesini ambedue per formazione musicale rifinita a Napoli, dal 17 luglio al 28 settembre il XXV Festival Pergolesi Spontini, quest’anno titola “Viaggi e Miraggi” con un programma sontuoso per ospiti e avvenimenti. Nel “Come il lupo” ne succedono di tutti i colori. Misteriose buste gialle anonime con avvertimenti sibillini a rendere sempre più nervoso l’assessore. Che viaggiando con un taglierino affiato in tasca, si imbatte in un presunto testimone del suo delitto, emigrato dal

Bangladesh, e gli taglia la gola. Sparisce anche il figlio della zingara assassinata. Che i servizi sociali volevano salvare dalla vita dissoluta e felice che aveva nel campo dei gitani dello zio Nicu. Un figlio questo clamorosamente bianco e dagli occhi chiari, tanto la madre era scura coi capelli che facevano invidia al nero della notte. Rosa Muggianu, originaria di Atzara (suo un delizioso libretto che descrive il paese della sua nascita) socia del circolo, fa le domande che tutti vorremmo: lei è una lettrice “forte” e si è imbattuta su Facebook nelle poesie di Torta e nel libro della Macciocu “Mia stella caduta”, di cui legge alcuni paragrafi. E come si fa a scrivere un libro a quattro mani, talmente fluido che pare scritto da un solo autore. Con questo assassino che diventa sempre meno umano, mano a mano che passano le pagine.

E’ il potere che corrode inesorabilmente. La brama della politica che acceca. Il libro è ripieno di riferimenti musicali d’ogni tipo (Leonard Cohen, lui dice Torta è un’enciclopedia) da Guccini (ci sarà sempre lo sapete/ un musico fallito, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate) a De Gregori con la sua “La casa di Hilde”, l’ombra di mio padre due volte la mia. Lui camminava e io correvo, a pag.108, dove anche una citazione al suo (e anche mio) amato Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda.

Ma c’è pure lo Shakespeare del Macbeth e di Amleto. Per non dire dei cibi che vengono ammanniti a ogni piè sospinto: ciasculo alla coppa puntellata di pinoli e pistacchi, prosciutto di Carpegna, striscioline di carne di maiale essiccate, formaggio di Fossa, caciotta di Urbino, zuppa di cardini con piselli e malva, trippa alla canapina, fritto misto di gnocchi di crema. E i vini naturalmente, Rosso Conero, Lacrima di Morro d’Alba, Verdicchio Ambrosia di Vignamato, la Vernaccia di Serrapetrona coll’aromatico vino di ciliegie visciole ad accompagnare le zuppe inglesi e le meringhe di Bardi.

Un libro anomalo, di difficile catalogazione, il rigore sardo della Macciocu, la follia poetica marchigiana del Torta. Al circolo è presente anche Bianca Pitzorno, la scrittrice sassarese che dei suoi numerosi libri ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Tradotta in tutta Europa ma anche in Cina e Giappone. Con Maria Antonietta Macciocu vanta una militanza in favore dei diritti di genere, che ha attraversato tutta la sua vita. Tutta la loro vita. E il suo amore per Cuba, la scelta dei rivoluzionari per una scuola e una sanità gratuita per tutti, un unicum nell’America latina. Alla fine ho dovuto proprio chiederglielo, e lei mi risposto che era vero: “una volta ho baciato Fidel Castro” mi ha detto, gli occhi che le brillavano di malizia.

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2 commenti

  1. Maria Antonietta Macciocu

    Grazie di questo lungo e preciso commento. Sergio Portas è una garanzia di competenza e generosità

  2. Maria Antonietta Maccioccu

    Arriva una graditissima analisi della serata e di Come lupo nella pioggia da parte del giornalista Sergio Portas.
    Una bellissima sorpresa

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