
di VERONICA MATTA
In un tempo in cui le campagne si svuotano e la modernità sembra correre lontano dai ritmi della terra, Lidia e Davide scelgono di andare controcorrente. La loro storia non è semplicemente quella di due persone che lasciano la città per trasferirsi in campagna: è un vero e proprio ritorno culturale, una riappropriazione di saperi, relazioni e pratiche che affondano le radici nella tradizione contadina. In Sardegna, questo rapporto profondo con la terra ha un nome antico: Sa Laurera. Come ha scritto l’antropologo sardo Giulio Angioni, nel suo celebre saggio Sa laurera. Il lavoro contadino in Sardegna, pubblicato per la prima volta nel 1976 (Editrice Democratica Sarda, EDeS) — il lavoro contadino — non è semplicemente un’attività economica, ma un complesso sistema di saperi, identità e relazioni con la terra che per secoli ha modellato la cultura sarda. Nel loro ritorno alla terra, Lidia e Davide sembrano riprendere questo antico legame, trasformandolo in un progetto contemporaneo di rigenerazione ecologica e sociale.
Lidia nasce in Guatemala e tra il 2009 e il 2010 intraprende gli studi in Scienze Ambientali, ma è il viaggio — più che l’accademia — a segnare il suo percorso. Insoddisfatta della vita urbana, parte per un lungo viaggio intorno al mondo. Incontra Davide e insieme attraversano oltre 30 Paesi, immergendosi in esperienze di permacultura, volontariato, arte e comunità sostenibili. Nel 2022 approdano in Sardegna, a Cardedu, luogo denso di significati e contraddizioni, dove trovano finalmente una terra da abitare. In Ogliastra danno vita a un progetto che mette al centro l’autoproduzione, la relazione con il territorio e la cura per l’ambiente. Un cammino che intreccia saperi antichi e pratiche contemporanee, in un dialogo costante tra memoria e futuro. Due vite urbane, ricche di esperienze nel mondo della comunicazione e del sociale, che scelgono di restituire senso al fare quotidiano, alla stagionalità, alla fatica del produrre cibo con le proprie mani. Nella loro Era Nuova, che oggi gestiscono con cura e visione, diventa così un microcosmo in cui Sa Laurera si rinnova e si trasforma.
Chi eravate prima di diventare “custodi della terra” e cosa vi ha spinto a lasciare la vita urbana?
Lidia e Davide: Siamo nati e cresciuti in contesti urbani, ma nutrivamo dentro una forte connessione con la natura e i suoi processi profondi. Quando ci siamo incontrati nel 2010, entrambi cercavamo di lasciarci alle spalle una realtà che non ci apparteneva del tutto. Lidia aveva 19 anni, Davide 27. Il vento soffiava verso il viaggio, verso la scoperta della nostra essenza e del rapporto autentico con la terra.
Perché avete scelto la Sardegna e come siete stati accolti dalla comunità locale?
L&D: La Sardegna è arrivata in modo totalmente inaspettato. Non la conoscevamo affatto: siamo venuti a trovare degli amici che cercavano di creare un progetto agricolo e comunitario. Quel progetto non è andato in porto, ma noi — e i nostri figli — ci siamo sentiti a casa. Abbiamo iniziato a tessere relazioni bellissime con la comunità locale. Nonostante le differenze culturali, qui ci siamo sentiti accolti, coccolati. Soprattutto, ci siamo sentiti “a casa”. Ci ha colpito l’attaccamento del popolo sardo alla propria terra, e in particolare in Ogliastra la gentilezza, la calma e i forti legami familiari. Questi tre anni sono stati più che meravigliosi… ma vedremo dove ci porterà il vento domani.
In che modo il vostro progetto si lega alla storia e alle tradizioni contadine sarde, come Sa Laurera? L&D: Ci sentiamo profondamente legati a Sa Laurera, che rappresenta l’essenza dell’isola. Ci riconosciamo nel contadino che si identifica con la terra, che ne segue e rispetta i ritmi naturali. Anche il coltivare per la sopravvivenza familiare — come avveniva un tempo — è parte integrante del nostro progetto. L’orto per noi non è un hobby, ma il nostro modo principale di procurarci cibo durante l’anno: coltivare, trasformare, autoprodurre.
