“GHERRAS” DI GIUSEPPE CORONGIU: LA SARDEGNA COME SPECCHIO DEL CONFLITTO UMANO

Giuseppe Corongiu con Lucia Cossu ad una presentazione di “Gherras”

C’è una Sardegna viva, ferita ma mai doma, che si racconta non solo nei silenzi dei suoi paesaggi o nei vuoti che attraversano le sue crode ma nella parola viva, nel verbo che si fa carne e storia. In Gherras Giuseppe Corongiu – intellettuale, scrittore, attivista della lingua sarda – ci consegna una raccolta di racconti che è insieme un grido e una carezza, un atto di resistenza culturale che si fa letteratura. Questa raccolta di racconti scava nelle viscere della condizione umana, intrecciando i conflitti – quelli delle guerre lontane, quelli intimi dei silenzi familiari, quelli quotidiani di un bar – con uno strumento, la lingua sarda, che è esso stesso conflitto, oggetto e protagonista del racconto, iperbato ed ellissi, e con lo scorrere delle parole si rivela sineddoche capace di dire il mondo, con forza insieme ancestrale e contemporanea. In questo dialogo con l’autore abbiamo scoperto un uomo che non si limita a raccontare ma sfida il lettore a riconoscersi, a confrontarsi con le proprie paure, a interrogarsi sull’identità, sarda e universale, in un mondo che trema sotto il peso di nuovi conflitti, e insieme una Sardegna nuova, non folkloristica, non nostalgica ma viva, che gherrat – lotta, lavora, resiste – per esistere.

In Gherras il tema della guerra emerge in molteplici forme: tra popoli, tra individui, come lotta interiore. Come ha intrecciato questi livelli di conflitto, e che ruolo giocano nel riflettere la condizione umana o l’identità sarda? La parola sarda gherrare è il cuore della mia ispirazione. In sardo, non è solo guerra bellica, ma un termine che abbraccia il lavoro, le difficoltà quotidiane, ogni confronto. È una parola viva, senza retorica, che si usa persino per il gioco con i bambini: gherrìgiu. “Mi so gherrende sa vida die cun die” è un’espressione che ogni sardo conosce, un riflesso della nostra esistenza. Ho voluto intrecciare questi significati – dal conflitto storico a quello intimo – per mostrare la Sardegna come specchio di un mondo più vasto. La guerra, poi, si è fatta più vicina in questi anni, e scriverne è un modo per esorcizzarla, per contribuire alla pace, almeno nella nostra terra che da tre generazioni non conosce distruzioni.I suoi racconti spaziano da conflitti storici e fantascientifici a micro-conflitti quotidiani.

Come ha scelto di alternare ambientazioni così diverse, e come la Sardegna diventa fulcro narrativo? Ogni scrittore cerca temi che provochino, che diano un contributo originale. In Violamentu, il racconto d’apertura, ho affrontato l’orrore dello stupro di guerra, studiando i classici – da Euripide alla Bibbia, fino a Elsa Morante – e i rapporti internazionali. È un tema brutale, usato come arma per umiliare, annichilire. L’ho ambientato in Ucraina, impressionato dall’invasione russa come rottura di un equilibrio europeo. In Metropolitania, invece, ho immaginato una Sardegna futuristica, una colonia penale sfruttata per le sue terre rare – nuragheite, ichnusite, endurite – da grandi potenze che rimodellano cultura e pensiero. La Sardegna non è mai stata isolata: è un pezzo di mondo, dentro le correnti mediterranee. Ma dobbiamo chiederci: siamo pronti a difenderci? Il pericolo, forse, viene dal Nord Africa più che dalla Russia.

Lo stile di Gherras sfida il lettore a confrontarsi con paure e fallimenti. Come ha costruito questa intensità narrativa, e che ruolo gioca l’ironia? Ho cercato ritmo nei dialoghi e negli eventi, con finali a sorpresa che spiazzano, come in S’Aliena, ispirato a Sentry di Brown, o in Giuanne Indipendèntzia, dove un personaggio “bambu” perde qualcosa di prezioso per distrazione. Uso l’ironia, il disincanto, a volte il cinismo, per smascherare cliché, come il mito del pastoralismo sardo. Ma quando ho scritto di stupri e guerra, non c’è stata ironia: il dolore era troppo grande. Scrivere quelle parole, quelle urla, mi ha annichilito. Ho sofferto con le vittime.

Perché ha scelto di scrivere Gherras in sardo? È la mia lingua, quella di mia madre e di mio figlio. Ha una ricchezza lessicale straordinaria, un’estetica che amo. Sono crociano: punto a un sardo illustre, alto, non al realismo sciatto del code-switching con l’italiano, che trovo vagamente autorazzista. Scrivere in sardo è naturale, è la voce della mia terra.

La guerra in Ucraina è citata, ma non quella in Palestina, spesso percepita come lotta identitaria. È stata una scelta deliberata? Come si riflette il suo impegno identitario? Non è vero che il conflitto in Palestina è assente: Su tzilleri de Hamas e de Israel affronta proprio quel conflitto, insensato e forse irrisolvibile, con un finale che non svelo. Più che indipendentismo, preferisco parlare di autodeterminazione. È un termine positivo, che unisce, che valorizza la sostanza culturale sarda, la sua capacità di esistere nei secoli. L’indipendentismo nega per affermare; l’autodeterminazione costruisce.

Quale messaggio spera che i lettori traggano da Gherras? Non ho messaggi espliciti. Ho iniziato a scrivere quando ho capito che la mia generazione ha fallito su lingua, nazione, autodeterminazione. Spero solo che i lettori si divertano, ridano, piangano, riflettano, magari in sardo. Non voglio rafforzare l’identità sarda o sensibilizzare su questioni globali: voglio raccontare storie che emozionino.

