UN TESTAMENTO MORALE: TUTTE LE DONNE DI SALVATORE SATTA A CINQUANT’ANNI DALLA SUA MORTE

Salvatore Satta

Cinquant’anni di distanza dalla scomparsa di Salvatore Satta ci proiettano in una prospettiva sufficiente a elaborare una vera e propria teologia sattiana della donna. Il grande giurista di Nuoro, nato il 9 agosto 1902, in una dimensione onirica, consegna il suo testamento morale al flusso di una narrazione pubblicata postuma nel ’79 da Adelphi e destinata a un successo mondiale, tradotto in diciassette lingue: Il giorno del giudizio, definita la Spoon river italiana.

“Nel passato, in interiore homine – spiega Dino Manca, filologo dell’Università di Sassari e maggior conoscitore del giurista barbaricino -, Satta cerca la sua dimensione immortale contro il volto nudo del destino. La memoria, àncora di salvezza, balsamo e lenimento di un presente inquieto, straordinario antidoto contro la figura dei giorni, in virtù di ciò diventa l’unica possibilità che rimane per poter risorgere”.

Nelle pagine del suo lascito letterario, un pilastro della coscienza fluidificata in prosa: la ricerca della fede in un’intelligenza universale, lontana da certi curati nuoresi che barattano il regno di Dio per un lieto desinare, che di fatto lo allontanano dalla religione tradizionale, assimilandolo a giganti russi come Dostoevskij e Solov’ëv. Ma, ancor più, è la figura della donna a non sfuggire al bisturi con cui Satta cesella, con precisione, la Nuoro autobiografica di fine ‘800 fino alla Grande Guerra, in una netta divisione sociale tra benestanti e diseredati. Così Donna Vincenza (sua madre), Gonaria la maestra, Giggia la prostituta, hanno un ruolo privo del filtro convenzionale, nell’estremo controllo sociale della Nuoro provinciale che tenta di diventare città. La donna è frutto di uno spirito tribale, come Maria Pisu, presenza eterna della grande piazza Giovanni, seduta dentro la ruota delle sottane orlate di rosso.

Le donne di Satta sono poche in senso assoluto, sono ontologicamente traboccanti quando dà loro un volto, un nome, una storia. Storie senza storia che fasciate nel silenzio hanno occhio che non giudica ma indica i confini delle azioni tra il lecito e l’inferno. La donna di Satta è pietosa, curandera dell’anima, qualcosa che va ben al di là della carità cristiana che a Nuoro procede sul binario dell’odio barbaricino, di pari passo. Se il patriarca don Sebastiano Sanna Carboni, notaio, conduce la propria esistenza da laborioso eremitano proiettato all’accumulo di beni e chiede devozione assoluta in cambio di operosità, donna Vincenza riceve dai cinque figli quell’amore gratuito di chi ha imparato il segreto della vita con la sola lungimiranza.

Certamente più dei teatrali figuranti maschili, le donne nuoresi di qualsiasi ceto paiono avere il senso tragico del destino, che in Barbagia è legato alla lotta disperata del conservare il bene degli altri per preservare se stessi, l’occhio sempre vigile all’offesa e alla difesa. La rispettosa diffidenza nei confronti della Chiesa si interseca al reverenziale rispetto per la sacralità della donna che si incontra nella narrazione sattiana della genesi di Nuoro, la cui prima pietra è posata da Monsignor Rojch sotto la protezione delle Janas, identificate dall’autore con Sas Birghines, le vergini.

Satta coglie il travaglio psicologico della metamorfosi estetica della donna nuorese che nel divenire nuorese sacrifica la “pelle” dell’abito tradizionale finendo per sentirsi nuda e non accettare mai del tutto quella che sembra un’imposizione sociale. Questo è il primo grave sgarbo che donna Vincenza non perdonerà mai al marito, e sarà da questo momento che leggerà come ridicolo ogni sforzo di civilizzazione del consorte, a partire dalla vanagloria con cui giudica umiliante il lavoro: “E ci rimetteva anche la carta bollata, perché imparzialmente non si faceva pagare da nessuno. Donna Vincenza diceva che sarebbe stato ugualmente imparziale se si fosse fatto pagare da tutti, e anche questo era ovvio, ma perché ovvio non andava detto”. Tutte le donne sono nimbate nella teologia sattiana, ma questo non impedisce al giurista barbaricino una temeraria ipotesi: “La donna sarda non esiste”. Satta ha premura di spiegarsi in pochi passaggi: “Per il sardo, la donna era come l’oggetto di un culto silenzioso, esposto alle vicende della vita, strumento delle esigenze della vita, e quindi anche delle esigenze del marito e della famiglia, ma come rarefatta, esterna a quello che è il dominio dell’uomo, cioè al governo del piccolo stato familiare. In questo governo non poteva né doveva entrare, più di quanto non possa entrare la regina nel governo del re”.

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