Quali tradizioni avete riscoperto e quali pratiche nuove avete introdotto?
L&D: Abbiamo riscoperto semi antichi sardi, tramandati da generazioni, che rappresentano un patrimonio culturale e genetico fondamentale. Abbiamo appreso dalle persone del luogo le tempistiche di semina e raccolta, che qui sono molto particolari.
Dalla nostra esperienza internazionale, invece, abbiamo introdotto la permacultura, tecniche di agricoltura rigenerativa e pratiche orientate alla protezione della biodiversità. Il cambiamento climatico e il degrado dei suoli ci spingono ad adattare le tradizioni, senza abbandonarle. Rigenerare oggi è una necessità universale.

Che significato ha per voi “seminare”, oltre all’aspetto agricolo?
L&D: Seminare è un atto di vita. Sono i nostri figli, le nostre passioni, le nostre idee. Coinvolgiamo i bambini nella semina proprio per questo: imparano a prendersi cura, a rispettare i cicli naturali, a capire che tutto nasce, cresce, si trasforma. “Seminiamo” anche nella società: attraverso i social, gli eventi, i festival. È il nostro modo di nutrire comunità, relazioni, consapevolezza.
Come applicate i principi della permacultura nel vostro lavoro quotidiano?
L&D: La permacultura ha trasformato il nostro modo di progettare la vita. Non è solo una tecnica agricola, ma un approccio olistico che ci aiuta a organizzare gli spazi, il tempo e le energie in modo armonico. Le tre etiche fondamentali — cura della terra, cura delle persone, condivisione equa delle risorse — guidano tutte le nostre scelte. Ad esempio, il concetto di “zone” ci ha insegnato a organizzare gli spazi secondo la frequenza d’uso: l’orto, che frequentiamo ogni giorno, è vicino alla casa; mentre il bosco, usato raramente, è più distante. Questo principio lo applichiamo anche alla vita personale: le cose più importanti devono stare “in zona 1”, al centro della nostra quotidianità.
Quali sono state le sfide più grandi nel lavorare con la natura?
L&D: La sfida più grande è accettare che non abbiamo il controllo. Possiamo osservare, imparare, dare input… ma la natura è sempre imprevedibile. Ogni stagione è diversa, ogni pianta reagisce in modo unico. Questo ci ha insegnato a lasciare andare il bisogno di controllo e ad accogliere l’incertezza come parte integrante del processo.
Come progettate gli spazi e quali tecniche rigenerative utilizzate?
L&D: Non abbiamo progettato tutto dall’inizio. Viviamo in una casa in affitto e abbiamo imparato ad adattarci, facendo in modo che ogni scelta fosse coerente con l’ambiente e con le esigenze della nostra famiglia. Le principali tecniche rigenerative che utilizziamo sono:
Non lavorazione del suolo: non lo rivoltoliamo con macchinari; usiamo solo forca vanga e grelinette per decompattare.
Pacciamatura e cippato delle potature per mantenere umidità e fertilità.
Produzione di humus di lombrico.
Grande attenzione alla microbiologia del suolo: usiamo EM (microrganismi efficaci), preparati fermentati come JLF, macerati e compost tea.
Coltivazione biointensiva in piccoli spazi, con consociazioni tra piante.
Ispirazione alla foresta: creiamo micro-ecosistemi, con piante che forniscono ombra o sostegno ad altre.
Vogliamo creare ecosistemi, non solo orti.
Pensate che la permacultura possa essere un modello anche per le relazioni sociali?
L&D: Assolutamente sì. La cura delle persone è un principio cardine della permacultura. La permacultura sociale lavora per connettere individui, competenze, emozioni, risorse… affinché l’intero sistema funzioni per tutti. La visione è creare comunità resilienti, dove l’interazione tra esseri umani sia tanto armoniosa quanto quella tra le piante in un ecosistema ben progettato.
Cosa autoproducete e qual è stato il percorso verso l’autosufficienza?
