
Francesca Spanu
di STEFANIA ANGIUS
C’è un momento, negli incontri della Rassegna letteraria Muraverese, in cui la sala smette di essere un semplice spazio fisico e diventa un luogo di ascolto profondo. È quel momento in cui le parole dell’autore non sono più soltanto suoni, ma presenze: restano sospese nell’aria, ti si posano addosso e ti cambiano. Alla Rassegna Letteraria Muraverese, questo è accaduto con Francesca Spanu.
L’atmosfera era di quelle rare, dense di attesa e di emozione. Chi la conosceva già, la aspettava con l’affetto di un ritorno…
Francesca Spanu non è solo una scrittrice. È avvocato e consulente legale presso il centro antiviolenza “Feminas”, dove ogni giorno si confronta con storie di dolore e di rinascita.
Dal 2019 dirige il Festival Letterario del Monreale, promosso dal Comune di San Gavino, e collabora con numerose rassegne regionali e nazionali, portando ovunque la sua passione per la cultura.
La sua avventura letteraria è iniziata proprio nel 2019 con Dentro la borsa. Non un esordio timido, ma un romanzo che già rivelava una voce limpida e sicura. La protagonista, Cristina, è una giovane medico specializzanda in ginecologia e ostetricia. In superficie, tutto è in ordine: famiglia solida, carriera promettente, futuro tracciato. Ma dentro, la sua “borsa” – oggetto quotidiano e al tempo stesso potente metafora del mondo interiore – custodisce nodi e matasse che nessuno vede.
L’incontro con Lidia, donna che affronta con struggente lucidità un’interruzione di gravidanza, incrina la perfezione apparente di Cristina. Lidia porta con sé una verità semplice e durissima: il dolore non sempre si può evitare, ma si può attraversare. Tra loro nasce un’amicizia intensa, un legame che diventa specchio e varco. Grazie a Lidia, Cristina trova il coraggio di guardare le proprie ombre e di sciogliere, un nodo alla volta, ciò che la teneva prigioniera.
Il romanzo parla di amicizia, perdita e rinascita, di quella forza che nasce nell’accettazione delle proprie fragilità.
Cinque anni dopo, Francesca torna con “Il corpo sbagliato”, un’opera più matura e tagliente, che in pochi mesi ha conquistato lettori e critica, arrivando alla seconda ristampa.
Qui la protagonista è Cecilia, poco più che trentenne, che vive in un corpo percepito come ostile. Le sue giornate sono segnate da umiliazioni, sguardi giudicanti, frasi non dette che pesano quanto quelle pronunciate. Dietro l’ironia di facciata, si nasconde un dolore antico, fatto di vergogna e senso di inadeguatezza.
Quando decide di affrontare un intervento di chirurgia bariatrica, non lo fa per rincorrere un ideale di bellezza imposto dall’esterno, ma per sopravvivere a se stessa, per darsi la possibilità di una vita nuova. Il romanzo accompagna Cecilia in un viaggio fatto di paure, cadute, piccoli risvegli e faticose risalite. È un percorso di trasformazione che non riguarda solo il corpo, ma soprattutto lo sguardo con cui si impara a guardarsi allo specchio.

Cecilia, con la sua storia, è ogni donna – e ogni uomo – che almeno una volta si è sentito fuori posto, “sbagliato”, inadatto a occupare lo spazio che abita. Leggere di lei significa ritrovarsi, anche quando si credeva di essere distanti.
La forza di Francesca Spanu sta nell’affrontare temi complessi , il giudizio, la vergogna, le dipendenze affettive , con una scrittura intensa ma mai compiaciuta, capace di scavare senza ferire.
Non offre ricette, non indica soluzioni preconfezionate. Invita piuttosto a restare nella domanda, a interrogarsi, a non fuggire dal disagio che certe verità portano con sé.
E forse è questo il segreto che la lega così profondamente ai suoi lettori: Francesca non racconta di qualcuno, ma racconta con qualcuno. Le sue storie non finiscono quando si chiude il libro; restano a camminarti accanto nei giorni in cui ti senti perso, nei momenti in cui avresti bisogno che qualcuno ti dicesse che anche le tue crepe possono diventare fessure da cui entra la luce.
Alla Rassegna Letteraria Muraverese, la sua voce ha lasciato un segno tangibile: nei silenzi carichi di ascolto, negli occhi lucidi di chi si è riconosciuto tra le pagine, nel brusio commosso che ha seguito l’ultimo applauso. Perché i libri di Francesca Spanu non sono semplici storie: sono specchi, chiavi, a volte persino ferite che diventano cicatrici belle da guardare.
Leggerla significa concedersi un tempo lento . Significa imparare che la fragilità non è una condanna, ma un territorio da abitare con pazienza. Significa ricordare che anche noi abbiamo una borsa piena di nodi da sciogliere, un corpo che merita di essere amato, una vita che attende solo di essere raccontata con le nostre parole.
E qui sta forse la verità più grande: la letteratura, quando è autentica, non è mai soltanto evasione. È un invito a riconoscersi, a ritrovarsi nei gesti e nei silenzi di altri, a scoprire che le nostre battaglie non sono isolate. Un romanzo come quelli di Francesca Spanu ti restituisce il coraggio di guardare in faccia ciò che temi, di dare un nome alle tue paure e di trasformarle in punti di forza.
I libri hanno il potere di creare comunità invisibili: legami che non hanno bisogno di conoscersi di persona, perché si fondano sull’esperienza condivisa delle emozioni. Nella pagina scritta, ognuno di noi può trovare un pezzo della propria storia, e in quel riconoscimento c’è un’energia che consola e trasforma.
Le storie di Francesca non ci offrono un lieto fine rassicurante, ma un orizzonte aperto: quello in cui le cicatrici diventano segni di resistenza, e in cui la parola scritta si fa luogo d’incontro tra fragilità e speranza. Ed è proprio in questo incontro che la letteratura rivela il suo valore universale: ci ricorda che, finché continueremo a raccontarci e ad ascoltarci, nessuno sarà mai davvero solo.
Quando la presentazione si è conclusa, molti tra il pubblico sono rimasti incantati, consapevoli di aver ascoltato più di una semplice storia. Questi romanzi diventano strumenti preziosi per affrontare le difficoltà della vita, per riconoscere le proprie fragilità senza paura, e per trovare, pagina dopo pagina, la forza di andare avanti.
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