
Maria Nives Cabizzosu e Maria Vittoria Serru
di MARIA VITTORIA SERRU
Probabilmente inusuale che una poco rappresentativa socia, per quanto con la “pomposa” carica di vicepresidente di una Associazione, l’ACRASE Maria Lai di Roma, entri in un dibattito e in uno scambio così nodali come quelli sollecitati dai contributi di Tonino Mulas, Elio Turis e Angelino Mereu, ma, e prego tutti di accogliere l’intenzione onestamente partecipativa, fatico a tacere aspettando da altri, sicuramente più accreditati e noti, interventi in cui riconoscermi e in cui individuare progettualità innovative trasmissibili a contesti così differenti quanto quelli delle APS della FASI.
Mi presento brevemente, solo per far comprendere da dove origini questo scritto, spero non inutile: sono nata in Sardegna, a Cagliari, ma emigrata con la mia famiglia, a 5 mesi, a Genova, nel 1956; non ho mai avuto contezza della mia origine se non a causa di alcune indimenticate discriminazioni subite a scuola, né più e né meno trasferibili a un qualunque migrante che capiti qui ora.
Ho appreso per osmosi uditiva la lingua dei miei genitori campidanesi, mai parlata con noi figli, ma solo tra loro. Della Sardegna, a scuola, mi era stato detto: è un’isola, in quest’isola ci sono solo pastori e i pastori sono tutti banditi”, prima media a.s.1967-1968.
Così il sentimento di “vergogna/colpa” è stato il compagno di viaggio fino al 1971, con trasferimento familiare a Roma…e dispersione nella metropoli “inclusiva” per assuefazione alla diversità culturale, ma mai profondamente interessata e modificabile.
Della mia provenienza rimanevano solo i baluardi genitoriali e i parenti in transito. Mio padre si iscrisse, a Roma, al Gremio, per ritrovare alcuni amici di gioventù e boxe (qualche Pirastu), ma ne ho solo un vago ricordo proiettata com’ero su altre scoperte…
Il mio “battesimo sardo” avvenne molto dopo, nel 2007, tramite la vincita di un concorso per dirigente scolastica, a Mogoro, luogo a me sconosciuto, prossimo solo a una località spesso nominata in famiglia da mia madre per “bacchettare” mio padre riferendosi a un posto lontano e ignoto” chi bandasa a Pompu!!!”, toponimo che allora non potevo associare ad alcun luogo reale, ma che poi compresi esistesse davvero: una scoperta illuminante. Vi risparmio la cronaca della “fatica” di essere riconosciuta come “sarda” (nessun accento…nessun ricordo di tradizioni e luoghi vissuti), ma è qui che ho preso contatto con la “mia storia”.
Ritrasferita (con le regole del Ministero dell’Istruzione) dopo tre anni a Roma, ho cercato (confesso: soprattutto per il ballo sardo appena imparato) un “circolo”, come si chiamavano allora, e ho intercettato i 4 Mori di Ostia, territorio che conoscevo per averci insegnato. Qualche anno dopo sono approdata all’ACRASE di Maria Vittoria Migaleddu a cui è succeduta, ancora in carica, M.Nives Cabizzosu.
Da allora ho sempre fatto parte del Direttivo.

Chiedo scusa per essermi dilungata ed entro in “media res”: preziosi, onesti e condivisibili tutti i contributi citati in premessa, ciò che mi spinge a vincere una caratteriale ritrosia è la necessità personale di evidenziare alcune perplessità relative al PAE su cui tutti gli interventi si sono, compiutamente e con chiarezza, espressi.
Sostegno al turismo: l’indicazione mi pare francamente vaga, soprattutto per chi, come me e altri, quotidianamente e a tutte le ore, è impegnato, volontariamente, nell’affiancare l’attività di Eurotarget. Sarebbe stato gradito che la RAS avesse fatto comprendere quale tipo di “turismo” avesse in mente, personalmente mi auguro sia altro rispetto a quello vacanziero, estivo e spesso superficiale (ricordo solo uno dei racconti di Bachisio Floris sul pranzo dei turisti con i pastori e le seadas con formaggio industriale). Cosa si aspetta la RAS dalle associazioni? Mai chiarito e mai esplicitato.