L&D: Autoproduciamo davvero moltissimo. Tutto è iniziato oltre 10 anni fa, durante i nostri viaggi, con la raccolta di erbe selvatiche e i primi orti domestici. L’autosufficienza è nata come risposta alla domanda: “Cosa possiamo fare, nel nostro piccolo, di fronte a un mondo inquinato e contraddittorio?”. Il nostro intento è stato ed è tuttora assumere la responsabilità delle nostre azioni, senza aspettare soluzioni dall’alto. Ora, il nostro orto ci fornisce la maggior parte del cibo che consumiamo. Oltre a mangiare fresco, trasformiamo e conserviamo usando essiccazione, fermentazione, conserve in vetro. Coltiviamo e raccogliamo erbe officinali, con cui produciamo cosmesi casalinga e prodotti di erboristeria. Realizziamo saponi e detersivi naturali, e facciamo apicoltura rigenerativa, con grande rispetto per le api, usando miele e prodotti dell’alveare per unguenti e rimedi.
Come gestite la dipendenza dal mercato e dai sistemi esterni?
L&D: In tre anni di orto qui in Ogliastra abbiamo ridotto drasticamente gli acquisti esterni. Compriamo pochissimi prodotti. Questo significa soddisfazione, salute, risparmio. Ma non vogliamo essere completamente autosufficienti, né crediamo che lo si possa essere da soli. L’autosufficienza è comunitaria: è un percorso da costruire insieme, tra vicini, famiglie, realtà simili. Facciamo scambi, acquistiamo da piccoli produttori locali, e solo raramente andiamo al supermercato. Sogniamo anche l’indipendenza energetica e abitativa: per ora viviamo in affitto, ma vorremmo progettare una casa in bioedilizia, autosufficiente dal punto di vista energetico.
Come trasmettete il valore dell’autoproduzione a chi vi visita?
L&D: Lo facciamo attraverso i social, nei corsi online e in presenza, e in eventi come ritiri, festival e workshop. Mostriamo che tutti possono iniziare, anche facendo poco per volta. Non serve essere perfetti o estremisti: basta imparare una cosa alla volta, come facevano le nonne, con creatività e determinazione.
Davide, come si integra la musica con handpan e percussioni nel vostro progetto di vita?
La musica è parte essenziale della nostra esistenza. Siamo contadini, ma anche artisti. Vogliamo che i nostri figli crescano sentendo che la vita è fatta di terra, esperienze, espressione. Il mio studio è accanto all’orto. Spesso accogliamo altri musicisti e collaboriamo. La musica è anche una base importante della nostra economia familiare, ci permette di viaggiare, incontrare, condividere. Spesso partecipiamo a festival che ci invitano proprio per unire musica, permacultura e autoproduzione.
Che ruolo ha la musica nella vostra esperienza quotidiana in natura? È anche una forma di ritualità? Questo tipo di musica si nutre di natura. Al di là dei concerti in teatri o sale, suono spesso all’aperto: in alta montagna, all’alba in spiaggia, nei boschi. Offriamo Meditazioni sonore, Viaggi sonori, momenti rituali. Durante eventi come La Era Nuova Festival in Umbria o i nostri week-end in Sardegna, chiudiamo la giornata con un cerchio intorno al fuoco, oppure con un concerto di handpan che ci aiuta a entrare dentro noi stessi. A volte coinvolgiamo gli ospiti in vere e proprie jam session spontanee, dove la musica unisce.
L’esperienza di Lidia e Davide mostra che il ritorno alla terra non è un atto nostalgico, ma una scelta radicale e concreta, capace di generare nuovi futuri. In un mondo che cerca risposte sostenibili, il loro cammino ci ricorda che coltivare, autoprodurre, connettersi, creare sono atti politici, culturali e profondamente umani.
La Era Nuova conta quasi 140 mila follower su Instagram, 100 mila su Facebook e altre varie migliaia su TikTok e Youtube, con i loro video sulle pratiche contadine che hanno raggiunto milioni di visualizzazioni, confermando un grande successo e un’ampia diffusione del loro messaggio di rigenerazione e vita sostenibile.
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grazie 🙏🌱
Hanno il loro bellissimo orto in Ogliastra!