COME L’ACCIAIO RESISTE LA CITTA’: FRA AMICI SARDI A MILANO UN TUFFO NEL PASSATO CON GLI STORMY SIX

Sono andato a colpo sicuro. Sapevo che avrei trovato Pino (Martini Obinu) alla libreria “Aleph”, quella sotto il mezzanino della metro rossa di Lima, come sapevo che ci sarei dovuto arrivare per tempo, che prevedevo un accorrere di pubblico fuori dal normale. Facile profeta, direte voi, visto che era prevista la presentazione del libro: “Come l’acciaio resiste la città”, viaggio nella Liberazione con gli Stormy Six, scritto da Alberto Gagliardo, edito da “Derive Approdi” di Bologna. Un modo altro e singolare di festeggiare due compleanni importanti, gli ottanta della Liberazione dal nazifascismo, e i cinquanta di un disco, davvero incredibile che ancora ci si possa ricordare di lui (Un biglietto del tram) che, appunto la “band” degli Stormy aveva fatto uscire in quel periodo del 1975, che definire ricco di istanze libertarie e sociali è un’eufemismo bello e buono.

Tutti (o quasi) i ragazzi di quel tempo (c’ero anche io, “ma alora g’avevi trint’ann”), sia coloro che “avevano brigato” per una possibile rivoluzione politica che non avrebbe tardato a venire, sia quelli che più semplicemente avevano scandito il tempo della loro vita con i ritmi delle canzoni, innumerevoli, che allora si sentivano nei “mangianastri” e nelle radioline portatili, sapevo si sarebbero precipitati all’”Aleph”. E così è stato, ragazzi invecchiati, direte voi, ma anche e sorprendentemente giovani ventenni di adesso che degli Stormy potevano al massimo aver sentito parlare dai propri nonni. Gli è che una delle canzoni del disco: “Stalingrado” è destinata all’immortalità, cantata e suonata in ogni dove vi sia una manifestazione “di sinistra”, ove si sventoli uno straccio di bandiere rosse e nel giorno della liberazione del 25 aprile ovviamente, seconda di poco solo a “Bella ciao” ma altrettanto efficace nel riscaldare i cuori dei manifestanti, persino di quelli che hanno smesso di crederci alla Rivoluzione, e si accontentano di auspicare che il mondo cosiddetto civile trovi la forza di isolare politicamente, economicamente, sanitariamente (la follia mortifera è ben peggio che la lebbra) lo Stato di Israele, acciocché smetta di far morire di fame e di sete, vecchi, donne e bambini. I maschi adulti li massacra sotto missile e droni. Non più la “rivoluzione mondiale”, solo una piccola-grande rivoluzione nel Medio Oriente.

Certo occorrerebbe prendersela anche con gli Stati Uniti, del resto loro sono i mandanti che con le loro armi fanno fare agli israeliani il lavoro sporco di macellare i palestinesi e non solo (ma dio, a castigo divino, ha mandato loro un Trump), l’Europa unita tace (e acconsente), i paesi arabi tacciono (e acconsentano), la Cina “comunista” tace (e acconsente). Del governo italiano mi vergogno troppo perché ne possa dire alcunché, comunque si accoda al resto del mondo, e acconsente. “Stalingrado” fa così: “Fame e macerie sotto i mortai (vi ricorda qualcosa?). / Come l’acciaio resiste la città/ Strade di Stalingrado, di sangue siete lastricate. /Ride una donna di granito su mille barricate. // Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa: d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città…”.

Mai più nazismi, fascismi, olocausti, barbarie. E invece ci siamo ripiombati, in più lo spettacolo è in prima serata della televisione, non la nostra naturalmente, che è notoriamente da decenni in mano alla “destra di governo”, che “non vuole apparire antisemita”, e propina alla gente una minestrina riscaldata di notizie che sembrano prefabbricate dall’ufficio stampa di Netanyahu ( castigo divino per ogni ebreo sulla faccia della terra), che continua indisturbato la sua “guerra contro i terroristi” , a Gaza in primis, ma anche in Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Iraq, e Iran ovviamente. Questi iraniani, sciiti per di più, vorrebbero dotarsi di armi atomiche, di cui Israele si è già provvisto in barba ai divieti della “comunità internazionale”, di cui si fa un baffo sin dal 1948, quando l’ONU votò a stragrande maggioranza che in terra di Palestina avrebbero dovuto sorgere due stati. L’ONU figuriamoci, un posto dove le “grandi potenze” hanno un “diritto di veto”, neanche lo avesse loro concesso dio onnipotente!

E dove uno stato è più stato degli altri (vedi Orwell e la sua “Fattoria degli animali”) democrazia l’è morta. Democrazia è dove il popolo va liberamente a votare i suoi rappresentanti senza che il 90% dei media sia in mano e si schieri coi “padroni” di sempre, va a votare referendum per ogni cosa riferentesi all’interesse pubblico (lo fanno da sempre in Svizzera) senza quorum di sorta, la maggioranza interessata vince e decide, gli altri liberissimi di andare al mare (Craxi dixit) o di astenersi dal partecipare, al massimo si vada al seggio ma non si ritira la scheda (Meloni dixit). Che paese siamo diventati! Al mio primo referendum ero in pancia a mamma Pinuccia (Cherchi), due giugno del ‘46, finalmente in Italia votavano anche le donne, votò l’89% degli aventi diritto. Lo scarto con l’esito degli ultimi dei giorni scorsi è tutto democratico. Del resto alle “faccende del lavoro” ci pensano la ministra Calderone e la CISL (che dio ce ne scampi), ai migranti e disperati che “vorrebbero farsi italiani” troppo presto, diremo che dovrebbero ringraziarci se come è capitato ad altri loro fratelli non sono finiti in Albania, occhi a terra quindi! Lavorare e pagare le tasse, i diritti quelli verranno poi, dieci o quindici anni, dopo aver imparato a memoria la Divina Commedia. Come del resto sanno gli altri “italiani”.