Inserimento dei giovani per la gestione delle associazioni, terreno a me più consono e in cui mi muovo con sufficiente dimestichezza (mi sono occupata di educazione e formazione per più di 40 anni di cui 25 a studenti dai 16 ai 90 anni e delle attività necessarie alla loro “intercettazione” in diversi territori di Roma e provincia).
Rilevo, subito, una preoccupante, perdonate la franchezza, superficialità di analisi da parte della RAS: come diceva don Milani “non si può far parti uguali tra disuguali”. Tutti i preziosi interventi citati in premessa, e forse non è casuale, provengono da realtà cittadine, per quanto cariche di storia, illustri e rappresentative, territorialmente circoscritte rispetto al territorio romano costituito da 15 Municipi (ciascuno, più o meno, grande come Bologna). Avere contezza e aver fatto un piano di fattibilità, con analisi di contesto, parrebbe il primo e imprescindibile passo prima di “imporre” una definizione di attività riconosciute e finanziate (poco).
Ma veniamo all’intercettazione dei fantomatici “giovani” a cui lasciare oneri e onori: i giovani di seconda e terza generazione hanno con la Sardegna il medesimo rapporto che riferivo per me stessa su un luogo nominalmente noto, ma mai vissuto davvero, se non in vacanza.
I giovani sardi che invece scelgono, per studio (e raramente qui a Roma per lavoro) di arrivare hanno, in questa città confusa, attraente e piena di stimoli altrettanto confusi, altre urgenze di inserimento e integrazione e altre curiosità.
Bene dice Elio Turis indicando la via della rete di servizi, ma quali? Come ACRASE ci siamo scontrati con la difficoltà di supportare gli studenti fuori sede nella ricerca di una collocazione abitativa: mercato immobiliare drogato dal pullulare di B&B, Giubileo…prezzi improponibili.
Come “attirare” in sede giovani volenterosi (sempre tenendo conto delle distanze di Roma e delle difficoltà di muoversi con i mezzi da un capo all’altro di questa città, enorme, e con pessimi servizi, che permette a me, motivata volontaria, di arrivare in via Annone 4d, da casa, dopo minimo 1 ora e 30 e due mezzi pubblici)? Certamente concordo sull’idea di un “argent de poche”, ma con quali risorse? E per fare cosa? Tenere aperta la sede…per?
Tremerei al pensiero di veder organizzare “apericene “per studenti fuorisede… in una sorta di “apartheid” sarda.
Quindi, rispolverando la mia personale vocazione/esperienza, quello che mi sembrerebbe onesto e forse fattibile, per essere attrattivi, è offrire percorsi formativi di qualità, certificati, accreditati e spendibili, sulle competenze europee, in primis le lingue straniere, i linguaggi informatici e quelli multimediali, da erogare, a basso costo o gratuitamente per i giovani sardi, previo percorso di riconoscimento come “ente formatore” presso il Ministero dell’Istruzione, attraverso la FASI, per far sì che il tempo dedicato alle associazioni da parte delle nuove leve, sia un tempo utile e utilizzabile, qui, in Sardegna e in qualunque altra parte del mondo.
Ricordo solo come “occasione mancata” l’ambizioso progetto “Fili del futuro”, finanziato dalla RAS, target mirato a giovani e donne, che ha visto avvicendarsi docenti più che competenti, ma pochissimi giovani discenti, forse proprio per la mancanza di un attestato delle competenze (con valutazione finale, come in tutti i percorsi di apprendimento seri), utile almeno per arricchire il proprio CV
In alternativa, tramite accordi e protocolli di intesa, ci si potrebbe appoggiare, con reciproco vantaggio, ai CPIA (Centri Provinciali di Istruzione per adulti), scuole pubbliche statali, presenti in tutto il territorio nazionale (a Roma ce ne sono 5), partecipando a bandi regionali o europei per l’intercettazione di fondi ad hoc, o utilizzare i loro servizi per il rilascio delle certificazioni come Cambridge, EIPASS, ecc… Catturare l’interesse e l’attenzione dei giovani è un obiettivo terribilmente serio a cui non si può rispondere solo con buone intenzioni o dictat sul “cambio della guardia”, certamente urgente e necessario.
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