Come si inserisce Gherras nella letteratura sarda contemporanea e del Novecento? Può la narrativa in sardo rivitalizzare la lingua? Lascio questa domanda a critici e studiosi. Ma senza lingua, la Sardegna non esiste come soggetto culturale e politico. Siamo determinati dall’esterno, un pubblico plaudente, non attori. La narrativa in sardo può aiutare, ma serve volontà collettiva.

Sa limba è “vulnerabile” secondo l’Unesco. Come trasformarla in uno strumento vivo? Ho lavorato anni come responsabile linguistico regionale, ma ora preferisco scrivere. I protocolli per rivalutare le lingue minoritarie sono noti: basta copiarli. Ma finora non si è voluto davvero.

Perché? Manca l’idea di una Sardegna unita, che si autodetermini. Ognuno pensa al suo territorio, al suo dialetto. Una lingua comune servirebbe a unire, come una rete ferroviaria tra città sarde. Ma prevale la sfiducia, il negazionismo linguistico. La prossima generazione, forse.

La Consulta de su sardu non è mai stata istituita. Quali ostacoli la bloccano? Manca la volontà politica. La legge del 2018 era sbagliata, e la lingua è sparita dall’agenda politica. Anche la popolazione non scende in piazza. Non c’è fede nel progetto.

L’Obreria pro s’imparu de su sardu non ha prodotto risultati. Quali i fallimenti e le soluzioni? L’errore è stato credere che una norma regionale potesse fare miracoli. L’istruzione è competenza statale. Serve rivedere lo Statuto sardo e, soprattutto, la nostra motivazione come popolo. Altre regioni, come Lombardia o Veneto, avrebbero sfruttato una lingua riconosciuta con più decisione.

Cosa imparare dalla rinascita dell’ebraico? Crederci, dedicarsi, eccellere. Non serve altro.

Un vocabolario sardo comune è realizzabile? In Gherras ho recuperato e implementato il lessico, basandomi su Puddu, Rubattu, Casu, Wagner. Basta codificare unitariamente. È semplice: chi è in grado, lo faccia.

Perché la politica sarda marginalizza la lingua? Rilegga Chie at mortu a Pissente Peis. Lì c’è la risposta.

Come preservare la cultura sarda in un mondo globalizzato? Proteggere l’editoria locale di qualità, combattere per l’autodeterminazione culturale, uscire dai cliché, crescere i figli in sardo. È facile: i nostri avi lo hanno fatto per mille anni.

La Sardegna può diventare una “nazione” con una lingua condivisa? Siamo una nazione per storia e lingua, secondo il Consiglio d’Europa. Ma senza valorizzare la lingua, perdiamo il riconoscimento internazionale. Ora siamo “in sonno”. Aspettiamo la prossima generazione.

Come bilancia la responsabilità di promuovere la lingua sarda con la libertà creativa? Mi diverto a scrivere storie avvincenti in un sardo esteticamente forte. La responsabilità è consegnare racconti ben scritti, che emozionino. Ringrazio la mia editor Maria Antonietta Piga e l’editore Paolo Pisano per la qualità. Scrivere in sardo dà vantaggi nel mercato globale: è unico.

Quali autori o movimenti letterari l’hanno influenzata? Ho letto tutto, impossibile essere esaustivo. Cito Paolo Pillonca, Giovanni Follesa e Rossana Copez per il loro supporto. Il resto lo lascio ai critici.

C’è un dialogo con altre tradizioni minoritarie? Essere una nazione senza stato, come riconosciuto dal Consiglio d’Europa, mi spinge al confronto internazionale. Noi delle lingue minoritarie lavoriamo per il globale. Scrivere è un viaggio, come un volo intercontinentale.

Progetti futuri? Un romanzo in 2-3 anni, una raccolta di racconti in 4-5, saggi di politica linguistica. Continuerò con i Talenti Sardi all’Estero e Ondras. Sogno un’Officina Linguistica internazionale per scrittori di lingue minoritarie. Ora promuovo Gherras, tra lavoro, famiglia, sport, Cagliari Calcio e passioni come cucina e vino. Magari un futuro personaggio sarà un esperto enologo.

Chi è Giuseppe Corongiu: nato a Laconi nel 1965, è un intellettuale, scrittore, ex giornalista, traduttore e dirigente pubblico. Attivista storico del movimento linguistico sardo, ha dedicato decenni alla promozione delle minoranze linguistiche, portando la causa sarda in Europa. Autore di studi e saggi sulla rivitalizzazione delle lingue locali, ha ideato il premio europeo Ondras e il progetto Decalogo dei Talenti Sardi all’Estero. Gherras è la sua terza opera narrativa in sardo, dopo Metropolitània e àteros contos tòpicos, distòpicos e utòpicos (Palabanda Editore, 2019) e il romanzo S’intelligèntzia de Elias (Janus Editore, 2022). La sua scrittura unisce contemporaneità e tradizione, usando la lingua sarda come arma di resistenza culturale. E così, nelle pieghe di Gherras, Giuseppe Corongiu fa della Sardegna un mondo, un crocevia di storie che parlano di noi, di ciò che siamo stati e di ciò che rischiamo di diventare. Non c’è retorica ma la forza di una lingua che resiste, di un autore che non si arrende, di un popolo che, forse, attende ancora di risvegliarsi, come Nanni Moretti in Ecce Bombo. Gherrando – lottando, vivendo – si può ancora scrivere il futuro.

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