Nella “civilissima” città di Milano sono andati a votare meno che a Guspini (e i miei avi comunisti si staranno rivoltando nella tomba). Ma il resto della Sardegna, un disastro. Delegare tutto, altro che la “non delega” dei cortei del ‘68 e ‘69 e ‘75. Volevamo tutto, un nuovo diritto di famiglia, basta padri -padroni, uno statuto dei lavoratori (tutti, bianchi, neri e gialli) con annesso articolo che impedisse licenziamenti illeciti (il 18 famoso), divorzio per chi vuole divorziare, aborto per chi vuole abortire, un diverso modo di rapportarci alle nostre compagne. Che il personale è politico. Si voleva libertà. E un po’ ce la siamo anche portata a casa. Alberto Gagliardo (Lanciano, 1962), laureato in Letteratura italiana all’Università degli Studi di Firenze, ha insegnato lettere nei licei scientifici. Attualmente è distaccato presso gli istituti di Storia della resistenza e dell’Età Contemporanea di Forlì-Cesena e di Rimini.

Con questo suo libro vuol tentare di approcciare le nuove generazioni con un metodo meno “barboso” di quanto non si faccia con le celebrazioni “di rito”, presentare la Liberazione per quella che è stata, un evento che ha prodotto la Legge su cui si basa la convivenza degli italiani, la Costituzione repubblicana. Giusto quella che l’attuale governo è ben deciso a picconare, magari chiamando a referendum il popolo italiano perché approvi le “novità”. E allora vedrete che ne parlerà sin la Rai. Scrive Gagliardo a pag.71: “Stalingrado come brano di apertura conferì a tutto il Disco un messaggio ideologico chiaro e incontrovertibile: se i russi avevano respinto e sconfitto i nazifascisti, si poteva e si doveva fare lo stesso anche contro le forze che disseminavano di bombe l’Italia degli anni Sessanta e Settanta e che proprio in quegli anni, mesi e giorni, continuavano a colpire le forze del proletariato italiano. Un’allegoria semplice e diretta, come si vede, capace proprio per questo, in anni di realtà e ideologie in bianco e nero, di diventare in breve tempo patrimonio di un’intera generazione transitata nel giro di pochi anni, dallo “yéyé” alla militanza politica.

E nelle Conclusioni: “Ma occorre pur osservare (per tacere di quel che accade in altri paesi d’Europa e del mondo) che oggi in Italia alla Presidenza del Consiglio dei Ministri c’è la presidente di un partito nel cui simbolo continuano a guizzare le lingue della fiamma tricolore del vecchio Msi, la compagine politica nata dalle ceneri del Partito fascista repubblicano…che esso rivendica la propria fascinazione (per quando non una vera filiazione) da Giorgio Almirante, che fu segretario di redazione del quindicinale razzista “La difesa della razza”, e che nel maggio 1944 firmò un manifesto della Rsi, in cui invitava a passare “ per le armi mediante fucilazione nella schiena” “sbandati e appartenenti  a bande” (leggi: renitenti alla leva e partigiani, ndr) (pag.119).

La “band” di origine milanese doc è innervata da sangue sardo un paio d’anni dopo “Un biglietto del tram”, dai Salis imperanti nell’oristanese e non solo, arrivano a Milano Pino Martini Obinu (Carbonia, ‘50) e il suo basso e Salvatore (Tore) Garau (Santa Giusta, ‘53) e la sua batteria. “In quell’anno il gruppo ottenne un grande successo al festival di Tubingen, in Germania, dando inizio a una lunga serie di tournée in quel paese” (pag.112). Comunque Pino (mio indimenticabile maestro de “Sa oghe de su coro” per un decennio) oggi si confonde col pubblico e, giustamente, lascia il proscenio a Franco Fabbri e Umberto Fiori che negli Stormy ci sono sempre stati. Anche lui non può dimenticarsi dell’invito che ebbero al grande festival Full-Rock tedesco dove ottennero un successo strepitoso, benché le canzoni che promuovevano fossero quasi tutte anti-tedesche. In Germania dell’est (allora c’era ancora il muro a Berlino) le ragazze (giovanissime, bellissime) lanciavano “proposte di matrimonio” un po’ a tutti, pur di essere portate in Italia e “salvate dal comunismo” della Ddr.

E resistere alla tentazione deve essere stato durissimo. Mi dice Pino che sta attraversando un periodo di grande successo col suo nuovo spettacolo “Sonos de Attesu” in cui oltre alla parte sarda, preponderante, ha dato nuovo spolvero quella salentina di Tatai Minchillo (già con noi a “Sa oghe”). Il pubblico trova divertente questa commistione di dialetti, ma il concerto con gli Stormy al “Santiago Bernabeu” zeppo di spagnoli urlanti di gioia per la riacquistata libertà, dopo la morte del franchismo, tre giorni di viaggio per arrivarvi, quello davvero non lo dimenticherà mai. “…la croce uncinata lo sa: d’ora in poi troverà Stalingrado in ogni città”.

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