
Giuseppe Serra
di LUCIA BECCHERE
Dopo il grande successo di “Taddeo di Orga”, Giuseppe Serra torna in libreria. con “La lettera” Delfino editore, dove si evince una scrittura più matura e più impegnata.
“Sempre attratto dalle storie del passato – confessa Serra –, ho preso spunto dai fatti di cronaca che, durante il ventennio fascista, si sono succeduti a Nurei (nome di fantasia), un paese della Barbagia. I personaggi, benché immaginari, si muovono nella realtà dei fatti perché gli avvenimenti narrati non si discostano di molto dal vero. Sono spie, delatori ma anche onesti pastori a cui venivano sottratti capi di bestiame per cibare la polizia e la milizia, mentre la gente veniva ridotta in miseria e la giustizia gestita in modo vendicativo. Il mio obiettivo – aggiunge -, è quello di far emergere tutta una serie di elementi degni di nota a cominciare dai comportamenti delle persone superficiali e servizievoli, incoscienti e irresponsabili che ruotavano attorno ai potenti. Nel raccontare il vivere quotidiano del ventennio nei nostri piccoli paesi ho inteso dare voce agli umili spesso dimenticati”.
Antoni De Brussu, convinto antifascista, è una voce fuori dal coro. Un personaggio un po’ borderline che cattura maggiormente l’attenzione e l’interesse del lettore.
“In quel periodo – spiega lo scrittore -, quando il tasso di analfabetismo era molto alto, lui possedeva un buon livello di conoscenza, sapeva scrivere, aveva capacità critica e si metteva sempre a disposizione dei vessati. Per tutelare gli indifesi, insorgeva contro gli oppressori, evidenziava le irregolarità e suggeriva di non pagare quando l’esattore esigeva tributi approssimativi e, per niente preoccupato dei problemi che andava a creare in famiglia, con le sue idee cercava di svegliare le coscienze per far vacillare il potente e arrogante podestà, suo acerrimo nemico”.

Per questo verrà attenzionato e perseguitato dalla polizia, “in un istante si trovò attorniato dalle camicie nere che lo presero di peso e gli misero le catene ai piedi e lo ammanettarono”.
Con una lettera alquanto originale, sarà lui a scoperchiare quanto di marcio si stava consumando in quella piccola comunità dell’entroterra sardo dove tutti tacevano per non avere a che fare con la prepotenza e il malaffare di chi in quel momento li governava. Antonio De Brussu pagherà a caro prezzo le sue idee e il suo gesto. “Ma il motivo del suo odio profondo verso il padrone assoluto del Municipio risaliva a tanto tempo prima e non era dovuto solo alle inconciliabili idee politiche dei due uomini” scrive Serra nelle pagine del suo libro.
A scatenare strane e pericolose dinamiche fra gli abitanti e le autorità del paese è stata una semplice partita di caccia.
In mezzo ad una natura primordiale e incontaminata si consumava l’omicidio di una persona semplice e laboriosa mentre altri trascorrevano il tempo fra ozi e divertimenti. Per venire a capo della verità, a nulla sono valse le preghiere elevate al cielo dei familiari della vittima, persone oneste e di grande fede, perfino il sacerdote si è mostrato insensibile alla loro richiesta di aiuto per non alienarsi “quel regime sempre più severo e autoritario”.
Giuseppe Serra racconta, con dovizia di particolari, di personaggi mediocri e sprezzanti che operavano nell’indifferenza accanto a persone che pativano e subivano in silenzio. Sullo sfondo una Sardegna bella e misteriosa, dove la gente, preoccupata e terrorizzata, viveva in attesa di cambiamento e nella speranza di una rinascita.
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